Fragili e diversi
La selezione di Italia Film Fedic 2026 ha mostrato un prevalente focus tematico incentrato su tutte le forme di fragilità e diversità che attraversano il nostro mondo contemporaneo.
The selection for Italia Film Fedic 2026 revealed a predominant thematic focus on the various forms of fragility and diversity that permeate our contemporary world.
Se c’è una cosa che accomuna una gran parte delle opere presentate quest’anno a Montecatini durante l’annuale (76° anno) rassegna di Italia Film Fedic è stata la volontà, certo non studiata, ma, per così dire, nell’aria, di molte di esse nel trattare temi legati alle varie forme di fragilità e diversità che attraversano in vario modo il nostro mondo attuale, da quelle fisiche a quelle psicologiche e sociali. Come se le antenne accese dei cineasti percepisse con forza e intensità quelle che sono le problematiche di maggiore impatto sociale e culturale nella vita quotidiana delle persone, al di là dell’agenda, spesso ammuffita e non di rado manipolata, della politica. Senza peraltro rinunciare all’originalità e alla creatività artistica. A partire dai film in concorso.
“Fortuna” del cineasta abruzzese Maurizio Forcella, per esempio, utilizza la narrazione in forma di ballata popolare per raccontare la vicenda della piccola Fortuna, una bambina che vive in una famiglia contadina e in un contesto sociale estremamente povero e disagiato, e che ha la particolarità fisica di una piccola macchia di vino sulla guancia a cui la famiglia cerca di porre rimedio affidandosi ad uno zingaro di passaggio (interpretato dal grande Ivan Franek) e alle sue presunte qualità taumaturgiche. Si tratta di un evidente rifiuto della diversità in un ambiente sociale degradato che la vede solo come segno di sventura. La bambina alla fine scompare ma lascia in eredità ai suoi compaesani che la cercano invano nelle campagne la leggenda del pettirosso Grazioso, diverso dagli altri pettirossi perché aveva una macchia rossa sul petto e che, rifiutato e irriso, fugge e muore, ma viene resuscitato dal dio degli animali. E da quel momento tutti i pettirossi porteranno sul petto quella macchia rossa in ricordo di Grazioso. Il filmaker abruzzese conduce la narrazione suggestiva con grande delicatezza, sostenuto anche dalla bella prova recitativa degli attori. “La paura dei numeri” di Mauro John Capece, di cui abbiamo già parlato nel numero passato di Carte di Cinema, si muove su un registro metaforico e nello stesso tempo di denuncia sociale, simile a quello di Forcella. In questo caso, come è noto, la storia è quella di una bambina affetta dalla sindrome dell’autismo, ossessionata dai numeri. Capece sdoppia e incrocia la stessa storia ambientata in due epoche diverse, quella contemporanea, più problematica e più propensa all’accettazione di questa forma di diversità, e quella degli anni Venti del secolo scorso, vale a dire l’epoca fascista, con tutto il suo carico di intolleranza violenta, ignoranza, chiusura mentale e rifiuto di ogni forma di diversità. Anche in questo caso il racconto di Capece non è di tipo realistico, ma si affida alle forme del romanzo gotico e alle sue suggestioni. “Il ricatto del silenzio”, dei genovesi Vincenzo Cirillo e Rocco Olivieri, ci riporta all’attualità, con la storia della quindicenne Marta, adolescente di grande sensibilità che vive sola con un padre alcoolizzato e scrive poesie, rifiutata e bullizzata pesantemente dai suoi compagni di scuola proprio a causa di questa sua estrema fragilità psicologica. Solo l’incontro con una attenta collaboratrice scolastica evita che la situazione si concluda nel modo più drammatico. Il rifiuto dei compagni diventa così per la ragazza uno strumento per una maggiore accettazione di sé stessa al di là degli stereotipi sociali a cui lei sfugge. “Un giorno le mie parole voleranno libere”, scrive, in conclusione, sul suo diario. Il merito degli autori è quello di utilizzare un metro narrativo realistico senza scadere nella cronaca spicciola. “La blatta e la formica” del cineasta forlivese Marco La Ferrara, racconta invece la vicenda di un uomo alle prese con un’altra forma di fragilità, quella della madre che accudisce, affetta dall’Alzheimer. La donna crede di essere tornata bambina e scambia il figlio per il proprio padre. L’autore in questo caso si affida ad un registro narrativo di tipo psicologico e metaforico, fatto di poche parole e molti silenzi, per raccontare con grande sensibilità il difficile rapporto fra un genitore e un figlio, aggravato in questo caso dalla malattia della madre, incrociando tre piani narrativi diversi (tre epoche diverse della vita dei due protagonisti del film) e lasciandosi trasportare dalla suggestione favolistica legata alla storia dell’incontro del grillo e della formica. Ma oltre alla storia privata ma emblematica dei due protagonisti ciò che emerge da questo bel film è la riflessione sull’importanza fondamentale dei ricordi nelle nostre vite, ciò che accompagna le nostre esistenze e che forma la nostra identità. Da segnalare le bellissime musiche di Enrico Zavatta che sottolineano i momenti più intensi della storia moltiplicandone la suggestione. “Rugiada di vita” del filmaker pugliese Giuseppe Arcieri ci riporta ad un registro narrativo e documentaristico più classico per raccontare la storia della pittrice barlettana novantanovenne Maria Piccardi Collac, il cui percorso artistico ed esistenziale è stato segnato indelebilmente dai suoi inizi durante il fascismo, epoca in cui non era concepibile l’esistenza di pittrici donne. Una storia di emancipazione femminile, di lotta per farsi spazio in un mondo tutto al maschile in cui alla donna erano solo concessi pochi ruoli ben definiti, madre e moglie, e le cui uniche attività lecite per lei erano fare figli e occuparsi della casa e del marito. Una storia di resistenza, per fortuna meno cruenta, di quella, anche in questo caso tutta al femminile, che racconta “Prima dell’aurora” della cineasta torinese Chiara Zoja all’interno della sezione Fedic Scuola. Il 16 ottobre 1944 viene giustiziata dai fascisti la partigiana Lola (Aurora Vuillerminaz) che non ha rivelato nemmeno un nome dei suoi compagni ai suoi aguzzini. Una giovane studentessa decide di ripercorrere in solitudine il suo cammino sulle montagne della Val d’Aosta per raccontare l’ultimo viaggio della partigiana Lola. La suggestione dei paesaggi montani e dei suoi silenzi si accompagna alla volontà di ricordare la figura e l’esistenza di questa donna coraggiosa. “Questo viaggio inizia da un’eco, dalla necessità di ascoltare una voce sepolta nel passato”, afferma la giovane protagonista in uno dei momenti salienti del film. Ma anche un modo per rievocare la Resistenza in Val d’Aosta e la Repubblica partigiana di Cogne. Bella, nel finale, la versione di “Bella ciao” da parte di Fabienne Jacquemod (in arte Jakido). Sempre all’interno della stessa rassegna, “Bagarre” di Sarah Narducci, realizzato per il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, “Futuro” degli umbri Amedeo Carlo Capitanelli e Pietro Ciavattini per l’Istituto Comprensivo di Narni Scalo, e “Pietra su pietra” del piacentino Gian Francesco Tiramani con la Scuola Media di Morfasso (PC) ci riportano ad registro più attuale e realistico, ma non privo di riflessioni sul presente e sulle difficoltà dei giovani nell’affrontare le proprie fragilità interiori. “Bagarre” è la storia dell’amicizia fra due studentesse universitarie, Anna e Silvia, che, giunte alla fine del loro percorso universitario (reale per Silvia, ma presunto per Anna) scoprono all’improvviso di non poter più condividere i propri rispettivi destini con l’altra. Silvia ormai è destinata al successo nel mondo del lavoro, mentre Silvia, che in realtà non ha mai dato gli esami, si trascina ai margini della vita senza la volontà (o la possibilità) di affrontare e superare le proprie fragilità interiori e senza che Silvia la possa aiutare. Il distacco è inevitabile. Silvia ha accettato di correre il rischio del passaggio dalla condizione di studentessa a quella di lavoratrice adulta, mentre Silvia non può che rimanere indietro nella corsa verso la maturità, il successo o la stabilità economica, lavorativa, emotiva. Nell’ultimo dialogo con l’amica ormai laureata confesserà infatti: “…poi hanno iniziato tutti a correre. Non ho mai capito dove cazzo stessero andando…”. “Futuro” invece è una bella storia di successo nel superamento dei propri limiti fisici e dei propri pregiudizi sulle varie forme di disabilità troppo spesso rifiutate o ignorate dalla società dei (falsi) sani. Giovanni è un ragazzino affetto dalla SMA, una rara malattia genetica. Durante la mattinata scolastica si ferma spesso ad osservare gli aerei che passano fuori dalla finestra della classe, evidentemente attratto dal volo. Un compagno particolarmente sensibile si accorge di questo suo comportamento e decide, con l’aiuto dei compagni e degli insegnanti della scuola di costruire in modo ingegnoso una perfetta simulazione del volo aereo coinvolgendo anche Giovanni, promosso alla fine come pilota dell’aereo immaginario ricostruito dalla fantasia dei ragazzi. Bella la citazione finale: “Possiamo andare ovunque. Insieme”. Un commovente invito alla solidarietà giustamente premiato dalla giuria del festival. “Pietra su pietra” invece costituisce una sorta di film-riflessione costruito dai ragazzi della scuola media di Morfasso, in provincia di Piacenza, su come affrontare le difficoltà con cui sono messi alla prova ogni giorno, ma anche quei muri che impediscono delle sane relazioni sociali e familiari. E quindi mentre la giornata di scuola scorre possiamo leggere ed ascoltare affermazioni come: “dietro ogni parola non detta c’è un muro da abbattere”, “un muro invisibile dentro di noi separa chi siamo da chi vorremmo essere”, “costruire un ponte vuol dire affrontare le nostre paure”, “non ci sono muri che non possano essere smontati”, “la nostra forza sta nel costruire insieme”. Sicuramente saggio, anche se troppo didascalico e poco spettacolare. Divertente e paradossale invece “Bullissimi” del cineasta emiliano Alessandro Zaffanella, che racconta con sano umorismo la storia di una scuola i cui studenti sono continuamente vessati dai bulli, ma che all’improvviso, a causa del trasferimento della famiglia del capobanda, deve far fronte a questa perdita indicendo un casting per diventare capo dei bulli. Fra scene surreali e risate alla fine viene scelto come capo dei bulli proprio il ragazzo che ne era la principale vittima e che naturalmente cambia radicalmente la mission del gruppo, non più problema insolubile per la scuola, ma sua insostituibile risorsa positiva. Il film è molto divertente ma fa anche riflettere molto sul confine sottile che esiste fra leadership e abuso di potere e su come la forza del gruppo possa essere negativa o generativa di cose positive. Infine, sempre nella sezione scuola resta da segnalare “Le fate del bosco” del cineasta siciliano Luigi Parisi, bello e toccante apologo sul potere dei sogni e della fantasia per i bambini (e per gli adulti), a partire dalla storia di Lisa che ha otto anni e vuole fermamente incontrare le fate di cui ha letto le storie nei suoi libri di favole e alla cui esistenza crede fermamente. Alla fine, durante una gita nel bosco con la sua classe, riesce a vederle o crede di averle viste, poco importa. L’importante è non perdere mai l’abitudine di sognare. “Gran parte degli adulti ha smesso di sognare. Ma una parte di me rimarrà per sempre una bambina”, afferma nel finale la giovanissima protagonista.
Alcuni film presentati all’interno della sezione Fedic World si cimentano invece con alcuni dei più drammatici problemi della nostra contemporaneità. “Choise/Scelta” del cineasta russo Marko Crnogorski racconta la tragica vicenda di una ragazza che cerca inutilmente di abortire utilizzando tutti i mezzi legali a disposizione passando, con la sua bambina, da un ufficio e da un ambulatorio all’altro ricevendo solo risposte negative o vaghe promesse. Alla fine è costretta a rivolgersi ad una struttura clandestina che le sarà fatale. Mentre la sua bambina, rimasta sola nella livida sala d’aspetto dell’improvvisata sala operatoria, aspetta inutilmente il ritorno della madre. Un racconto a forti tinte con cui il cineasta russo riesce a coinvolgere lo spettatore grazie ad un uso fortissimo e angoscioso della macchina a mano che aggiunge drammaticità alla vicenda. Altrettanto drammatico è un altro bel film della stessa sezione, “Hatch/Schiudere” dei canadesi Alireza Kazemipour e PantaMosleh, che raccontano la storia di Naajl, un ragazzo afghano rifugiato che attraversa il confine clandestinamente nascosto dentro una cisterna d’acqua insieme alla madre e ad altri fuggiaschi. Sfortunatamente la made muore affogata insieme agli altri clandestini e solo Naajl sopravvive e viene affidato ad una famiglia della zona, ma il ragazzo non riesce a superare il trauma della perdita della madre e continua a rivivere la stessa scena tragica della cisterna d’acqua ogni volta che si trova vicino ad un pozzo o ad un qualsivoglia contenitore dello stesso liquido. Tragica storia di emigrazione, emblematica delle tante vite spezzate nel tentativo di fuggire da guerre e miseria che entrano nella nostra quotidianità mediatica senza soluzione apparente, raccontata con grande partecipazione emotiva ed asciuttezza linguistica dai due autori. Perfino la sezione dedicata al cinema d’animazione, Animare, appare attraversata dalle paure e dai problemi più drammatici del nostro tempo. Lo spagnolo “Davi” di Jùlia Gonzalez racconta il destino diverso che tocca a due fratelli durante una guerra, testimoniato da un orsacchiotto di pezza che assiste alla morte tragica del primo e rimane come unico ricordo del fratello per quello sopravvissuto. Mentre il francese “I fiori di Malva” realizzato da sette autori diversi racconta una storia di terribile attualità ambientata all’interno di uno sperduto villaggio ucraino martoriato dalla guerra attualmente in corso. Nina, una anziana signora, una delle poche persone rimaste nel villaggio a causa della guerra, accoglie la nipotina Yana e per proteggerla dalla guerra cerca di convincere in tutti i modi la bambina che quella che sta vivendo è solo una semplice vacanza, nascondendole gli effetti più evidenti del conflitto che sta devastando il paese. I fori dei proiettili sul cancello diventano fiori, i bombardamenti gioiosi fuochi d’artificio. Ma alla fine la nonna non riesce più a nascondere la realtà ed è costretta a fuggire dalla guerra insieme alla nipote. Mentre in lontananza i bombardamenti riprendono.
Marcello Cella
Paul Vangelisti, poeta dell’esilio, cittadino del mondo
Durante Italia Film Fedic 2026 è stato presentato il cortometraggio “Green Wind” di Corrado Armanetti, suggestivo omaggio al poeta e scrittore italo-americano Paul Vangelisti che abbiamo incontrato dopo la presentazione pubblica del video.
During Italia Film Fedic 2026, the short film *Green Wind* by Corrado Armanetti was presented; it is an evocative tribute to the Italian-American poet and writer Paul Vangelisti, whom we met following the film's public screening.
Uno dei momenti più suggestivi di Italia Film Fedic di quest’anno è stata la presentazione del video “Green Wind” di Corrado Armanetti, realizzato con la collaborazione e la partecipazione del poeta italo-americano Paul Vangelisti. Emigrato negli Stati Uniti di seconda generazione, di padre lucchese e madre lunigianese, e figlio di Guido Zangani, per anni autista di fiducia di Joe di Maggio e Marilyn Monroe, Paul Vangelisti è stato scrittore, poeta, giornalista, professore, direttore di riviste e traduttore dagli anni Sessanta del secolo scorso, ha una trentina di libri di poesia alle spalle e ha condiviso esperienze letterarie con personaggi del calibro di Charles Bukowski, John Fante, Leroy Jones, Hubert Selby Junior e molti altri scrittori americani della generazione beat.
“Green Wind” è un omaggio allo scrittore da parte del cineasta Corrado Armanetti, lunigianese come Vangelisti, che utilizza il suo omonimo poema, recitato in inglese dalla voce salmodiante dell’autore che si incrocia con la voce femminile, in italiano, di Cristiana Baldini, sulle immagini suggestive della sua terra d’origine, la Lunigiana, ed alcune fotografie in bianco e nero della sua giovinezza americana e della sua famiglia di emigrati all’inizio del secolo scorso. E in effetti il testo poetico è qualcosa che è legato profondamente alla sua esperienza di poeta migrante, la storia di “qualcuno che non sta né di qui, né di là”, come scrive in un’altra sua poesia del passato. Ma anche un testo profondamente intriso della nostalgia per la propria terra di origine (“Noi siamo qui/ Non c’è un altro posto dove andare”) e della consapevole necessità di conoscere e ritrovare le proprie radici, anche e soprattutto dopo una vita passata troppo spesso in esilio, nella solitudine non sempre creativa del “Grande Nulla” di Los Angeles e aver respirato l’aria illusoria dei grandi sogni hollywoodiani e le sue ombre. Così il poema (e il cortometraggio) può concludersi con queste parole: “La notte più profonda/ un tempo nostalgica/ si illumina/ là dove siamo già stati”.
Noi l’abbiamo incontrato in un momento successivo all’incontro col pubblico parlando della scena rock di Los Angeles, del suo lavoro di giornalista per la celebre rivista musicale Rolling Stone, e di Ezra Pound. E incontrare un personaggio come Vangelisti è come ripercorrere la storia, la cultura e, soprattutto, la controcultura americana di mezzo secolo, immergersi nelle conversazioni poetiche della beat generation, nelle discussioni chilometriche, lisergiche e senza logica apparente degli anni sognanti del Flower Power in cui c’era chi componeva canzoni che duravano anche 10 o 20 minuti, incuranti di ogni aspetto industriale e finanziario, ma solo per il piacere di farlo.
M.C.: “Lei, nel corso ella sua vita ha avuto a che fare con poeti, scrittori, artisti americani degli anni ’60 - ’70 che rapporti ha avuto con la vivace scena rock di quel periodo?
Paul Vangelisti: “Quasi niente perché la scena rock si è sviluppata intorno al 1966-’67 ed è durata più o meno cinque anni. Io ho lavorato alla rivista Rolling Stone, subito dopo quegli anni. Dopo il 1972 la musica rock cambia completamente, non viene più classificata come tale, ma viene diversificata in generi. Il primo filone importante è stato il glam rock. C’era gente come David Bowie, Gary Glitter, e altri. Ma questi termini non erano inventati dai musicisti, ma dalle case discografiche. Per esempio, nel 1968 c’era la scena californiana e tutte le case discografiche erano a Los Angeles e San Francisco, non a New York dove c’erano le case discografiche della musica jazz. Tutto è nato grazie alle radio. Fra il 1966 e il 1971 c’erano tutte queste radio commerciali in FM, anche se le canzoni duravano dieci minuti. C’era gente come i Grateful Dead, i Jefferson Airplane, i Quicksilver Messenger Service e molti altri. Tutta la loro musica veniva programmata da queste radio Free Form. Due canzoni duravano anche 20 minuti. Impensabile oggi. C’era anche la stampa Free Press che campava all’85% con la pubblicità di questi dischi. Il governo e la CIA cercarono di fermare tutto ciò perché non volevano un giornalismo indipendente. La CIA fece pressione sulle case discografiche perché non facessero pubblicità su questi giornali e riviste. Così la stampa indipendente è finita. Fra il 1972 e il 1974 tutto ciò è finito. Prima c’erano solo musica rock e musica nera. Dopo l’industria ha preso il sopravvento e sono nati i generi musicali”.
M.C.: “Lei ha tradotto le opere della figlia di Ezra Pound. Immagino lei sappia come viene considerato Pound in Italia e la lettura ideologica che l’estrema destra politica fa della sua opera. Cosa ne pensa?”
P.V.: “La figlia di Ezra Pound ha fatto causa a Casapound e ha vinto. Prima si chiamava Casa Ezra Pound. Dopo è diventata Casapound. Voi venite da Pisa e i suoi “Canti pisani” sono una delle cose più grandi che ha scritto. La lettura ideologica delle sue opere però è anche colpa sua. Infatti alla fine lui scriveva: “Ho fatto degli sbagli enormi. Spero che quelli che amo mi perdonino. Non capivo quello che stavo dicendo”.
A cura di Marcello Cella





















