lunedì 9 febbraio 2026

Italia Film Fedic 2025 - I film


Cinema di confine sull’orlo di una crisi


Il racconto di confini mentali e materiali da superare è stato il tema ricorrente dei film presentati a Italia Film Fedic 2025.


Se esiste un linguaggio in grado di raccontare i mutamenti sociali e di far emergere le convergenze tematiche che avvengono fra le storie narrate da autori anche lontanissimi fra loro per provenienza geografica, background culturale e approccio stilistico questo è il cinema. Puntualmente anche i film presentati all’interno della rassegna di Italia Film Fedic 2025 hanno avuto questa particolare caratterizzazione, come se al di là della distanza e delle differenze molti autori manifestassero la stessa sensibilità rispetto a ciò che avviene nel mondo. Molti sono stati infatti i film che hanno privilegiato il racconto di confini materiali o mentali da superare, di cambiamenti avvertiti come liberatori o traumatici o entrambe le cose, di un mondo (mondi) che ha perso i vecchi punti di riferimento ed è in una fase di transizione dagli esiti incerti, di personaggi sfumati, malinconici, insicuri, della necessità di ridefinire l’identità di luoghi e persone che si pensavano saldi come rocce nella tempesta fino ad un momento prima e che improvvisamente appaiono fragili e alla deriva come pezzi di carta maltrattati da un vento impetuoso e impietoso. Paradossalmente sono proprio i personaggi che potrebbero essere considerati sulla carta più fragili e marginali come le donne, gli omosessuali, gli anziani, i giovani, i solitari a reagire spesso nel modo più imprevedibile e a superare quei confini materiali e/o mentali in cui li rinchiude la loro condizione di partenza. A questo proposito tra i film della sezione Fedic World, in concorso, risaltano i personaggi femminili del kazako “Burul” di Adilet Karzhoev, del francese “Qu’importe la distance” di Léo Fontane e del cipriota “The Three Sisters”di Timur Kognov. In “Burul” la giovane protagonista è un’appassionata di wrestling e vorrebbe imparare tutte le mosse e i segreti di questo sport, ma le tradizioni familiari, i condizionamenti sociali di una società profondamente arretrata le imporrebbero un futuro di donna sottomessa ad un ordine maschile e ad un matrimonio combinato da cui riesce alla fine a sfuggire, e ad affermare in questo modo inaspettato la propria identità di donna anche rispetto alla famiglia di origine, proprio grazie alle mosse imparate osservando alcuni ragazzi che praticano questo sport in una palestra del villaggio in cui vive. Curiosamente si tratta di una storia che ha grandi somiglianze con il film italiano, presentato all’interno della sezione Fedic Italia, ma dal coté balcanico, “Majoneze” di Giulia Grandinetti, che racconta in un fulgido bianco e nero le vicende di una giovane ragazza albanese, Elyria, promessa sposa ad un uomo scelto dal padre, mentre lei invece ama un ragazzo serbo, Goran, che riesce a fuggire il giorno delle nozze prendendo coscienza per la prima volta di ciò che veramente è importante per la sua vita e che non coincide né con le scelte del padre e forse nemmeno con le intenzioni di Goran. “Qu’importe la distance” invece ha per protagonista un’infermiera di colore che fa il turno di notte e che attraversa tutta la città ancora addormentata e pervasa da pericoli e imprevisti di ogni genere per andare a trovare il figlio in carcere. Un tono più allegro e disincantato è quello scelto dal regista cipriota Timur Kognov nel suo film d’animazione “Three Sisters”, che racconta con vivacità e acutezza psicologica la storia di tre sorelle che vivono su un’isola deserta conducendo una vita metodica e solitaria. Fino a quando la loro routine non viene sconvolta dall’arrivo sull’isola di un aitante marinaio che innesca nelle tre donne un bailamme di invidie, rivalità e dispetti, ma anche una serie sconcertante e travolgente di scoperte interiori, di nuove passioni e nuovi stili di vita che non pensavano di avere nelle loro corde, ma che le cambierà profondamente e felicemente anche dopo la partenza del bel marinaio. Due personaggi femminili problematici alle prese con confini, in questo caso psicologici e mentali, da affrontare e superare emergono anche dalla sezione Fedic Scuola, nei due film “Piccoli passi” di Nicolò Riboni, IED Milano, e “Ronzìo” di Pio Bruno, Liceo De Sanctis - Deledda, Cagliari. Protagonista di “Piccoli passi” e un’adolescente, Ginevra, che un giorno decide di non nascondere più il grave difetto fisico che la perseguita e che consente ai compagni di prenderla in giro. La sua scelta è dolorosa e la fa soffrire, ma poco alla volta le consente di accettare il proprio corpo così com’è, di vederne e valorizzarne le qualità e di aiutare un suo compagno  analogamente tormentato dalla timidezza e dagli stereotipi di genere che non gli permettono di partecipare alla vita sociale della classe. Mentre “Ronzìo” racconta con sensibilità non comune la vita problematica di un’altra ragazza, Alma, affetta da ADHD, patologia che le impedisce di avere una vita sociale soddisfacente e di superare i blocchi mentali che la tormentano ogni volta che deve affrontare una prova d’esame. Solo il suo lavoro quotidiano con le api accanto al padre che è un apicoltore e la aiuta con grande tenerezza le consentirà di affrontare per la prima volta l’esame di un concorso. 

Altri film scelgono di raccontare questo spaesamento psicologico, culturale, esistenziale che costringe i personaggi a ridefinire la propria identità nel confronto/scontro con i confini tracciati dai propri pregiudizi e dai condizionamenti sociali affidandosi a protagonisti bizzarri, lunari, fuori contesto e ad uno stile di racconto a metà strada fra la satira sociale e la commedia surreale. E’ questo il caso del turco “Eksi Bir” di Umer Ferhat Ozmen, dello svedese “Jag ar elden” di Patrik Eklund e dell’israeliano “Suisunday” di Tal Menkes, tutti presentati all’interno della sezione Fedic World. In “Eksi bir”, Enver, un anziano inquilino di un palazzo popolare, cerca di raccogliere le firme dei suoi condomini per far allontanare i nuovi inquilini (stranieri) che vivono nel seminterrato e che lo ammorbano con gli odori della loro cucina, salvo scoprire, dopo innumerevoli incontri con gli altri inquilini e una serie di fraintendimenti tragicomici che le loro pietanze non sono così male, costringendolo ad una veloce marcia indietro. I personaggi del film svedese e di quello israeliano curiosamente si assomigliano nelle loro farneticazioni esistenziali e nella loro solitudine. Il protagonista di “Jag ar elden”, Kaj, un cinquantatreenne depresso, goffo nelle sue manifestazioni d’affetto e tragicomicamente inadeguato sul posto di lavoro sogna inutilmente di fare la corte ad una collega cercando di essere quello che non è, cioè un uomo forte e sicuro di sé, determinato nelle proprie scelte di vita, salvo poi scoprire che ciò che attrae gli altri è proprio la sua palese goffaggine e non l’immagine macho che vorrebbe esprimere nei rapporti interpersonali. Mentre il giovane aspirante suicida protagonista di “Suisunday” appare anch’esso inadatto alla vita moderna e cerca di acquisire una relazione positiva con il mondo e con gli altri proprio a partire dalla sua decisione di suicidarsi. Ma proprio quella decisione sempre rimandata alla fine è ciò che gli permette di scoprire il valore del tempo vuoto, del quotidiano vissuto senza nevrosi e senza obiettivi stringenti, senza false ambizioni, delle piccole cose che prima non riusciva nemmeno a percepire, cioè della vita così com’è. Così il suicidio, sempre rimandato ad un momento più adatto, perde la sua funzione rigeneratrice e definitiva, e scompare dal suo orizzonte di vita. 

Altri film raccontano di altre solitudini affidandosi a personaggi notturni, tormentati, inquietanti alle prese con conflitti più grandi di loro, con barriere psicologiche e sociali molto più violente. E’ questo il caso del film “Lucciole” di Pietro Pedrazzoli, presentato all’interno della sezione Fedic Italia, ma anche di due film molto forti presentati nella sezione Fedic Club come “Nel buio” di Massimiliano Centofanti e “”Sette minuti” di Alessia Bottone. Il protagonista di “Lucciole” e un anziano, solitario insegnante che passa le notti a scrivere misteriosi appunti in bar aperti fino a tarda ora e a cercare di trovare chi gli ha ucciso il figlio investendolo con la macchina. I suoi percorsi notturni e gli incontri che fa in ambienti che mai avrebbe pensato di frequentare lo conducono alla scoperta di ciò che lo tormenta e ad una sanguinosa vendetta. Tono ugualmente drammatico è quello del film “Sette minuti” in cui il protagonista è un anziano omosessuale alle prese con il ricordo di una sua vecchia fiamma che, durante gli anni Sessanta, alla fine scelse di non rivelarsi e di nascondersi all’interno del conformismo funereo di una coppia eterosessuale borghese. “Mario è tutto fuorché quello che è veramente”, afferma nelle sue riflessioni interiori accompagnate dal dolente bianco e nero di film d’epoca. Ma di Mario non gli rimane che una maglietta dimenticata, l’unico suo ricordo. Il protagonista di “Nel buio” è invece un bambino, costretto da una non precisata guerra che divampa nelle vicinanze della sua casa, a nascondersi e a giocare da solo con la propria immaginazione in una cantina, nel buio. “A me il buio non mi piace”, afferma arrampicandosi ad una finestrella per guardare fuori. “I colori sono più belli se illuminati dal sole”. Ma intanto il rumore delle granate e dei colpi di mitraglia si avvicinano…

Un tono più fiabesco è quello scelto invece dal film “E’ stato un sogno” di Stefano Bolossi, presentato all’interno di Fedic Scuola, per raccontare la ritrosia di un anziano vedovo ad accettare una vita diversa da quella solitaria e metodica a cui si è condannato dopo la morte della moglie. In questo caso il confine è quello che separa una vita fatta solo di ricordi, e quella che potrebbe ancora essere. Alla fine l’evento inaspettato di una festa di quartiere lo costringe ad uscire dalle mura di sconforto che si è autoimposto e lo mette finalmente nella condizione di provare a vedere e ad immaginare la vita in un modo diverso. 

Infine, rimanendo in tema, è giusto citare anche lo struggente cortometraggio presentato all’interno della rassegna dedicata ai viaggio in treno, “Train”, intitolato “En route” del regista cinese Xu Zhang, in cui tre gruppi di sconosciuti viaggiatori che non parlano la stessa lingua sono costretti dagli eventi a comunicare fra loro e ad affidare le proprie riflessioni a persone che non capiscono il senso letterale delle loro confessioni, ma capiscono benissimo il loro stato d’animo solo dal tono della loro voce e in questo modo riescono a superare i limiti linguistici alla loro comprensione.



Italia Film Fedic 2025 - I convegni


Persone, luoghi e cose


Il rapporto fra cinema e ambiente e le disuguaglianze sociali raccontate dal regista inglese Ken Loach i temi dei convegni di Italia Film Fedic 2025.


Le mostre del cinema di Montecatini hanno sempre avuto, accanto ad una nutrita serie di film in visione, momenti di riflessione sul cinema che si sono spesso rivelati occasioni per analizzare in profondità fenomeni sociali e culturali più vasti. Anche l’edizione del 2025 non ha fatto eccezione con i due convegni “Cinema e ambiente - Mille e una storia, tra passato e futuro”, condotto dalla studiosa Gabriella Maldini, e “Ken Loach. Il cinema come lotta e testimonianza”, presentato dal saggista e critico cinematografico Roberto Lasagna.

Piuttosto sorprendente si è rivelato il convegno di Gabriella Baldini, studiosa che lavora presso l’Associazione Nuova Civiltà delle Macchine di Forlì, sul rapporto che il cinema ha  spesso avuto con le tematiche ambientali. Generalmente si pensa che le questioni ambientali siano un’acquisizione recente del cinema, in sintonia con l’evoluzione e la accresciuta consapevolezza dell’opinione pubblica, mentre Baldini ha dimostrato che questo rapporto esiste da molto tempo, inquadrando questa relazione attraverso una carrellata di film che vanno dalla prima ripresa del fratelli Lumière del 1896, “Puits de pétrole à Bakou”, sulle trivellazioni in Azerbaijan, fino ai più recenti documentari di denuncia socio-ambientale come “Cowspiracy” del 2014, come il francese “Domani”, del 2016, o gli statunitensi “Kiss the ground” (2020) e “Il mio amico in fondo al mare”, premio Oscar nel 2021, comprendendo in questa panoramica film di epoche e di generi assai diversi. Ciò che è sicuro è che, a prescindere dall’anno di produzione e dal genere filmico utilizzato, il cinema di tematiche ambientaliste ha sempre oscillato fra un atteggiamento di profondo rispetto per la natura e un’esigenza di denuncia dei rischi a cui questa stessa natura era (è) soggetta a causa dello sfruttamento scriteriato delle sue risorse a fini di profitto da parte dell’uomo. Denuncia del nostro stile di vita che spesso è sfociata nel vagheggiamento di una fuga dalla nostra presunta civiltà per tornare ad un rapporto più diretto con l’ambiente naturale, più rispettoso dei suoi spazi e dei suoi tempi, in una sorta di ricongiungimento spirituale con la propria più intima natura umana. Senz’altro i documentari degli anni ’20 del secolo scorso di Robert Flaherty, come i film più recenti di Franco Piavoli rientrano nella prima definizione del tema, come anche il bellissimo film di Wim Wenders “Il sale della terra” (2014) sulla vita e le opere del grande fotografo brasiliano Sebastiao Salgado. Film che peraltro può in parte essere accostato anche a quella tipologia di cinema che racconta storie di fuga dalla civiltà dei consumi come “Easy rider” di Dennis Hopper (1969), “Into the wild” di Sean Penn (2007) o “Captain Fantastic” (2016) di Matt Ross, e perfino ai primi film americani incentrati sulla figura di Tarzan. Mentre ben più nutrita è la serie di film che fin dall’epoca del muto hanno tentato di mettere in guardia gli esseri umani dai rischi disumanizzanti di un’eccessivo culto della tecnologia e di uno sfruttamento sempre più accanito delle risorse terrestri. In questo caso si va da “Metropolis” (1927) di Fritz Lang  a “Ultimatum alla terra” (1951) di Robert Weiss, da “Hiroshima non amour” (1959) di Alain Resnais a “Il dottor Stranamore” (1964) di Stanley Kubrick, da “I sopravvissuti” (1973) di Richard Fleischer a “L’uomo che cadde sulla Terra”  (1976) di Nicolas Roeg. L’età contemporanea ci ha invece fornito una nutrita serie di documentari di denuncia come “Cowspiracy”, prodotto da Leonardo Di Caprio, sulle condizioni terribili degli allevamenti intensivi e la cosciente necessità di cambiare le nostre abitudini alimentari, come “Domani” di Cyril Dion e Mélanie Laurent e “Kiss the ground” di Joshua Ticket e Rebecca Harrell Tickell, sulla necessità sempre più impellente di allontanarci dalla follia consumistica del mondo capitalista per evitare l’estinzione della specie umana, attraverso la diversificazione delle colture, allevamenti non intensivi e diete a base vegetale.

Proprio questo intento di denuncia delle disfunzioni strutturali dell’occidente capitalista è ciò che accomuna molti dei documentari ambientalisti con l’opera di Ken Loach, oggetto del secondo convegno della 75^ edizione di Italia Film Fedic, condotto dal critico cinematografico Roberto Lasagna. Anche in questo caso, la carrellata di film del regista inglese posti all’attenzione del pubblico sono stati l’occasione per soffermarsi su alcuni nodi tematici ricorrenti nella sua opera. Un brano di una sua intervista televisiva presentato da Lasagna è apparso subito molto significativo: “Io parlo di persone che resistono, ma la loro è una voce che viene silenziata ed è mio compito farla ascoltare. Non trovano spazio nei mezzi di comunicazione che sono in mano ai grandi gruppi di potere, di coloro che generano questi stessi problemi, che si tratti di grandi imprese private o di istituzioni statali, perchè le istituzioni statali si sono ridotte ad essere il megafono del potere”. Una presa di posizione coerente e “trasparente” in tutta la sua opera, dalle prime prove televisive agli ultimi acclamati film. L’attenzione per gli ultimi, per la marginalità sociale, per i sobborghi che essi abitano, lontano dalle luccicanti vetrine del centro città si esprime in una durissima critica al principio di autorità di cui si fanno portatrici soprattutto le protagoniste femminili, spesso donne sole, ma libere, in lotta contro l’emarginazione indotta dalle politiche sociali del governo. Il cinema di Ken Loach si connota come uno sguardo sulla società capitalistica attuale, sulle sue disuguaglianze, sulle trasformazioni del mondo del lavoro, in particolare della classe operaia, sulle nuove forme di proletariato e di marginalità. Se la famosa affermazione di Margaret Tatcher, “la società non esiste, esistono solo gli individui” è ancora oggi il mantra dei nuovi e vecchi potenti, il cinema di Ken Loach si situa sulla sponda opposta, quella dell’appartenenza. “Appartenenza in primo luogo ad una classe sociale, ad un popolo, ad una comunità, ad una storia condivisa e ad un istintivo ideale di giustizia che non viene meno neppure di fronte ai rovesci che il destino riserva o che l’autorità, nelle sue varie forme, impone”, come lo stesso Lasagna scrive nel suo bel libro dedicato al cinema del regista inglese, “Ken Loach. Il cinema come lotta e testimonianza” (Edizioni Falsopiano, 2024). Da qui la necessità di decostruire il discorso dei potenti, la rivolta necessaria contro l’ingiustizia e contro un modello di società e di sviluppo fortemente iniquo, insostenibile e insopportabile. In fondo tutta l’opera di Ken Loach risponde sempre alla solita domanda: “siamo cose o persone”?.


Marcello Cella

venerdì 9 maggio 2025

 



“No other land”. La terra dei perdenti


“L'uomo appartiene alla terra. La terra non appartiene all'uomo” (Toro Seduto)


”Lontano da casa un uomo è stimato per come appare, in casa è stimato per ciò che è.”  (proverbio cinese)


“Entro i confini del mondo non vi può essere esilio di sorta: nulla, infatti, che si trovi in questo mondo è estraneo all'uomo.” (Seneca)


“Non c'è dolore più grande della perdita della terra natia.” (Euripide)


“La saggezza è saper stare con la differenza senza voler eliminare la differenza” (Gregory Bateson)




Che cosa è “casa? Che cosa vuol dire “abitare un territorio”? Che cosa è un confine e cosa siamo disposti a fare per difenderlo? Che cosa significa vivere in esilio? E chi è il nostro nemico? Domande antiche, perfino ancestrali, concetti su cui il documentario del gruppo di registi 
e attivisti israeliani e palestinesi autori di “No other land” ci costringe a riflettere a partire dalla drammatica situazione del popolo palestinese che essi raccontano con le loro immagini e le loro parole. A cui se ne aggiunge un’altra: quale significato hanno le immagini rispetto alla realtà che raccontano? Possono solo testimoniarla senza avere alcuna possibilità di mutarla oppure hanno anche la capacità di colpire le coscienze degli esseri umani e quindi di realizzare un suo cambiamento in senso positivo? Il documentario non fornisce facili risposte a questi quesiti, ma ha senz’altro la capacità di coinvolgere e costringere lo spettatore a porsi queste domande sia come individuo che come abitante di questa palla vagante nello spazio che chiamiamo Terra. 


Basel Adra è un attivista palestinese che vive con la sua famiglia a Masafer Yatta, un gruppo di venti villaggi al confine sud della Cisgiordania che vivono essenzialmente di un’economia di tipo agricolo. Si tratta di un territorio al confine con Israele, appetito e aggredito da decenni dai coloni che vogliono espandere i loro insediamenti illegali, sostenuti dall’indifferenza, nel migliore dei casi, se non dall’esplicita complicità delle istituzioni e dell’esercito israeliani. Basel, fin da ragazzino ha cercato sempre di filmare e fotografare le difficili condizioni di vita della sua famiglia e della sua popolazione e le continue aggressioni e demolizioni delle abitazioni palestinesi da parte dell’esercito israeliano, a cui, come è noto, basta dichiarare un determinato territorio come “territorio militare” per sfrattare i  suoi legittimi abitanti e abbattere le loro case, le loro scuole e tutte le infrastrutture necessarie a fornire servizi anche di prima necessità come l’acqua o l’energia elettrica nel giro di poche ore. Yuval Abraham è invece un giornalista israeliano che vuole raccontare ai suoi lettori e spettatori la verità, la cruda realtà di un popolo che vive da decenni sotto un’ottusa e violenta occupazione militare, occultata o manipolata in gran parte dai mass media israeliani, impegnati a disegnare e sostenere con ogni mezzo l’immagine di una popolazione palestinese assetata di sangue e nemica degli israeliani. Yuval perciò entra in contatto e diventa amico di Basel, con cui si instaura un rapporto di rispetto reciproco e di collaborazione nel tentativo, forse vano da un punto di vista oggettivo, ms estremamente importante per le loro storie personali, di contribuire a cambiare questa realtà terribile. 




Il film ci getta subito al centro dell’azione. Basel, di notte in automobile è costretto a fermarsi ad un posto di blocco dei soldati israeliani, mentre qualcuno al telefono lo chiama per sollecitare il suo aiuto, una sua presenza. E’ l’ennesimo sopruso che innesca in lui un turbinio di ricordi personali, presentati allo spettatore sotto forma di filmini familiari, momenti gioiosi interrotti drammaticamente dall’arresto del padre. Evento che lo segna profondamente e lo induce a trasformarsi in un testimone-attivista, sempre in prima linea e a rischio della propria vita nel tentativo di aiutare il suo popolo con l’unico metodo, non violento, che conosce, quello di filmare tutto ciò che accade a Masafer Yatta a causa dell’occupazione militare israeliana: i soprusi, le demolizioni delle loro case, subito ricostruite eroicamente di notte e nuovamente demolite dai bulldozer, le percosse, gli insulti, i gesti di scherno, le intimidazioni dei soldati e gli attacchi violenti dei coloni che uccidono impunemente i contadini palestinesi che resistono, ma anche le manifestazioni della popolazione contro l’occupazione, la dignità di persone comuni che chiedono ai soldati e ai loro ufficiali il perchè delle loro azioni ignobili che costringono le famiglie palestinesi a vivere tra le macerie delle loro case o a rifugiarsi nelle grotte come profughi in una terra che abitano da secoli, senza ottenere risposta, o le denunce degli abusi subiti ricevendo, da una corte composta esclusivamente da giudici israeliani, una sbrigativa risposta processuale negativa dopo 22 (?!) anni. E pure le fugaci visite ufficiali di esponenti prestigiosi della comunità internazionale, come quella dell’ex premier inglese Tony Blair (7 minuti netti!) o di giornalisti americani, che non cambiano assolutamente niente delle condizioni drammatiche in cui vive la popolazione palestinese. 




Solo il sostegno e la collaborazione dell’amico giornalista israeliano Yuval sembrano essere in grado di aiutare Basel nel suo quotidiano impegno e i loro dialoghi, pieni di silenzi eloquenti ma anche di riflessioni significative sulla possibile convivenza dei loro popoli, sono forse l’elemento  che più colpisce la razionalità dello spettatore nella struttura narrativa ideata dal collettivo di registi e attivisti alla base del documentario. Basel e Yuval sono infatti la testimonianza di una convivenza possibile con ciò che è diverso da sè, senza dover per forza prevaricare l’uno sull’altro, e quindi sostanzialmente della criminale inutilità del conflitto in atto in Palestina. In fondo si tratta di due popoli che abitano la stessa terra, che si conoscono da sempre, destinati dalla geografia a convivere per sempre. Quindi chi è il nemico di chi? E quando prevarrà la ragione e la fine di ogni ostilità? I due protagonisti del documentario non sanno darsi una risposta alla domanda che più volte attraversa i loro dialoghi e non riescono a proiettarsi in un pacifico futuro possibile. Entrambi, coetanei, non sono sposati e sono molto incerti sulla possibilità un giorno di farsi una famiglia e una vita normale. Quindi sullo sfondo del paesaggio assolato della Cisgiordania e del violento conflitto che l’attraversa emerge la realtà delle loro solitudini piene di domande senza risposta. Mentre le immagini notturne del finale alludono forse ad una vicenda individuale e collettiva ancora nebulosa e piene di inquietudini. In attesa di un nuovo giorno di  testimonianza e di resistenza che solo le immagini e le parole dei due giornalisti possono raccontare ad un’opinione pubblica sempre più distratta, disinformata, manipolata, sedata e sostanzialmente indifferente, e che fatica sempre più a mettersi nei panni dell’altro da sé. Qualsiasi altro da sè. 




E allora che cosa è casa? Forse solo il luogo in cui albergano i nostri ricordi, la nostra storia, il solo luogo in cui possiamo essere ciò che si è fuori da ogni apparenza, il luogo in cui possiamo accogliere l’altro in pace e senza doverlo eliminare per poter dimostrare la nostra esistenza al mondo. Solo in questo luogo, e solo in questa terra a cui apparteniamo per destino e per la nostra storia individuale e collettiva. Per questo, al di là della realtà che “No other land” racconta, il documentario del collettivo israeliano e palestinese ci colpisce, ci interroga e ci riguarda profondamente.


Marcello Cella





“No other land”

Un film di Yuval Abraham, Basel Adra, Hamdan Ballal, Rachel Szor 

Durata 96 minuti

Produzione: Palestina, Norvegia 

Anno: 2024. 

venerdì 12 luglio 2024

 Gli articoli sulla 74^ edizione 

di Italia Film Fedic di Montecatini


Momenti di storia del cinema


Il bisogno di essere neorealisti di Roberto Lasagna e Il fermento della Nouvelle Vague di Anton Giulio Mancino


Uno dei momenti di maggiore riflessione, durante la 74^ edizione di Italia Film Fedic di Montecatini, sono state le due lezioni dei docenti e saggisti Roberto Lasagna e Anton Giulio Mancino rispettivamente sul Neorealismo e sulla Nouvelle Vague. Un ritorno all’antico, quando nei festival cinematografici, oltre alla vetrina luccicante delle novità, si cercava di creare momenti di approfondimento e discussione sul fare cinema e sul suo linguaggio. Ma, come qualcuno ha detto, per essere moderni bisogna essere veramente antichi e non contemporanei. Quindi ben vengano questi momenti, che a quanto affermato dal direttore artistico Paolo Micalizzi, si ripeteranno anche nelle future edizioni del festival.





Roberto Lasagna si è soffermato soprattutto sulla modernizzazione del cinema operata dal Neorealismo italiano, senza però dimenticare le sue radici culturali e anche politiche, in relazione all’evoluzione della società italiana nel dopoguerra, alla guerra di liberazione della Resistenza e alla ricostruzione dello Stato italiano. Doveroso quindi il riferimento al cinema di Blasetti e Rossellini, i primi registi a captare i nuovi fermenti culturali che si preparavano ad emergere già durante il fascismo, le nuove forme di racconto, lo sguardo umanista sulla società italiana, e anche il nuovo ruolo del cinema concepito non più solo come momento di svago, ma anche come strumento utile ad affrontare i problemi sociali e civili dell’Italia dell’epoca. Senza dimenticare il forte senso critico verso il potere all’interno di uno scontro di classe sempre più evidente. Un cinema di denuncia, quindi, che all’inizio non ebbe il successo di pubblico che avrebbe meritato. Film come “Ossessione” di Luchino Visconti, “Ladri di biciclette” di Vittorio De Sica o “Roma città aperta” di Roberto Rossellini non ebbero infatti nell’immediato l’impatto culturale che gli sarebbe stato riconosciuto in seguito. Ma del resto erano gli anni in cui si doveva ricostruire il Paese e i panni sporchi si dovevano lavare in famiglia secondo i politici della nuova Democrazia Cristiana, quindi la rappresentazione della miseria sarebbe stata progressivamente marginalizzata. E’ evidente che gli esterni desolati e gli interni pieni di inquietudine di “Ossessione”, film ricordato e analizzato recentemente in un libro curato da Paolo Micalizzi,Ossessione e il Neorealismo” per Falsopiano, o i film di denuncia di un regista poco capito come Pietro Germi, non sarebbero stati apprezzati dalla nuova classe dirigente alla guida del Paese. 






Il merito del Neorealismo è stato quello di affrontare il senso della complessità del reale, le sue zone in ombra, le sue marginalità dimenticate in un’Italia vogliosa di dimenticare e di aderire con entusiasmo alla nascente ideologia del benessere, di raccontare un’altra Italia. Lasagna poi ha sottolineato i meriti di un regista come Pietro Germi che, con film come “In nome della legge”, in cui si affronta per la prima volta il problema della mafia, o “Il cammino della speranza”, che racconta l’epopea tragica degli emigranti italiani, annichiliti dallo sfruttamento antico e bestiale delle zolfatare siciliane e quello di nuovo conio che toccava a chi emigrava all’estero nella speranza di migliorare la propria condizione (“migranti economici” anche allora come oggi), o “Il ferroviere”, sulla povertà anche di chi un lavoro ce l’aveva, mescolando la denuncia sociale con le forme del cinema di genere americano si poneva, incompreso, all’avanguardia del movimento cinematografico neorealista. Germi fu infatti criticato anche dalla stampa di sinistra che lo considerava un regista reazionario perchè troppo indipendente dai canoni estetici del PCI. In realtà il suo era uno guado non riconciliato su soggetti che in qualche modo resistevano ad un destino già scritto per la loro classe sociale di appartenenza. 






Sempre sul tema del rinnovamento del linguaggio cinematografico operato a livello estetico ed etico da un movimento come quello della Nouvelle Vague francese ha incentrato la sua riflessione Anton Giulio Mancino, a partire da alcuni film emblematici come “Hiroshima non amour” di Alain Resnais, “Crepa padrone tutto va bene” di Jean-Luc Godard, “La signora della porta accanto” di Francois Truffaut e “Nouvelle Vague” ancora di Godard, che in qualche modo continua ad operare come un regista di rottura e a mantenere viva la tradizione (?!) della Nouvelle Vague, la trasgressione dei canoni estetici e narrativi di quel movimento anche nel momento in cui sembra essere giunto ad una qualche conclusione. Ma la Nouvelle Vague è veramente finita? Secondo Mancino la Nouvelle Vague non è mai veramente finita perchè non ha raggiunto i suoi obiettivi che consistevano in una sorta di assalto al cielo e successivo smantellamento del cinema come industria culturale del consenso per rimetterlo nelle mani e nelle menti di chi da quel sistema veniva sfruttato e manipolato, cioè un proletariato che presto però avrebbe assunto gli stessi difetti della borghesia e avrebbe abbracciato con entusiasmo il peggiore capitalismo, come aveva intuito con troppo anticipo sui tempi un grande regista e intellettuale come Pasolini. Un’opera incompiuta quindi e oggi decisamente marginale nella discussione culturale e nella pratica artistica contemporanea, ma non per questo meno utile per capire quello che stiamo vedendo sugli schemi e vivendo nella nostra realtà così complessa. 





La protagonista di “Hiroshima mon amour” ci ammonisce sul fatto che non abbiamo visto niente, o, meglio, abbiamo visto tutto e non abbiamo capito niente di cosa è successo a Hiroshima, non abbiamo capito che una storia d’amore convenzionale non è più possibile dopo la bomba atomica perchè quell’evento, che purtroppo oggi abbiamo quasi dimenticato, ha cambiato per sempre la nostra percezione della realtà. E per questo in qualche modo la Nouvelle Vague francese, che sulla possibilità di un nuovo sguardo capace di destrutturare creativamente i linguaggi del potere e creare una nuova sensibilità e un ruolo più attivo e partecipe dello spettatore nella realizzazione artistica del film, si avvicina al Neorealismo italiano. Lo ha sottolineato il relatore ricordando che lo stesso Rossellini ipotizzava la necessità dei fare film con meno soldi per non fare i “film fregnaccia” commerciali. In fondo sia il Neorealismo italiano che la Nouvelle Vague francese avevano lo stesso intento, riportare il cinema alla realtà effettiva delle cose e degli esseri umani e separare i “professionisti” del cinema da chi il cinema lo fa per innovare, per cambiare la realtà come atto estetico e politico allo stesso tempo, caratteristica che entrambi i movimenti hanno avuto pur nelle differenze di linguaggio e di realizzazione artistica. In questo senso, come afferma Mancino, la Nouvelle Vague è moderna, non contemporanea perchè il giovane regista emergente può essere molto vecchio nel suo operare sul linguaggio cinematografico e l’anziano regista molto giovane e innovativo, come quasi tutti i cineasti della Nouvelle Vague, a cominciare dallo stesso Godard e da altri cineasti come il grande Eric Rohmer, hanno spesso dimostrato. 

Marcello Cella





FEDIC REFF 2024


La necessità di sopravvivere


Come si può sopravvivere in un mondo dominato dall’indifferenza, dal cinismo, dall’oppressione del potere, dalla spietata logica economica o dal peso di un passato troppo difficile da dimenticare? Questa sembra essere la domanda che attraversa trasversalmente tutte e quattro le opere presentate all’interno della sezione FEDIC REFF durante la 74^ edizione di Italia Film Fedic di Montecatini. E in effetti la visione del mondo a cui i quattro cortometraggi sembrano fare riferimento ci appare molto simile, al di là della diversità di stili narrativi e di linguaggi utilizzati. Tutti i protagonisti di questi film sono alla ricerca affannosa di una via d’uscita dignitosa da situazioni estremamente complicate per la loro identità e che li pongono anche di fronte a scelte morali laceranti. Via d’uscita che tutti e quattro gli autori di questi film evitano di delineare con precisione, come se la risposta a quei destini in bilico dovesse essere delegata allo spettatore e alla sua sensibilità. 






Il caso forse più emblematico è costituito dalla giovane protagonista del film “
La valise rouge” del regista lussemburghese, ma di origine iraniana, Cyrus Neshvad. Ariane è una sedicenne iraniana appena atterrata all’aeroporto del Lussemburgo e che deve ritirare il suo bagaglio, una valigia rossa, che contiene tutta la sua vita, i suoi disegni, le sue pitture, la sua fantasia e creatività, come scopriamo quando due agenti, insospettiti dal suo comportamento furtivo, le chiedono di aprire la valigia. La ragazza in effetti non sembra molto felice di essere in quel luogo e appare indecisa sul da farsi. Fuori l’spetta un uomo maturo che lei non conosce, ma a cui suo padre l’ha promessa sposa. Il suo comportamento ambiguo è infatti determinato dalla sua volontà di non aderire a quel matrimonio combinato. Ariane non ha una strategia, non ha un obiettivo prefissato se non quello di sfuggire a quel destino non voluto in un drammatico gioco di fughe e nascondimenti. Si aggira furtivamente all’interno di quella terra di nessuno che l’aeroporto, dove tutte le identità sono liquide e inafferrabili, in un difficile tentativo di celare la propria identità e non farsi riconoscere dall’uomo che l’aspetta. Prima si toglie il velo, poi sale su un pullman qualsiasi in partenza davanti all’aeroporto e nel frattempo sarà costretta anche ad abbandonare la preziosa valigia, ritrovata dall’uomo in attesa. Il suo futuro non è chiaro, la ragazza è senza soldi e senza una destinazione precisa, ma per il momento è sana e salva. Anche se in un mondo sconosciuto e dove l’oppressione della donna avviene con metodi più sottili e subdoli, come il regista sottolinea con la sua macchina da presa che, nel peregrinare furto della protagonista, ritrae in modo quasi ossessivo i grandi cartelloni pubblicitari che popolano l’aeroporto piene di immagini di donne iper-sessualizzate.  







Un’altra strategia di sopravvivenza e di fuga, in questo caso dal proprio passato,
  è quella messa in atto dal protagonista di “Séparation” del francese Aurélien Achache. Siamo a Kiev, in Ucraina, all’inizio degli anni Sessanta, in entusiastica attesa della conquista dello spazio da parte dell’uomo, con l’aggiunta di una  storica rivalità politica fra Unione Sovietica e Stati Uniti per essere i primi ad attribuirsi la vittoria in questa competizione. Il protagonista è un cosmonauta russo in missione nello spazio. Ma questa corsa nel futuro per lui costituisce una fuga da un passato drammatico. Durante l’infanzia infatti lui e suo fratello maggiore erano patiti degli aerei e giocavano continuamente, facendo danni in casa, con un aeroplanino di latta che un giorno, la madre, esasperata, getta in strada. Il fratello corre in strada per recuperarlo e viene investito mortalmente da un’automobile di passaggio. “Séparation” è il racconto di questa drammatica vicenda familiare devastata dai sensi di colpa. Ma sono gli anni Sessanta e il giovane astronauta che volteggia nello spazio profondo allude ad una riflessione che è allo stesso tempo morale, ma non immune da un certo approccio di linguaggio contaminato da una vaga psichedelia che alleggerisce il tema e lo pone su un piano più filosofico ed esistenziale.







Diverso dilemma morale è quello dei protagonisti del cortometraggio belga “Les silencieux” di Basile Vuillemin, cinque marinai che attraversano quotidianamente il  mare per guadagnarsi da vivere con la pesca. Ma la loro vita è estremamente difficile, la pesca non è sempre fruttuosa, anzi lo è sempre meno. Così, dopo l’ennesimo fallimento in mare, nelle acque in cui è consentita la pesca, ai cinque pescatori si profilano solo due strade: o tornare in porto con una pesca che non garantirà le loro vite (e i loro debiti) oppure uscire dalla legalità per andare a pescare in un tratto di mare dove è vietato farlo per preservare la fauna marina. Alla fine i cinque decidono di rischiare e in effetti la pesca diventa subito più fruttuosa. Fino al momento in cui le loro reti recuperano uno strano pesce. In effetti non è un pesce, ma un ragazzo morto, probabilmente un migrante africano annegato nel tentativo di arrivare in Europa. Uno dei tanti naufraghi senza nome e senza storia che ben conosciamo anche in Italia. Il problema per i cinque si complica ulteriormente. Portare a riva il ragazzo morto e ammettere di aver fatto qualcosa di illegale con tutte le conseguenze del caso oppure ributtare quel corpo senza vita in mare e fare finta che quell’incontro con la morte non sia mai avvenuto? Anche in questo caso il regista non chiarisce l’esito della drammatica discussione che avviene fra i cinque pescatori e quando l’imbarcazione torna in porto noi spettatori ignoriamo cosa sia successo realmente, come se la risposta fosse lasciata, anche in questo caso, agli spettatori.






I protagonisti del francese “Boom” di Gabriel Augeral e Romain Augier, unica opera d’animazione, sono invece due uccelli che fanno parte di una numerosa comunità di pennuti che vivono su un’isola vulcanica. Nel momento in cui il vulcano si risveglia e tutta la comunità pennuta è costretta a fuggire e gettarsi in mare per non venire arrostita dalla lava, ai due uccelli protagonisti si presenta un problema di difficile soluzione e cioè quattro uova ancora da schiudersi. Come fare a salvare il salvabile con solo due ali e un becco come strumenti di difesa? E soprattutto quali di queste uova salvare e quali abbandonare al proprio destino?
La discussione è accesa e va per le lunghe, mentre il pericolo vulcanico si fa sempre più vicino. Uno dei due vorrebbe trovare un modo per portare in salvo tutte  e quattro le uova, mentre l’altro, cinicamente, vorrebbe sceglierne una o due al massimo per non appesantirsi la fuga oppure abbandonarle tutte. Il conflitto è sempre più vivace e surreale, ma alla fine prevale il comportamento solidale del primo, con il secondo, cinico ed egoista, che soccombe suo malgrado. “Boom” è una piccola e bellissima favola morale che in qualche modo fornisce una prima parziale risposta al quesito iniziale: come possiamo salvarci dalle difficoltà della vita? Sicuramente non da soli.




Marcello Cella




FEDIC FOR GAZA


Storie di muri visibili e invisibili 

sotto i cieli della Palestina


La drammatica situazione che sta vivendo la Palestina la conosciamo tutti. Le cronache quotidiane non ci risparmiano i particolari più feroci di una guerra che ha radici lontane e non accenna a finire. Per capire più profondamente le ragioni del conflitto, ma anche solo il vissuto di due popoli che abitano da sempre la stessa terra senza mai dichiararsi fratelli, abbiamo però la necessità di sguardi laterali, obliqui, che escano dalla logica dello scontro amico/nemico. E allora forse potremo riuscire a vedere palestinesi e israeliani come esseri umani che come tutti noi sono alle prese con i problemi della propria esistenza, della propria banale quotidianità, hanno sogni, bisogni, desideri e la speranza di un mondo migliore. Proprio come tutti noi. Quindi è stato veramente molto importante che la 74^ edizione di Italia Film Fedic a Montecatini abbia dedicato quest’anno una sezione del proprio festival adun approfondimento del vissuto di questi due popoli attraverso quattro cortometraggi realizzati fra il 2019 e il 2020 estremamente significativi per capire alcune dinamiche della società israeliana e palestinese, senza avere necessariamente un taglio direttamente politico, ma accomunati da un profondo sguardo umanistico sui personaggi e le vicende raccontate. Personaggi che, pur diversissimi nella loro collocazione sociale e generazionale, sono impegnati ad affrontare e superare i muri visibili e invisibili che si profilano lungo le loro esistenze in un percorso di conoscenza e di consapevolezza che spesso rimette in discussione valori e scelte di vita ritenute solide, ma che presentano sempre più vistosamente qualche crepa nella loro apparente ragionevolezza.   






Maradona’s legs” di Firas Khoury è ambientato durante i mondiali del 1990 e i due fratellini palestinesi Rafat e Fadel, tifosissimi del Brasile, di cui indossano le magliette verde-oro, stanno cercando di completare il loro album di figurine con quella che non riescono a trovare perchè molto rara, quella con le gambe di Maradona. Il premio per il primo che completerà l’album è una consolle Atari, una lontana parente delle attuali piattaforme di videogiochi. Il regista segue i due bambini nel loro peregrinare all’interno del loro villaggio e in quelli vicini fino a Betlemme alla ricerca dell’agognata figurina con un taglio documentaristico, ma anche con un tocco poetico e un pizzico di ironia per raccontare la storia di una passione infantile che segnerà probabilmente la vita futura dei due bambini. Alla fine i due ragazzini rinunciano al premio, quando capiscono che in cambio dovrebbero lasciare al negoziante l’amato album di figurine e con esso tutte le gioie e le difficoltà che hanno dovuto affrontare per completarlo. In fondo, capiscono, che il risultato finale del premio, come anche del mondiale, perso dal Brasile, non è poi così importante. L’importante è il cammino, la strada già fatta e quella ancora da fare (Eduardo Galeano docet). Mentre cominciano ad intravedersi i primi segni di una tragedia (le notizie alla radio che fanno capolino qua e là durante le peregrinazioni di Rafat e Fadel) che purtroppo è solo l’inizio di una tragica escalation di odio e di conflitti. 






Odio e conflitti che sono ben presenti in “
The present” della regista Farah Nabulsi, drammatico e viscerale racconto di un padre e di sua figlia alla ricerca di un regalo per la moglie e madre in occasione del loro anniversario di matrimonio. Quella che per tutti noi sarebbe una normale decisione di acquisto si trasforma per Yusef e sua figlia Yasmine in una odissea infernale perchè tra la loro casa e il villaggio dove i due devono andare comprare il regalo (un frigorifero nuovo) e fare la spesa devono superare un check point sorvegliato giorno e notte dai soldati israeliani che non risparmiano umiliazioni e vessazioni di ogni sorta alla popolazione palestinese,  costretta ogni giorno alle lunghissime procedure per il controllo dei documenti  (con la possibilità spesso di essere ricacciati indietro a causa di ogni minima infrazione), mentre i cittadini israeliani possono attraversare il posto di blocco senza problemi (nei check point dei soldati israeliani in genere ci sono sempre due passaggi, uno  destinato alla popolazione ebraica e uno riservato alla popolazione palestinese, molto più restrittivo). Alla fine di una giornata in cui il bellissimo racconto del rapporto di amore e complicità che si instaura fra Yusef e Yasmine viene messo a dura prova dalle regole assurde a cui devono sottostare i palestinesi, i due riescono a portare a casa il regalo per l’anniversario di matrimonio (grazie ad una coraggiosa iniziativa della bambina), ma il senso di violenza, sconforto e umiliazione che i due si portano addosso è quella di un intero popolo. E non preannuncia nulla di buono. 







Le contraddizioni di cui racconta invece “
White Eye” di Tomer Shushan fanno interamente parte della società israeliana, così simile spesso a quella occidentale. Un ragazzo cammina in una zona periferica di una grande città di sera e ritrova casualmente la bicicletta che gli è stata rubata qualche giorno prima. Solo che è chiusa con un altro lucchetto. Da questo casuale ritrovamento si dipana una  vicenda di immigrazione clandestina che coinvolge non solo il ragazzo, ma anche una pattuglia della polizia che transita nella zona e gli operai immigrati e irregolari che lavorano in nero in una vicina azienda alimentare. Uno dei dipendenti africani dell’azienda viene accusato del furto, viene arrestato dalla polizia e rischia il rimpatrio con tutta la sua famiglia. Il ragazzo, resosi conto della drammatica situazione che ha involontariamente causato, si offre di pagare la cauzione, ma è troppo tardi. A fare le spese della sua rabbia e della sua frustrazione sarà la stessa bicicletta, fatta a pezzi e abbandonata sulla strada dal suo stesso proprietario. Ma a pezzi va anche la dignità di questi lavoratori clandestini, così simili alle migliaia di immigrati condannati alla schiavitù anche da noi in nome del profitto, e quella di un Paese che si dichiara democratico, ma contiene in sé molte zone oscure. 






Long distance” della regista Or Sinai è invece una storia tutta al femminile e tutta individuale. Una storia di solitudine che vede come protagonista un’anziana signora israeliana, vedova, che  vive sola ed ha la figlia che sta per partorire al di là dell’Oceano. La donna sta progressivamente perdendo la vista e non riesce a telefonare alla figlia perchè non distingue  più con esattezza i numeri sulla tastiera del telefono. Perciò si affida a vari passanti che stazionano nei pressi della sua abitazione per farsi aiutare. L’impresa non è facile. Fra diffidenze, cinismi e piccoli, significativi atti di solidarietà, la donna, con gentilezza, ma con forte determinazione, riesce alla fine a parlare con la figlia che ha appena partorito una bambina, grazie all’aiuto di un uomo che non cede al sospetto di una richiesta apparentemente così bizzarra. Un memorabile ritratto di solitudine e coraggio femminile che ricorda molto i personaggi fragili e tormentati di una grande scrittrice israeliana, Zeruya Shalev. Alla fine le distanze vengono superate, ma la lotta per superare i muri visibili e invisibili della sua esistenza è ancora lunga. Per quanto la danza solitaria nel finale del film, tutto giocato sui mezzi toni della recitazione della protagonista, la magnifica attrice Leora Rivlin, faccia ben sperare per il futuro.


Marcello Cella





Le recensioni dei film in concorso


  1. Ho sentito Frank Zappa
  2. Ennesima prova filmica per il pisano Marco Rosati che continua ad esplorare gli universi paralleli della vita e della cinefilia e i loro incroci spericolati. Questa volta è il caso di un ragazzo che trova un libro in una casa abbandonata e questo, stranamente, racconta la sua vita, come se qualcuno avesse già previsto tutto. Il finale però non piace al ragazzo che, con l’aiuto di un suo amico e di un cd di Frank Zappa, decide di dare un corso diverso agli eventi descritti nel libro. La musica del bizzarro chitarrista americano rivela così tutto il suo potere salvifico. Fra le immancabili citazioni cinefile (questa volta Carmelo Bene) Rosati ancora una volta ci conduce con ironia e sensibilità visiva nel suo stralunato mondo poetico.

    Voto: 7 e 1/2


    2) Il tedesco

    Due donne lavorano a degli abiti talari ed attendono la perpetua della chiesa. Ma chi bussa alla porta è un soldato tedesco ferito. Siamo nel 1944, la guerra è ancora in corso ed ha in serbo i suoi momenti più atroci che travolgeranno anche le due donne, nonostante la loro umanità le porti a curare il ferito. Molti anni dopo la famiglia del soldato tedesco salvato dalle due donne torna al loro paese per ringraziarle del loro gesto…breve sensibile apologo sull’umanità ferita dalla guerra, da tutte le guerre. Una riflessione ora più che mai attuale.

    Voto: 8


    3) Salicornia

    Sono giornate di fine estate per il giovane Stefano, ventenne timido e solitario, che vive in una zona fra la laguna e il mare. Fa il bagnino ed è alla ricerca di sé stesso. Gli amici del bar ed un fugace amore estivo non riescono a fargli trovare una via d’uscita alla sua inquietudine, accompagnata e sottolineata da un uso estremamente suggestivo dei paesaggi naturali, fra malinconiche immagini marine e lacustri e inquietanti visioni di fabbriche e fumi industriali in lontananza. Frasi smozzicate e dialoghi perduti, solo un piccolo roditore si muove indifferente nell’erba. Forse è un’idea di libertà.

    Voto: 8


    4) Biroke-Guardians of Midgard
    In un Medioevo fantastico, dove l’unica legge sembra essere quella della violenza, un misterioso sciamano sembra determinare la sorte di alcuni guerrieri e prendersi gioco di loro in un crescendo parossistico di sanguinosi combattimenti. La messa in scena è indubbiamente suggestiva, fra suggestioni fantasy di saghe irlandesi e kitsch hard rock, ma la sceneggiatura appare davvero carente per un lavoro dalla durata eccessiva.

    Voto: 5


    5) Rise and Shine
    Ospedale dei Marines. Due soldati, reduci da una delle tante guerre a cui gli USA hanno partecipato negli ultimi decenni conversano amabilmente fra loro prima della partenza verso i loro luoghi d’origine ed iniziare il periodo di convalescenza, mentre un’amorevole infermiera si occupa della loro igiene. Ma il punto di arrivo del loro viaggio non è quello che prevedevano…apologo sugli orrori della guerra con tanto di citazione finale tratta dall’Iliade. Amaro cortometraggio di denuncia, sconta una certa freddezza narrativa.

    Voto: 6


    6) Donna sola 

    Ana è una bambina rom che vive in una squallida periferia di una città di mare. La sua vita è fatta di furti e fughe con la madre. Ma la sua vera passione è il calcio. Come molti suoi coetanei ama giocare a pallone. Però proprio questa sua passione sarà fatale alla madre durante un tentativo di furto in un appartamento. Ennesima storia di un’infanzia rubata e devastata dal cinismo e dalla violenza degli adulti. Forse solo la sua passione per il calcio riuscirà a indicare una via di salvezza per Ana. Film di denuncia sociale ben supportato da una regia sensibile e delicata.

    Voto: 8


    7) Subito Sera
    A volte la vita ci mette improvvisamente davanti ad immagini del nostro passato che pensavamo dimenticate e che ci danno il senso del nostro cammino su questa terra. E della sua brevità. E’ quello che accade al protagonista di questo malinconico cortometraggio nel momento in cui, attraverso la visione di vecchi filmati trovati in un ripostiglio, scopre aspetti sconosciuti della vita di un suo parente, forse suo padre. Immagini di gioie effimere, gioviali scene di allegria con amici e parenti in Super8 che, grazie anche alla poesia di Quasimodo, danno il senso del passare del tempo e della insostituibile funzione del cinema come arma contro la morte. Delicata nostalgia della vita. 

    Voto: 8


    8) La prima isola
    Il mare ha sempre avuto nel nostro immaginario il senso della libertà, dell’immensa  e misteriosa possibilità di espansione dei nostri limiti spazio-temporali e mentali. Per i migranti dall’Africa e dal Medio Oriente rappresenta quasi sempre la scommessa su una nuova possibilità di vita. Il regista ferrarese Roberto Fontanelli traccia un’immaginaria via di fuga attraverso la suggestione delle sue immagini marine, la rotta dei migranti, il rischio dei naufragi, facendo anche un’omaggio alla scultura di Mimmo Paladino intitolata “Porta di Lampedusa - Porta d’Europa”. Suggestiva e amara al tempo stesso.

    Voto: 7 e 1/2


    9) Il linguaggio surrealista di Carlos Saramago
    Il film è un documentario sul pittore surrealista portoghese Carlos Saramago, morto lo scorso anno qualche settimana dopo la realizzazione dell’opera in questione. Il documentario appassionato sull’opera di questo importante artista europeo, si è trasformato suo malgrado in un’opera commemorativa, un po’ troppo didascalica, in cui molto si vede dei suoi quadri sghembi, dei suoi corpi frammentati, dei suoi occhi stralunati, ma scarsa è la riflessione sul senso del suo linguaggio, sul suo rapporto con la sua  tormentata e malata (in senso vero, purtroppo) biografia e con la realtà. 

    Voto 6 e 1/2


    10) Riflessioni su pellicola

    C’è chi afferma che chiudere il mondo esterno nell’inquadratura della fotografia, fermare il tempo presente in una forma di eternità espressiva sia un atto quasi divino. Se così è il fotografo Alberto Terrile, a cui è dedicato questo bellissimo documentario (o biopic, come si dice ora), con la sua opera ha raggiunto vette difficilmente superabili, soprattutto se pensiamo al suo straordinario ciclo di fotografie dedicato agli angeli, cioè al tentativo di rendere visibile ciò che è per sua natura invisibile all’occhio umano. Strutturato in capitoli tematici e supportato dall’appassionato racconto dello stesso Terrile, “Riflessioni su pellicola” è una riflessione profondissima sul significato della fotografia, sulla necessità di ricordare le giornate bellissime della nostra vita che però al momento non ci sembravano tali, impegnati come eravamo volgere il nostro sguardo a terra e non al cielo come gli angeli. Produzione di qualità da parte del bravo regista Mauro John Capece.

    Voto: 9


    11) Cavolo

    Chi scrive ammette di non amare il cavolo a pranzo. Però il mondo un po’ totalitario, un po’ surreale messo in scena dal regista Andrea Zaffanella me lo ha fatto rivalutare. In questo mondo vige infatti una sorta di dittatura gastronomica che impone a tutti di mangiare cibi preconfezionati, mentre quelli biologici sono vietati, messi al bando. Ma quando una ragazzina scopre per caso in un campo un cavolo e il mondo sommerso che vive sotto la terra, questa bizzarra (ma non troppo) forma di tirannia gastronomica viene messa in crisi. Ironico fanta-racconto che potrebbe essere anche utilizzato in qualche buon corso di educazione alimentare per le giovani generazioni. 

    Voto: 8


Marcello Cella