martedì 16 giugno 2026

La libertà dei margini

Il cinema documentario di Cecilia Mangini



Cecilia Mangini è stata la prima donna italiana a cimentarsi nel documentario dopo la Seconda Guerra Mondiale. Questo articolo racconta la sua lunga carriera come documentarista, fotografa e sceneggiatrice di una delle grandi personalità dimenticate del cinema e del documentario italiano sottolineandone le costanti linguistiche e tematiche.


Cecilia Mangini was the first Italian woman to attempt documentary filmmaking after World War II. This article recounts the long career as a documentary filmmaker, photographer, and screenwriter of one of the great, forgotten figures of Italian cinema and documentary, highlighting her linguistic and thematic constants.



Parlare di Cecilia Mangini e del suo modo di fare documentari significa raccontare una personalità che da sempre si presenta come un’entità multiforme, difficilmente definibile all’interno di un genere artistico ben preciso. Fotografa, saggista, giornalista, cineasta, Cecilia Mangini è stata tutto questo e sicuramente anche di più se si pensa al suo sostegno anche da militante alle battaglie contro lo sfruttamento e il lavoro nero, il caporalato nel Sud rurale, l’arretratezza presente anche al Nord industrializzato. Sicuramente per Cecilia, qualunque linguaggio abbia utilizzato nella sua lunga vita, il suo fine principale è stato quello di conoscere la realtà in tutte le sue forme, e soprattutto quello di capire e raccontare la condizione di chi vive ai margini, nelle periferie del mondo, senza preconcetti, ma anche senza la falsa ingenuità di chi si professa neutrale fra chi commette e chi subisce le ingiustizie sociali che lo attraversano. “Nei suoi documentari Cecilia evita accuratamente sia l’ingenua posizione di un osservatore neutrale, che, sorpreso, osserva il mondo senza intervenire, sia quella rigidità di chi ha già precostituito il suo ragionamento e chiama il reale a “dimostrare” la sua tesi preconfezionata” (Gianluca Sciannameo, “Con ostinata passione. Il cinema documentario sui Cecilia Mangini”, Edizioni del Sud, 2010, p. 96. ). Quindi da sempre Cecilia Mangini ha concepito il suo lavoro, prima di fotografa, poi di documentarista come una palestra di libertà, un’occasione irripetibile di incontro con le realtà che di volta in volta si sono palesate alla sua sconfinata curiosità intellettuale. Senza chiudersi mai nelle gabbie dorate dei teatri di posa, ma andando incontro alla vita reale nelle strade. Sulla strada. Fin da quando, dopo l’apprendistato nei Cinguf di regime, dopo la guerra, negli anni Cinquanta, inizia ad interessarsi alla fotografia, rinunciando fin da subito alla fotografia di posa in favore di quella di strada perchè “nelle strade l’umanità vive, si dibatte, si diverte, soffre. Tutto questo è a disposizione di chiunque abbia una macchina con un obiettivo”. E, ancora, “cosa significa essere una fotografa? Significa spogliarsi di tutte quelle che sono le nostre idee preconcette e andare in cerca non della verità, la verità non esiste. E’ andare in cerca di qualcosa di molto più profondo della verità, qualcosa di assolutamente nascosto e la fotografia lo rivela”. 


Quel che è certo è che con la fotografia di strada, sulla strada, la cineasta pugliese incontra un altro compagno di viaggio interessato allo stesso modo a tutto ciò che vive e si muove ai margini della società, Pier Paolo Pasolini. Il loro sodalizio è fondamentale per Cecilia che con la sua collaborazione ai testi realizza i suoi primi documentari, “Ignoti alla città” (1958), “Stendalì (Suonano ancora) (1959) e “La canta delle marane” (1960), in cui la poetica dello scrittore friulano sui “ragazzi di vita” e sull’imminente sparizione delle forme espressive e dei rituali più antichi e originali della cultura popolare a causa dell’affermarsi di una società dei consumi senza regole si sposa perfettamente con l’occhio attento della macchina da presa di Cecilia. Soprattutto “Ignoti alla città” e “La canta delle marane”, che raccontano la vita povera e senza speranze di un gruppo di ragazzi della periferia di Roma, appaiono debitrici dei “Ragazzi di vita” di Pasolini, mentre “Stendalì”, che racconta la sopravvivenza di forme espressive arcaiche come il pianto rituale delle donne del Salento in occasione dei funerali di qualche compaesano, sembrano rimembrare quel tentativo di mantenere vive le tradizioni più vitali della poesia popolare dello scrittore friulano. Un documentario che non ha nulla di folcloristico e che assume un risvolto misterioso e quasi drammatico grazie alle musiche sperimentali di un altro assiduo compagno di viaggio di Cecilia, il compositore Egisto Macchi, e che in qualche modo fa incontrare Pasolini con un altro grande ricercatore delle culture popolari del Sud Italia, l’antropologo Ernesto De Martino, influenza  culturale fondamentale sempre rivendicata anche in seguito da Cecilia. “Le anime della Lucania non sono uomini o donne e neppure bestie, poiché appartengono a una dimensione “altra”, esclusa dalla storia ed esclusa dal tempo (…) essi abitano un contesto immobile che non conosce le forme dello sviluppo, uno spazio che nel suo isolamento si è sottratto a ogni dominio del razionale” (G. Sciannameo, op. cit.). 



Ma, accanto all’interesse partecipe per la vita degli ultimi, in Cecilia ferve anche la passione politica, che nel 1961 si esprime con il fondamentale film di montaggio “All’armi siam fascisti”, firmato insieme al marito Lino Del Fra, anch’egli apprezzato documentarista e regista, e a Lino Micciché, che alle bellissime, terribili e spesso inedite immagini del Ventennio accompagna un commento che, come sempre nei film di Mangini, non si limita a descrivere ciò che è già espresso chiaramente nelle immagini, ma cerca, senza essere pedante, di fornire un’interpretazione degli avvenimenti descritti con l’intenzione di stimolare lo spettatore all’approfondimento e alla partecipazione attiva alla vita politica del Paese. L’incipit del film recita non a caso: “Noi siamo i figli degli eventi riassunti da questo schermo, ma siamo anche i responsabili del presente. In ogni momento, in ogni scelta, in ogni silenzio come in ogni parola, ciascuno di noi decide il senso della vita propria e di quella altrui”. 



Progressivamente però l’opera documentaria di Cecilia Mangini, dopo i primi anni Sessanta in cui il carattere direttamente politico è più evidente, i documentari successivi, fra la metà degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, rivolgono l’obiettivo della macchina da presa verso le condizioni di lavoro e di vita degli operai nelle nuove industrie sorte nel Meridione e di quelli emigrati nelle fabbriche del Nord, soprattutto delle donne lavoratrici. Il centro della sua riflessione rimane sempre il Sud, in tutti i suoi aspetti, soprattutto, memore della poetica pasoliniana, l’impatto (e la responsabilità) che la nuova società dei consumi ha sulla vita e sulla cultura delle popolazioni meridionali più fragili culturalmente che, sradicate dalle loro tradizioni più antiche e consolidate nel tempo, si trovano nel vuoto dello sradicamento urbano, nuovi emarginati sociali, nuove braccia da lavoro a basso prezzo. Così la filmografia di Mangini si arricchisce di titoli emblematici come “Essere donne” (1964), “Brindisi ’65” e “Tommaso” (1965), “Sardegna” (1968), “Domani vincerò” (1969) in cui Cecilia si immerge in queste nuove realtà sociali e lavorative per far emergere le contraddizioni di un “progresso senza sviluppo”, nelle condizioni difficili e spesso angoscianti di chi ha dovuto scegliere tra lo sfruttamento bracciantile selvaggio dei latifondisti del Sud e quello altrettanto spietato e alienante delle moderne fabbriche costruite dal nuovo capitale industriale e finanziario soprattutto nel Nord Italia. A ciò spesso si aggiungeva la condizione di emarginazione a causa dell’emigrazione dai propri luoghi di origine e, nel caso delle donne, quella di un ulteriore isolamento a causa di una vecchia e consolidata concezione degli obblighi familiari. 



“Essere donne”, in questo senso è un documentario emblematico. Commissionato a Cecilia dall’allora PCI, nella persona di Luciana Castellina, racconta come meglio non si potrebbe la condizione di queste donne lavoratrici in fabbrica a confronto con quella di chi è rimasta al Sud, schiava di un lavoro povero e mal pagato. Utilizzando quel montaggio alternato che sarà sempre una caratteristica linguistica dei documentari di Mangini realizzato spesso, sotto mentite spoglie, da quell’altro grande cineasta che è stato Silvano Agosti. Paradossalmente in questa alternativa, che non può essere definita una scelta, le donne che lavorano in fabbrica appaiono, nonostante lo sfruttamento che subiscono sul posto di lavoro e in famiglia, più emancipate di quelle che sono rimaste nelle campagne del Sud, finalmente libere da un secolare sfruttamento lavorativo e familiare, un’interpretazione che per qualche momento ha solleticato anche Cecilia, prima di ricredersi. Nelle opere successive infatti la realtà dello sfruttamento in fabbrica, delle condizioni opprimenti in cui si trovano a vivere gli operai, ma anche lo sfruttamento e la desertificazione dei territori in cui sorgono queste fabbriche e l’alienazione indotta dalla società dei consumi sui loro abitanti si fa sempre più evidente. 



Così se “Brindisi ’65” racconta le condizioni di oppressione in cui lavorano gli operai del nuovo petrolchimico della Montecatini (deflagrante il montaggio alternato fra gli operai in fabbrica, costretti a dire alla cineasta che tutto va bene, e quelli con il viso oscurato che, fuori dalla fabbrica, raccontano le angherie e i comportamenti antisindacali subiti al suo interno), mentre “Tommaso” segue le fughe periferiche di un ragazzo (“apolitico”, sottolinea all’inizio la voce di commento fuori campo) che sogna di entrare a lavorare proprio al petrolchimico per potersi permettere una nuova moto. “Sardegna”, commissionato alla regista dall’ANAS e dall’Istituto Luce, è un documentario che aveva come finalità quella di sostenere lo sforzo di sviluppo industriale dell’isola sostenuto dal governo di allora, uno dei tanti documentari industriali che spesso in quell’epoca industrie private o statali commissionavano a registi del cinema o del documentario  sostanzialmente per migliorare la propria immagine e che spesso sono stati palestre di regia per molti cineasti italiani. La Mangini realizza il suo bravo documentario industriale ma il quadro che ne esce è a ben vedere tutt’altro che rassicurante perchè a confronto con il possibile sviluppo industriale della Sardegna si intuisce la probabile devastazione ambientale in conseguenza come effetto di questo sviluppo e la perdita di identità dei luoghi interessati e delle popolazioni che le abitano. “Domani vincerò” è invece un’immersione nella realtà sgarrupata dei giovani sottoproletari che frequentano le palestre popolari alla periferia di Roma sognando di diventare ricchi e famosi grazie alla boxe. Facile i intuire che questo non avverrà, ma si palesa l’ennesima manifestazione di alienazione causata dall’impatto dei miti illusori della società dei consumi su strati popolari culturalmente e socialmente poveri di anticorpi rispetto a quella che appare come l’ennesima violenza perpetrata ai loro danni dal Potere per ragioni politiche e sociali. 



Sempre alla periferia di Roma rimane anche il bellissimo “La briglia sul collo” (1971) nel racconto della vita tormentata, ma a suo modo vitale di un bambino, Fabio Spada, figlio di immigrati dal Sud, che il direttore della scuola elementare che frequenta ha deciso di spedire alle differenziali a causa della sua eccessiva vivacità e della sua incapacità di rimanere all’interno di regole che a lui appaiono come una camicia di forza rispetto alla sua voglia di vivere. Ne esce il quadro desolante di una istituzione-scuola che perpetua e rafforza le differenze di classe presenti nella società e colpisce i soggetti più fragili, condannandoli ad un futuro di emarginazione ed isolamento. Difficile non essere d’accordo con il bambino che spernacchia disinvoltamente la camera che lo riprende e, di riflesso, la società classista ed i suoi ipocriti rappresentanti istituzionali. 



Dopo questa esperienza Cecilia e il marito Lino Dal Fra decidono di andare in Vietnam per raccontare con le immagini la lotta di quel popolo orgoglioso per la propria indipendenza contro la superpotenza nordamericana. Il film non si farà mai e le centinaia di fotografie scattate da Cecilia rimarranno dimenticate in due scatole da scarpe fino al 2020, quando, ritrovate per caso dalla regista, faranno la loro felice ricomparsa nel documentario “Due scatole dimenticate. Un viaggio in Vietnam”, firmato insieme a Paolo Pisanelli, in cui Cecilia racconta con grande emozione quel viaggio avventuroso, la vita quotidiana di un popolo in guerra suo malgrado, il suo legame umano ed emotivo con le donne combattenti vietnamite, e gli orrori di quella guerra inutile rispolverando per fortuna dello spettatore quelle bellissime fotografie, non solo,di guerra. 



Dopo quell’esperienza passeranno molti anni prima di rivedere la firma di Cecilia Mangini in un nuovo documentario. Nel 1981 realizza “Comizi d’amore ’82” in cui la regista pugliese recupera l'esperienza del pasoliniano “Comizi d’amore” del 1964, cui aveva collaborato, raccontando gli stili di vita e i modi di pensare delle nuove generazioni riguardo al sesso, l’amore, la famiglia. Ne esce un quadro sociale e culturale vitale e straniante al tempo stesso, con i giovani protagonisti delle interviste che si raccontano senza barriere emotive, sociali o culturali. Meraviglioso ed emblematico l’episodio intitolato “I Rockettari” in cui ragazzi dai capelli lunghi e ragazze colorate e scarmigliate inframmezzano le loro riflessioni sulla vita di coppia e di relazione con scatenati balli accompagnati dalla musica dei Ramones. 

A questo punto la carriera di documentarista (ma non di fotografa e di sceneggiatrice) praticamente si interrompe per lunghissimo tempo fino alla sua riscoperta negli anni Dieci del Duemila ad opera di due registi appassionati come Mariangela Barbanente, con cui realizza il documentario “In viaggio con Cecilia” (2013), con cui Cecilia recupera le sue origini pugliesi e riflette sulla sua lunga carriera insieme alla sua giovane collega, e Paolo Pisanelli, con cui firma il già citato “Due scatole dimenticate. Un viaggio in Vietnam”, “Un mondo a scatti” (2021) in cui racconta la sua esperienza di fotografa di strada e l’ultimo appassionato e bellissimo omaggio a Grazia Deledda, “Grazie Deledda, la rivoluzionaria” (2021), che possiamo considerare il suo testamento etico ed artistico, in cui sono contenuti gran parte dei suoi temi preferiti: l’amore per le terre del Sud, di tutti i Sud, la tenace rievocazione degli antichi riti popolari non come segno di arretratezza, ma di resilienza identitaria e culturale contro i vuoti rituali della modernità consumistica, la predilezione per le periferie sociali e culturali, per chi vive ai margini della società moderna, l’attenzione per le figure femminili che resistono ai condizionamenti sociali che le vorrebbero conformi ad un ideale femminile di stampo eminentemente maschile, l’amore per la libertà in tutte le sue manifestazioni umane. 


Ecco, se vogliamo ricordare Cecilia Mangini nella sua essenza dobbiamo fare ricorso a questo valore, a questa parola spesso così abusata per mascherare la propria indifferenza verso il destino degli ultimi. Al contrario, Cecilia Mangini con tutta la sua opera ci ricorda che la libertà artistica e culturale non può mai essere disgiunta dalla responsabilità sociale.

“Io sono una documentarista. Chi fa documentari è assai più libero del regista del film di finzione, ed è per questo, per la mia indole libertaria con cui convivo fin da bambina, che ho voluto essere una documentarista. Il documentario è il modo più libero di fare cinema e non solo dal punto di vista produttivo perchè resta un genere povero: mantiene una permeabilità alle sorprese della realtà che la finzione non si può permettere proprio perchè vincolata al denaro. Il documentario è lo sguardo che cattura la verità perchè acchiappa ciò che è unico”.


Marcello Cella


In questo articolo abbiamo parlato dei seguenti documentari di Cecilia Mangini:

“Ignoti alla città” (1958)

“Stendalì (suonano ancora)” (1959)

“La canta delle marane” (1960)

“All’armi siam fascisti” (1961)

“Essere donne” (1964)

“Brindisi ’65” (1965)

“Tommaso” (1965)

“Sardegna” (1968)

“Domani vincerò” (1969)

“La briglia sul collo” (1971)

“Comizi d’amore ’82” (1982)

“In viaggio con Cecilia (2013)

“Due scatole dimenticate. Un viaggio in Vietnam” (2020)

“Un mondo a scatti” (2021)

“Grazia Deledda, la rivoluzionaria” (2021)


Bibliografia:

Mattia Cinquegrani, “Il cinema di Cecilia Mangini”, Marsilio, 2023Gianluca Sciannameo, Con ostinata passione. Il cinema documentario di Cecilia Mangini”, Edizioni del Sud, 2010