venerdì 28 gennaio 2022

 Il documentario di Valerio Nicolosi “I Fili dell’odio”, scritto da Tiziana Barillà, Daniele Nalbone e Giulia Polito e prodotto dalla Copperative Il Salto e dallo Zerostudio’s di Michele Santoro, indaga sulle radici dell’odio on line e sui suoi bersagli preferiti: le donne, gli ebrei, i diversi e perfino Papa Bergoglio.

Odio dunque sono

L’odio è un sentimento profondamente radicato nell’essere umano fin dalla sua comparsa sulla Terra. Basti pensare alla parabola di Caino e Abele. Così come l’amore del resto. Odio e amore, due sentimenti che abitano quasi sempre i poli opposti delle nostre emozioni e del nostro stesso rapporto con il mondo. Ma forse non c’è mai stata un’epoca in cui l’odio, in tutte le forme più o meno oscure e violente in cui si manifesta abitualmente, sia stato così popolare e diffuso fra gli esseri umani. Tanto da aver causato la creazione di un termine estremamente dispregiativo, “buonista”, per chi invece si ostina a professare il bene ed a praticare azioni di solidarietà verso il prossimo, soprattutto verso i più deboli. In tutto questo è ormai opinione diffusa che internet e i social come Facebook, Twitter, Telegram, Instagram ecc. abbiano ampliato e amplificato in modo abnorme le possibilità di diffondere messaggi di ostilità, più o meno oltraggiosi, verso chiunque si discosti da un certo pensiero dominante che non prevede solidarietà alcuna per i più deboli o che mostri apertamente la propria diversità rispetto alla visione del mondo oscurantista, xenofoba e reazionaria che viene sostenuta con larghi mezzi economici e mediatici da una parte della politica italiana e internazionale con finalità oscure e spesso eversive.

Ma chi sono gli autori di questi messaggi di odio? Da cosa nasce la loro ostilità verso chi è diverso da sè? Chi utilizza, organizza e canalizza questa rabbia e questo rancore e perché? E perchè proprio gli strumenti di diffusione del pensiero apparentemente più aperti e democratici si sono trasformati in veicolo privilegiato di questi messaggi verbali così violenti? Questi sono alcuni dei temi di cui si occupa l’inquietante documentario di inchiesta di Valerio Nicolosi, “I fili dell’odio”, scritto da tre scrittori-giornalisti, Tiziana Barillà, Daniele Nalbone e Giulia Polito, e prodotto dalla cooperativa giornalistica di Roma, Il Salto, e dallo Zerostudio’s di Michele Santoro, avvalendosi della testimonianza di scrittori, giornalisti, esperti dei media, personalità politiche pubbliche che hanno spesso assaggiato sulla loro pelle gli effetti di questa ostilità così violenta, oltraggiosa e nello stesso tempo così anonima.


Perchè quindi l’odio on line privilegia questi canali? Una possibile risposta la dà uno degli intervistati, l’esperto dei social media Matteo Flora, quando afferma: “E’ più semplice generare odio on line che nella realtà, proprio come era più semplice sparare al nemico da lontano che infilzarlo con la baionetta e poi guardarlo morire. Non vediamo la vittima soffrire, e questa è la terrificante libertà che permette all’odio on line di nascere e proliferare”. Quindi pare di capire che uno dei motivi per cui l’odio si scatena in modo così incontrollato sui social media sta proprio nel paradosso da essi creato, la distanza di sicurezza da cui si può colpire il proprio bersaglio senza vederne gli effetti, senza percepire la sofferenza generata da questi messaggi-pallottole, e , nello stesso tempo, l’apparente vicinanza illusoria su cui si fonda il paradigma che sta alla base della loro creazione e della loro capillare diffusione, del loro successo per cui siamo tutti “molto più vicini” e abbiamo migliaia di amici sparsi per il mondo.


Il problema è che se ogni tre mesi Facebook cancella in media almeno 7 milioni di messaggi di odio, allora è evidente che più che usare i social per cercare amici, li si usa per cercare nemici, e i commenti non sono spesso per l’altro, ma “contro l’altro”, e le immagini caricate non sono frutto dell’affetto, ma della volontà di denigrare l’altro. E, come afferma la scrittrice Michela Murgia, “le parole generano gesti”. Spesso gesti violenti, come purtroppo testimoniato dalle cronache. Ma chi sono i bersagli degli “haters”, gli oliatori di professione? Il documentario di Valerio Nicolosi in questo senso è molto chiaro e preciso, quasi didascalico nella sua incalzante struttura narrativa. Come confermato da diversi testimoni, lo schema ricorrente dello ”hate speech”, il discorso d’odio, non ha quasi mai una vittima casuale, ma è sistematicamente diretto contro uno specifico e determinato gruppo di persone che ne rivela le origini ideologiche: donne, soprattutto se si tratta di donne che rivestono un ruolo pubblico nella società, come è il caso della parlamentare Laura Boldrini, della sindaca di Barcellona, Ada Colau, o della scrittrice Michela Murgia, persone di origine ebraica come Liliana Segre o stranieri, soprattutto se poveri ed extracomunitari, e perfino papa Francesco, oggetto da anni di una martellate campagna di denigrazione e di bugie mediatiche prodotte da chi vede nella sua figura così popolare una minaccia perla propria visione del mondo. La matrice ideologica di questi messaggi è quindi abbastanza chiara ed è riconducibile a xenofobia, antisemitismo, misoginia, intolleranza religiosa.



E gli autori di questi messaggi d’odio sono personaggi dall’elevato profilo politico o criminale? Tutt’altro. Come affermano Laura Boldrini e Michela Murgia nelle loro testimonianze, si tratta spesso di esseri anonimi, persone qualunque, apparentemente inoffensive come un vicino di casa che cova grandi rancori dietro la propria grigia esistenza. E il riferimento ad un’opera come “La banalità del male” della filosofa tedesca Hannah Arendt sulla violenza nazista che si nasconde dietro la facciata della mediocrità più insulsa è senz’altro immediato. Ma “le parole sono pietre” e possono generare gesti violenti, come i femminicidi che spesso nascono e si sviluppano proprio in contesti come i social media, come conferma anche Silvia Brena, co-fondatrice di “Vox – Osservatorio italiano sui diritti”.

Ma oltre alle frustrazioni e alle rabbie sociali e individuali all’origine dell’odio on line, esistono centrali d’odio ben più organizzate, pericolose e potenzialmente eversive, che rischiano di condizionare, manipolare e di intaccare la struttura politica delle nostre democrazie, le stesse basi sociali della nostra convivenza. Alex Orlowski, esperto di propaganda online, ha le idee piuttosto chiare in proposito e racconta di come i gruppi politici di estrema destra americani ed europei siano molto attivi in questo senso e godano di cospicui finanziamenti occulti, quasi sempre non tracciabili perchè in bitcoin, celandosi spesso dietro identità fittizie o apparenti attività commerciali come quelle legate all’abbigliamento e alle mode culturali giovanili, più difficili da reprimere da parte delle forze dell’ordine. Poi ci sono le centrali d’odio legate a potenze statuali interessate a manipolare a proprio vantaggio gli accadimenti politici altrui e qui necessariamente il discorso si fa più complesso e più che su fatti certi per forza di cose bisogna ragionare sulle ipotesi.

Ma quale può essere l’antidoto a questo mix malsano di messaggi d’odio e notizie false? La risposta apparentemente è semplice: fare solo discorsi di verità. Già, ma chi lo decide qual’è la verità? Il rischio è che lo determinino i proprietari delle piattaforme e quindi si porrebbe un problema complesso di agibilità democratica nelle nostre società. L’unico antidoto che non preveda una regressione profonda della nostra vita sociale e individuale, secondo anche la tesi di fondo del documentario, passa attraverso un’assunzione di responsabilità da parte di noi cittadini attraverso l’informazione, la documentazione, la verifica delle fonti. Non è un metodo infallibile, ed è sicuramente faticoso, ma l’unico che non ci faccia sentire così vicini, così amici, e contemporaneamente, così lontani. Così irrimediabilmente nemici.

Marcello Cella


I FILI DELL’ODIO

Regia: Valerio Nicolosi
Autori: Tiziana Barillà, Daniele Nalbone, Giulia Polito
Protagonisti: Michela Murgia, scrittrice, Alex Orlowski, esperto di propaganda online e di analisi OSINT, Matteo Flora, esperto di reputazione online, Silvia Brena, co-fondatrice di “Vox – Osservatorio italiano sui diritti”, Laura Boldrini, deputata, Ada Colau, sindaca di Barcellona, Steven Forti, storico e ricercatore, Milena Santerini, coordinatrice nazionale per la lotta all’antisemitismo, Martin Gak, Filosofo e giornalista tedesco, Tomasz Kitlinski, filosofo, attivista, docente dell’università “Marie Curie Sklodowska” di Varsavia.
 Produzione: Zerostudio’s e Cooperativa Il Salto
Anno di produzione: 2020
Durata: 44’50”


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