Italia Film Fedic 2025 - I film
Cinema di confine sull’orlo di una crisi
Il racconto di confini mentali e materiali da superare è stato il tema ricorrente dei film presentati a Italia Film Fedic 2025.
Se esiste un linguaggio in grado di raccontare i mutamenti sociali e di far emergere le convergenze tematiche che avvengono fra le storie narrate da autori anche lontanissimi fra loro per provenienza geografica, background culturale e approccio stilistico questo è il cinema. Puntualmente anche i film presentati all’interno della rassegna di Italia Film Fedic 2025 hanno avuto questa particolare caratterizzazione, come se al di là della distanza e delle differenze molti autori manifestassero la stessa sensibilità rispetto a ciò che avviene nel mondo. Molti sono stati infatti i film che hanno privilegiato il racconto di confini materiali o mentali da superare, di cambiamenti avvertiti come liberatori o traumatici o entrambe le cose, di un mondo (mondi) che ha perso i vecchi punti di riferimento ed è in una fase di transizione dagli esiti incerti, di personaggi sfumati, malinconici, insicuri, della necessità di ridefinire l’identità di luoghi e persone che si pensavano saldi come rocce nella tempesta fino ad un momento prima e che improvvisamente appaiono fragili e alla deriva come pezzi di carta maltrattati da un vento impetuoso e impietoso. Paradossalmente sono proprio i personaggi che potrebbero essere considerati sulla carta più fragili e marginali come le donne, gli omosessuali, gli anziani, i giovani, i solitari a reagire spesso nel modo più imprevedibile e a superare quei confini materiali e/o mentali in cui li rinchiude la loro condizione di partenza. A questo proposito tra i film della sezione Fedic World, in concorso, risaltano i personaggi femminili del kazako “Burul” di Adilet Karzhoev, del francese “Qu’importe la distance” di Léo Fontane e del cipriota “The Three Sisters”di Timur Kognov. In “Burul” la giovane protagonista è un’appassionata di wrestling e vorrebbe imparare tutte le mosse e i segreti di questo sport, ma le tradizioni familiari, i condizionamenti sociali di una società profondamente arretrata le imporrebbero un futuro di donna sottomessa ad un ordine maschile e ad un matrimonio combinato da cui riesce alla fine a sfuggire, e ad affermare in questo modo inaspettato la propria identità di donna anche rispetto alla famiglia di origine, proprio grazie alle mosse imparate osservando alcuni ragazzi che praticano questo sport in una palestra del villaggio in cui vive. Curiosamente si tratta di una storia che ha grandi somiglianze con il film italiano, presentato all’interno della sezione Fedic Italia, ma dal coté balcanico, “Majoneze” di Giulia Grandinetti, che racconta in un fulgido bianco e nero le vicende di una giovane ragazza albanese, Elyria, promessa sposa ad un uomo scelto dal padre, mentre lei invece ama un ragazzo serbo, Goran, che riesce a fuggire il giorno delle nozze prendendo coscienza per la prima volta di ciò che veramente è importante per la sua vita e che non coincide né con le scelte del padre e forse nemmeno con le intenzioni di Goran. “Qu’importe la distance” invece ha per protagonista un’infermiera di colore che fa il turno di notte e che attraversa tutta la città ancora addormentata e pervasa da pericoli e imprevisti di ogni genere per andare a trovare il figlio in carcere. Un tono più allegro e disincantato è quello scelto dal regista cipriota Timur Kognov nel suo film d’animazione “Three Sisters”, che racconta con vivacità e acutezza psicologica la storia di tre sorelle che vivono su un’isola deserta conducendo una vita metodica e solitaria. Fino a quando la loro routine non viene sconvolta dall’arrivo sull’isola di un aitante marinaio che innesca nelle tre donne un bailamme di invidie, rivalità e dispetti, ma anche una serie sconcertante e travolgente di scoperte interiori, di nuove passioni e nuovi stili di vita che non pensavano di avere nelle loro corde, ma che le cambierà profondamente e felicemente anche dopo la partenza del bel marinaio. Due personaggi femminili problematici alle prese con confini, in questo caso psicologici e mentali, da affrontare e superare emergono anche dalla sezione Fedic Scuola, nei due film “Piccoli passi” di Nicolò Riboni, IED Milano, e “Ronzìo” di Pio Bruno, Liceo De Sanctis - Deledda, Cagliari. Protagonista di “Piccoli passi” e un’adolescente, Ginevra, che un giorno decide di non nascondere più il grave difetto fisico che la perseguita e che consente ai compagni di prenderla in giro. La sua scelta è dolorosa e la fa soffrire, ma poco alla volta le consente di accettare il proprio corpo così com’è, di vederne e valorizzarne le qualità e di aiutare un suo compagno analogamente tormentato dalla timidezza e dagli stereotipi di genere che non gli permettono di partecipare alla vita sociale della classe. Mentre “Ronzìo” racconta con sensibilità non comune la vita problematica di un’altra ragazza, Alma, affetta da ADHD, patologia che le impedisce di avere una vita sociale soddisfacente e di superare i blocchi mentali che la tormentano ogni volta che deve affrontare una prova d’esame. Solo il suo lavoro quotidiano con le api accanto al padre che è un apicoltore e la aiuta con grande tenerezza le consentirà di affrontare per la prima volta l’esame di un concorso.
Altri film scelgono di raccontare questo spaesamento psicologico, culturale, esistenziale che costringe i personaggi a ridefinire la propria identità nel confronto/scontro con i confini tracciati dai propri pregiudizi e dai condizionamenti sociali affidandosi a protagonisti bizzarri, lunari, fuori contesto e ad uno stile di racconto a metà strada fra la satira sociale e la commedia surreale. E’ questo il caso del turco “Eksi Bir” di Umer Ferhat Ozmen, dello svedese “Jag ar elden” di Patrik Eklund e dell’israeliano “Suisunday” di Tal Menkes, tutti presentati all’interno della sezione Fedic World. In “Eksi bir”, Enver, un anziano inquilino di un palazzo popolare, cerca di raccogliere le firme dei suoi condomini per far allontanare i nuovi inquilini (stranieri) che vivono nel seminterrato e che lo ammorbano con gli odori della loro cucina, salvo scoprire, dopo innumerevoli incontri con gli altri inquilini e una serie di fraintendimenti tragicomici che le loro pietanze non sono così male, costringendolo ad una veloce marcia indietro. I personaggi del film svedese e di quello israeliano curiosamente si assomigliano nelle loro farneticazioni esistenziali e nella loro solitudine. Il protagonista di “Jag ar elden”, Kaj, un cinquantatreenne depresso, goffo nelle sue manifestazioni d’affetto e tragicomicamente inadeguato sul posto di lavoro sogna inutilmente di fare la corte ad una collega cercando di essere quello che non è, cioè un uomo forte e sicuro di sé, determinato nelle proprie scelte di vita, salvo poi scoprire che ciò che attrae gli altri è proprio la sua palese goffaggine e non l’immagine macho che vorrebbe esprimere nei rapporti interpersonali. Mentre il giovane aspirante suicida protagonista di “Suisunday” appare anch’esso inadatto alla vita moderna e cerca di acquisire una relazione positiva con il mondo e con gli altri proprio a partire dalla sua decisione di suicidarsi. Ma proprio quella decisione sempre rimandata alla fine è ciò che gli permette di scoprire il valore del tempo vuoto, del quotidiano vissuto senza nevrosi e senza obiettivi stringenti, senza false ambizioni, delle piccole cose che prima non riusciva nemmeno a percepire, cioè della vita così com’è. Così il suicidio, sempre rimandato ad un momento più adatto, perde la sua funzione rigeneratrice e definitiva, e scompare dal suo orizzonte di vita.
Altri film raccontano di altre solitudini affidandosi a personaggi notturni, tormentati, inquietanti alle prese con conflitti più grandi di loro, con barriere psicologiche e sociali molto più violente. E’ questo il caso del film “Lucciole” di Pietro Pedrazzoli, presentato all’interno della sezione Fedic Italia, ma anche di due film molto forti presentati nella sezione Fedic Club come “Nel buio” di Massimiliano Centofanti e “”Sette minuti” di Alessia Bottone. Il protagonista di “Lucciole” e un anziano, solitario insegnante che passa le notti a scrivere misteriosi appunti in bar aperti fino a tarda ora e a cercare di trovare chi gli ha ucciso il figlio investendolo con la macchina. I suoi percorsi notturni e gli incontri che fa in ambienti che mai avrebbe pensato di frequentare lo conducono alla scoperta di ciò che lo tormenta e ad una sanguinosa vendetta. Tono ugualmente drammatico è quello del film “Sette minuti” in cui il protagonista è un anziano omosessuale alle prese con il ricordo di una sua vecchia fiamma che, durante gli anni Sessanta, alla fine scelse di non rivelarsi e di nascondersi all’interno del conformismo funereo di una coppia eterosessuale borghese. “Mario è tutto fuorché quello che è veramente”, afferma nelle sue riflessioni interiori accompagnate dal dolente bianco e nero di film d’epoca. Ma di Mario non gli rimane che una maglietta dimenticata, l’unico suo ricordo. Il protagonista di “Nel buio” è invece un bambino, costretto da una non precisata guerra che divampa nelle vicinanze della sua casa, a nascondersi e a giocare da solo con la propria immaginazione in una cantina, nel buio. “A me il buio non mi piace”, afferma arrampicandosi ad una finestrella per guardare fuori. “I colori sono più belli se illuminati dal sole”. Ma intanto il rumore delle granate e dei colpi di mitraglia si avvicinano…
Un tono più fiabesco è quello scelto invece dal film “E’ stato un sogno” di Stefano Bolossi, presentato all’interno di Fedic Scuola, per raccontare la ritrosia di un anziano vedovo ad accettare una vita diversa da quella solitaria e metodica a cui si è condannato dopo la morte della moglie. In questo caso il confine è quello che separa una vita fatta solo di ricordi, e quella che potrebbe ancora essere. Alla fine l’evento inaspettato di una festa di quartiere lo costringe ad uscire dalle mura di sconforto che si è autoimposto e lo mette finalmente nella condizione di provare a vedere e ad immaginare la vita in un modo diverso.
Infine, rimanendo in tema, è giusto citare anche lo struggente cortometraggio presentato all’interno della rassegna dedicata ai viaggio in treno, “Train”, intitolato “En route” del regista cinese Xu Zhang, in cui tre gruppi di sconosciuti viaggiatori che non parlano la stessa lingua sono costretti dagli eventi a comunicare fra loro e ad affidare le proprie riflessioni a persone che non capiscono il senso letterale delle loro confessioni, ma capiscono benissimo il loro stato d’animo solo dal tono della loro voce e in questo modo riescono a superare i limiti linguistici alla loro comprensione.
Italia Film Fedic 2025 - I convegni
Persone, luoghi e cose
Il rapporto fra cinema e ambiente e le disuguaglianze sociali raccontate dal regista inglese Ken Loach i temi dei convegni di Italia Film Fedic 2025.
Le mostre del cinema di Montecatini hanno sempre avuto, accanto ad una nutrita serie di film in visione, momenti di riflessione sul cinema che si sono spesso rivelati occasioni per analizzare in profondità fenomeni sociali e culturali più vasti. Anche l’edizione del 2025 non ha fatto eccezione con i due convegni “Cinema e ambiente - Mille e una storia, tra passato e futuro”, condotto dalla studiosa Gabriella Maldini, e “Ken Loach. Il cinema come lotta e testimonianza”, presentato dal saggista e critico cinematografico Roberto Lasagna.
Piuttosto sorprendente si è rivelato il convegno di Gabriella Baldini, studiosa che lavora presso l’Associazione Nuova Civiltà delle Macchine di Forlì, sul rapporto che il cinema ha spesso avuto con le tematiche ambientali. Generalmente si pensa che le questioni ambientali siano un’acquisizione recente del cinema, in sintonia con l’evoluzione e la accresciuta consapevolezza dell’opinione pubblica, mentre Baldini ha dimostrato che questo rapporto esiste da molto tempo, inquadrando questa relazione attraverso una carrellata di film che vanno dalla prima ripresa del fratelli Lumière del 1896, “Puits de pétrole à Bakou”, sulle trivellazioni in Azerbaijan, fino ai più recenti documentari di denuncia socio-ambientale come “Cowspiracy” del 2014, come il francese “Domani”, del 2016, o gli statunitensi “Kiss the ground” (2020) e “Il mio amico in fondo al mare”, premio Oscar nel 2021, comprendendo in questa panoramica film di epoche e di generi assai diversi. Ciò che è sicuro è che, a prescindere dall’anno di produzione e dal genere filmico utilizzato, il cinema di tematiche ambientaliste ha sempre oscillato fra un atteggiamento di profondo rispetto per la natura e un’esigenza di denuncia dei rischi a cui questa stessa natura era (è) soggetta a causa dello sfruttamento scriteriato delle sue risorse a fini di profitto da parte dell’uomo. Denuncia del nostro stile di vita che spesso è sfociata nel vagheggiamento di una fuga dalla nostra presunta civiltà per tornare ad un rapporto più diretto con l’ambiente naturale, più rispettoso dei suoi spazi e dei suoi tempi, in una sorta di ricongiungimento spirituale con la propria più intima natura umana. Senz’altro i documentari degli anni ’20 del secolo scorso di Robert Flaherty, come i film più recenti di Franco Piavoli rientrano nella prima definizione del tema, come anche il bellissimo film di Wim Wenders “Il sale della terra” (2014) sulla vita e le opere del grande fotografo brasiliano Sebastiao Salgado. Film che peraltro può in parte essere accostato anche a quella tipologia di cinema che racconta storie di fuga dalla civiltà dei consumi come “Easy rider” di Dennis Hopper (1969), “Into the wild” di Sean Penn (2007) o “Captain Fantastic” (2016) di Matt Ross, e perfino ai primi film americani incentrati sulla figura di Tarzan. Mentre ben più nutrita è la serie di film che fin dall’epoca del muto hanno tentato di mettere in guardia gli esseri umani dai rischi disumanizzanti di un’eccessivo culto della tecnologia e di uno sfruttamento sempre più accanito delle risorse terrestri. In questo caso si va da “Metropolis” (1927) di Fritz Lang a “Ultimatum alla terra” (1951) di Robert Weiss, da “Hiroshima non amour” (1959) di Alain Resnais a “Il dottor Stranamore” (1964) di Stanley Kubrick, da “I sopravvissuti” (1973) di Richard Fleischer a “L’uomo che cadde sulla Terra” (1976) di Nicolas Roeg. L’età contemporanea ci ha invece fornito una nutrita serie di documentari di denuncia come “Cowspiracy”, prodotto da Leonardo Di Caprio, sulle condizioni terribili degli allevamenti intensivi e la cosciente necessità di cambiare le nostre abitudini alimentari, come “Domani” di Cyril Dion e Mélanie Laurent e “Kiss the ground” di Joshua Ticket e Rebecca Harrell Tickell, sulla necessità sempre più impellente di allontanarci dalla follia consumistica del mondo capitalista per evitare l’estinzione della specie umana, attraverso la diversificazione delle colture, allevamenti non intensivi e diete a base vegetale.
Proprio questo intento di denuncia delle disfunzioni strutturali dell’occidente capitalista è ciò che accomuna molti dei documentari ambientalisti con l’opera di Ken Loach, oggetto del secondo convegno della 75^ edizione di Italia Film Fedic, condotto dal critico cinematografico Roberto Lasagna. Anche in questo caso, la carrellata di film del regista inglese posti all’attenzione del pubblico sono stati l’occasione per soffermarsi su alcuni nodi tematici ricorrenti nella sua opera. Un brano di una sua intervista televisiva presentato da Lasagna è apparso subito molto significativo: “Io parlo di persone che resistono, ma la loro è una voce che viene silenziata ed è mio compito farla ascoltare. Non trovano spazio nei mezzi di comunicazione che sono in mano ai grandi gruppi di potere, di coloro che generano questi stessi problemi, che si tratti di grandi imprese private o di istituzioni statali, perchè le istituzioni statali si sono ridotte ad essere il megafono del potere”. Una presa di posizione coerente e “trasparente” in tutta la sua opera, dalle prime prove televisive agli ultimi acclamati film. L’attenzione per gli ultimi, per la marginalità sociale, per i sobborghi che essi abitano, lontano dalle luccicanti vetrine del centro città si esprime in una durissima critica al principio di autorità di cui si fanno portatrici soprattutto le protagoniste femminili, spesso donne sole, ma libere, in lotta contro l’emarginazione indotta dalle politiche sociali del governo. Il cinema di Ken Loach si connota come uno sguardo sulla società capitalistica attuale, sulle sue disuguaglianze, sulle trasformazioni del mondo del lavoro, in particolare della classe operaia, sulle nuove forme di proletariato e di marginalità. Se la famosa affermazione di Margaret Tatcher, “la società non esiste, esistono solo gli individui” è ancora oggi il mantra dei nuovi e vecchi potenti, il cinema di Ken Loach si situa sulla sponda opposta, quella dell’appartenenza. “Appartenenza in primo luogo ad una classe sociale, ad un popolo, ad una comunità, ad una storia condivisa e ad un istintivo ideale di giustizia che non viene meno neppure di fronte ai rovesci che il destino riserva o che l’autorità, nelle sue varie forme, impone”, come lo stesso Lasagna scrive nel suo bel libro dedicato al cinema del regista inglese, “Ken Loach. Il cinema come lotta e testimonianza” (Edizioni Falsopiano, 2024). Da qui la necessità di decostruire il discorso dei potenti, la rivolta necessaria contro l’ingiustizia e contro un modello di società e di sviluppo fortemente iniquo, insostenibile e insopportabile. In fondo tutta l’opera di Ken Loach risponde sempre alla solita domanda: “siamo cose o persone”?.
Marcello Cella

















