L’OSCURITA’ DELLA LUCE DEL GIORNO
I NUOVI FILM DI MAURO JOHN CAPECE
Ritorna sugli schermi dei cinema Mauro John Capece con due nuove opere che da prospettive imprevedibili trattano il tema della diversità e del conformismo familiare che la soffoca, il lungometraggio “Ancheseliodio” e il corto “La paura dei numeri”.
Non sembri un paradosso il titolo di questo articolo perché una delle sensazioni più ricorrenti dopo aver assistito ad un film di Mauro John Capece è proprio quella di avere osservato le storie raccontate e rappresentate sullo schermo nella loro totalità, nella loro più chiara luce del giorno, senza zone d’ombra ma, nello stesso tempo, di non aver colto del tutto il loro significato più nascosto, di essere rimasti talmente abbagliati dalla loro sconcertante chiarezza, dalla loro misteriosa luminosità da aver perso il reale significato di questa visione. Sicuramente questo è un effetto della composizione puntigliosamente dettagliata e geometrica della scena, della minuziosa attenzione che Capece mette nell’uso calibrato della fotografia, ma anche in qualche modo nelle doti attoriali dei suoi interpreti, in primis la meravigliosa musa - dark lady Corinna Coroneo, anche autrice della sceneggiatura del film (come di quasi tutti gli altri film di Capece), capace con la sua sola presenza ambigua di far immaginare allo spettatore la presenza di altri mondi, altri significati, altre crepe nell’apparente muro invalicabile di razionalità della scrittura e della messa in scena.
Le due nuove opere di Capece non sfuggono a questa impressione e confermano l’originalità dello stile narrativo del suo cinema, senz’altro un unicum nel troppo spesso conformistico panorama cinematografico italiano. Intendiamoci. Il cinema di Mauro John Capece non è un cinema urlato, un cinema che fa dello scandalo visivo o narrativo la sua cifra stilistica, un cinema dichiaratamente ed esplicitamente politico. Anzi, ad un primo approccio potrebbe apparire perfino troppo minimale, ma se di minimalismo si può parlare, nel caso del cineasta abruzzese, i suoi film rifuggono la piattezza prevedibile della cronaca, la banalità senza sbocco di certi prodotti televisivi e si pongono su un livello decisamente altro rispetto alla media dei prodotti cinematografici nostrani.
Quello che colpisce in entrambe le due nuove opere di Capece è anche l’aspetto tematico. Infatti sia il lungometraggio “Ancheseliodio” che il corto “La paura dei numeri” hanno al loro centro una riflessione profonda sul significato della famiglia e su come essa si rapporti con le varie forme di diversità che attraversano le nostre società.
“Ancheseliodio”
Onesto, grande lavoratore e buon padre di tre figlie marito della dolce casalinga Agata, Anselmo è perennemente assente e con la testa tra le nuvole, tanto da non rendersi conto del fatto che la felicità che regnava nei primi anni di matrimonio è ormai lontana. Non ha mai tradito sua moglie, ma la situazione familiare è diventata insopportabile. Quindi, su consiglio dei suoi colleghi, compra un giornalino di annunci sessuali e va per la prima volta con una escort; senza immaginare, però, che un uomo brutale irrompe nell'appartamento della donna provocandone la morte e che proprio lui diviene il sospettato principale per l’omicidio (cinemaitaliano.info).
La famiglia di “Ancheseliodio” è la classica famiglia borghese, abbastanza benestante, che abita una bella casa in campagna, padre (Anselmo/Gabriele Silvestrini) grigio e metodico ingegnere in un’azienda della zona, madre (Agata/Corinna Coroneo) bella, elegante e infelice, fondamentalmente dedita allo shopping, e tre figlie, di cui due bambine e l’adolescente ribelle Andrea (Laura Orfamelli), dissacrante voce narrante del film, con il compito di condurre lo spettatore, novello Caronte, attraverso l’inferno che sta per inghiottire la sua famiglia.
Una famiglia così normale, così ordinaria, così infelice, così grigia e asessuata, devastata dall’improvvisa entrata in scena di un erotismo sempre negato dal ripetersi di una quotidianità sempre uguale nella sua assurdità. Anselmo è la vittima sacrificale di una femminilità mai compresa nella sua complessità e ridotta nel suo trito immaginario maschile a oggetto di consumo erotico (i programmi televisivi erotici della tv anni ’80, le riviste fotografiche osé di appuntamenti erotici, le escort).
Lo stesso lavoro del regista abruzzese sugli spazi allude ad un vissuto esistenziale profondamente anonimo e vuoto, freddo e privo di un altrove dove poter rifugiarsi. Non ci sono zone d’ombra, comfort zone, dove i personaggi possano elaborare, riflettere e rendere positive le proprie reazioni ai problemi che gli si presentano. Non ci sono momenti e luoghi in cui i personaggi possano essere lasciati tranquilli, in pace, fuori dall’eterno palcoscenico mediatico in cui si è trasformata la malata quotidianità della famiglia digitale, devastata dalla costrizione ad un’eterna presenza scenica, dalla pervasività minacciosa dei nuovi media, dai social. Non esiste possibilità di fuga dalla minacciosa luminosità televisiva di luoghi che sembrano riprodurre eternamente lo squallore delle location di tanti film porno degli anni ’70, e anche la presenza di uno spazio onirico, il desiderio di spiritualità da parte dei personaggi finiscono per alimentare ulteriori infinite possibilità di consumo, senza che il sogno possa essere vissuto come possibilità reale, come percorso esistenziale “altro” rispetto alla gabbia di una vita materiale senza alternative. Così l’erotismo così presente in molti momenti del film non si configura come un percorso esistenziale liberatorio, ma si colora di tinte minacciose. Quelle che condurranno Anselmo e la sua famiglia disfunzionale alla rovina perché, come afferma Andrea in uno dei momenti più intensi del film, “quando qualcosa si rompe è inutile cercare di ricomporlo”. E i cocci non si trasformano in armi concrete nelle mani dei personaggi per affermare una loro diversità dallo squallore mortifero della famiglia borghese, ma in ulteriori possibilità perdute, in appuntamenti mancati con una rimessa in discussione, anche politica, perché no, di un modo di vivere che sembra continuare a sopravvivere solo nelle polverose ideologie di zombi addestrati all’acritica coazione a ripetere di modelli sociali superati o comunque affiancati da altre prospettive esistenziali.
“La paura dei numeri”
Ispirato a una leggenda marchigiana, il corto affronta con uno sguardo intenso e rigoroso il tema dell’autismo e della diversità, intrecciando due linee temporali: il 1923 e i giorni nostri. Al centro della storia c’è una bambina di undici anni nello spettro autistico, attraverso la quale il film mette a confronto il passato e il presente, con una frase-chiave che ne sintetizza il cuore: “Noi non siamo diversi, sono gli altri a essere tutti uguali” (cinemaitaliano.info).
La politicità e la riflessione sociale implicita del lungometraggio “Ancheseliodio” si fa più chiara ed esplicita nel cortometraggio “La paura dei numeri”, il cui tema è proprio una delle forme di diversità, o disabilità, più frequenti fra le nuove generazioni, cioè il disturbo dello spettro autistico. La chiave del racconto è tratta dal libro dal medico-scrittrice Elisabetta Garbati, “Il fantasma della fontana” e il genere scelto da Capece per metterlo in scena è quello inusuale, per un tema di questo tipo, del racconto di fantasmi. Racconto che interseca e mette in relazione due epoche, quella contemporanea e quella degli anni ’20 del secolo scorso, quindi gli anni in cui si afferma in Italia il fascismo con la sua ideologia reazionaria, profondamente nemica di ogni forma di diversità.
Il trait d’union fra queste due epoche è anche in questo caso una famiglia alle prese con l’autismo della propria figlia, Maria, e la sua ossessione per i numeri che si rifugia, per affrontare il problema in silenziosa tranquillità, in una bella villa immersa nel verde di un bosco misterioso in cui un secolo prima si sono svolte le vicende di un’altra famiglia alle prese con lo stesso problema della figlia e del suo amico nano, che viene invece affrontato con violenza ed esiti drammatici. Raccontato con la stessa attenzione maniacale per la luminosità espressiva degli spazi che alludono sia all’impressionismo pittorico di fine Ottocento che all’ambientazione esoterica e vagamente minacciosa del neogotico, effetto rafforzato anche dall’utilizzo musicale della “Symphonie fantastique” di Berlioz, “La paura dei numeri”, nella sua ricercata ambiguità affronta il tema dell’autismo ribaltando il punto di vista usuale riguardo a tutte le forme di diversità (“perché loro sono diversi?”) assumendo quello di chi quella diversità la vive quotidianamente sulla propria pelle (“perchè loro sono tutti uguali?).
E i fantasmi nell’antico quadro, presente più volte sulla scena, che raffigura l’altra bambina e l’amico nano di un secolo prima, si colora di nuove sfumature e di nuovi significati. Così alla domanda di Maria alla madre: “Esistono i fantasmi?”, la madre non può che rispondere: “Non lo so, ma le storie di fantasmi sono le storie più belle”.
Marcello Cella
IL SOSPETTO DI QUALCOS’ALTRO
INTERVISTA CON MAURO JOHN CAPECE
Partiamo dal lungometraggio “Ancheseliodio”. Intanto la prima cosa che mi ha incuriosito è il titolo tutto attaccato.
Il titolo voleva richiamare gli hashtag, il linguaggio degli hashtag, anche se poi ho preferito non utilizzarlo con questo formato perché altrimenti non si sarebbe potuto inserire in vari form. Però il senso era quello di richiamare un po’ il linguaggio del web perché il film parla anche traslatamente di famiglia digitale. Ecco perché ho deciso di mettere questo titolo.
E come mai la dedica a Truffaut…
Perché Truffaut faceva questi film in cui anche parlando di argomenti abbastanza complessi e particolari li faceva con questo tipo di leggerezza. Poi c’è il discorso dell’omicidio all’interno del film, una componente che nei film di Truffaut ha sempre avuto un certo spazio. Quindi, come tu sai, ho sempre dedicato i miei film a qualche autore del passato che mi piace, anche per far vedere alle future generazioni che esiste una tradizione cinematografica e non è così scontato che in futuro ci si ricordi di Truffaut.
Poi tu hai dichiarato che questo è il terzo film della trilogia della sensazione…
Si, dopo la trilogia dei film della riflessione che erano tutti film art house, “La scultura”, “Sfashion” e “La danza nera”, qui abbiamo una trilogia che è partita con “Reverse”, è continuata con “Unlucky to love you” e ora si conclude con “Ancheseliodio”, al centro dei quali c’è comunque sempre un omicidio. Volevo fare questo tipo di film perché dal covid in poi era difficile fare questi film un po’ umanistici o culturali in generale. Per cui ho cercato di “sopravvivere” facendo questi film un po’ più fruibili. In ogni caso all’interno di “Ancheseliodio” c’è già un’anticipazione di quello che sarà il tema della prossima trilogia perché credo che tornerò un po’ all’art house.
Il centro della storia di questo film è la famiglia. Che tipo di famiglia racconti?
Questa è una tipica famiglia contemporanea. Prima l’ho chiamata la famiglia digitale perché ci sono tantissime situazioni in cui il mondo esterno, tramite il digitale, i dati, la televisione, lo smartphone, i social, interagisce al suo interno minando la sua serenità e la schiaccia nonostante viva in una bella villa in campagna e dovrebbe quindi essere una famiglia bucolica. Invece questa famiglia è schiacciata dal mondo esterno e da tutto ciò che il mondo esterno porta dentro questa casa. La storia è narrata dalla giovane Andrea, l’attrice Laura Orfanelli, che guarda la sua famiglia dal punto di vista di un’adolescente che poi alla fine si rivela forse essere la più matura. E’ interessante anche il fatto che sia un film che non chiude completamente al mondo dei giovani, ma anzi sottolinea quelle che sono le qualità dei giovani che devono affrontare le difficoltà di una famiglia. Una famiglia disfunzionale in cui ci sono anche problemi sentimentali fra la madre e il padre per cui questo porterà ad una deflagrazione di tutto ciò che hanno intorno.
A proposito della casa in campagna, nel tuo film c’è una continua descrizione degli spazi, la casa, l’ufficio del padre, ecc. come spazi freddi, simmetrici, vuoti, malati…mi hanno ricordato perfino le location anonime e squallide di certi film porno anni ’70. Che tipo di lavoro hai fatto sugli spazi? Anche nelle inquadrature spesso lo schermo quasi si divide in due parti, poi ci sono gli specchi…
Si, volevo creare degli ambienti asettici, pur essendo vissuti. Non volevo creare degli spazi vissuti con amore. Non volevo amore dietro la fotografia degli spazi. Anche la fotografia è molto fredda, molto distante dai personaggi, molto semplice…bella la citazione dei film porno anni ’70, non ci avevo fatto caso. In effetti però la location è molto anni ’70, quindi concordo con te…
Una cosa che si nota in vari momenti del film è una forte carica erotica repressa, c’è il padre che guarda in televisione questi programmi erotici anni ’70-’80, i discorsi sulle escort, ecc. Come entra l’erotismo in questa narrazione?
L’erotismo entra nel film all’interno di questa coppia stanca, in cui fin da subito si capisce che Anselmo, il marito, non potrà più avere rapporti con questa moglie. Sono veramente distanti a tutti i livelli. Non è proprio una critica sociale, ma è vero che nella famiglia digitale si fa meno l’amore. Poi comunque come sai nei miei film amo sempre questa componente erotica anche se cerco di inserirla in modo un po’ desueto. I due coniugi non fanno più l’amore e Anselmo viene guidato dagli amici-colleghi verso un mondo che non è il suo, quello delle prostitute, e questo porterà il disastro all’interno di questa famiglia. Ma è importante anche il fatto che Andrea, la figlia, glielo dica chiaramente, “voi due non fate l’amore”, e anche questo non è un gesto così usuale.
Fra l’altro questa componente erotica assume quasi un colore minaccioso in alcuni momenti del film. Già quando Anselmo ha questo colloquio con i colleghi che quasi lo costringono a fare questa esperienza con le prostitute e poi anche la scena in cui lui va dalla escort che ha trovato su una rivista di annunci erotici, accompagnato da questa musica che sembra una marcia funebre…Perché c’è questo annuncio di minaccia legato all’erotismo?
Perché in questo film nulla viene fatto con leggerezza. La famiglia è così oppressa, come tutti noi, da messaggi che arrivano da tutte le parti, come dicevo prima, la tv, lo smartphone, i social. Siamo tutti oppressi. E questa sensazione di oppressione la volevo trasmettere in tutte le situazioni che avrebbero dovuto essere piacevoli. Anche la cena del padre con la figlia si rivela un disastro. Tutto quello che viene fatto in questo film è pesante. Mangiare è pesante, anche quando Anselmo, Gabriele Silvestrini, si sta mangiando un dolcetto la moglie Agata, Corinna Coroneo, lo chiama e gli dice di andare al telefono perché è successo qualcosa di spiacevole (è la polizia). C’è sempre qualcosa che impedisce a questa famiglia qualsiasi tipo di interazione, quindi il sesso è il primo elemento. Ma anche quando Agata prende il cappuccino sulla spiaggia guarda davanti a sé qualcosa che non ha, vede un’altra famiglia che non è la sua. Volevo che i personaggi di questo film non fossero mai lasciati in pace. Agata rientra a casa con il mal di testa e la figlia accende la musica a tutto volume…in tutto il film c’è questa specie di persecuzione dei personaggi. E’ un modo per dire che oggi non siamo liberi di fare la vita che vogliamo.
Un’altra cosa curiosa è il cartone animato che guardano le sorelline di Andrea in cui c’è questo padre che sgrida e disprezza la figlia, che poi tu usi anche all’interno del tuo classico intermezzo fra il primo e il secondo tempo. Qual’è il suo significato?
Lo stesso di quello che ti dicevo prima. Anche un semplice cartone animato per bambini diventa un monito riguardo al fatto che non si può mai restare tranquilli. Anche questo è diseducativo. Tutto è diseducativo intorno a questa famiglia. Ci tenevo tantissimo a questo aspetto che è stato rafforzato da Corinna Coroneo che ha scritto la sceneggiatura a partire da un’idea che avevo avuto 20-25 anni fa, quando c’è stato il boom della prostituzione in appartamento, delle studentesse universitarie che si prostituivano e mi era venuta questa idea. Poi in sede di sceneggiatura ho detto a Corinna: “perché non costruisci una famiglia in cui c’è anche questo aspetto?”. Anche il cartone animato è profondamente diseducativo e il padre non può che spegnere la tv. Fra l’altro noi avevamo realizzato cinque cartoni animati diversi con contenuti anche più diseducativi, ma ne abbiamo utilizzato solo uno e mezzo. Gli altri verranno sicuramente inseriti come contenuti speciali in un eventuale dvd.
Un’altra cosa che mi ha colpito è la scena dell’incontro con la escort, con questo letto contornato dalle scritte “Realtà - Sogno” e poi “Vita - Sogno”. E poi anche la scena in cui Agata racconta la favola alla figlia. Ecco questa evocazione di un elemento onirico che però nel film è completamente assente. Come mai?
C’è anche una certa infrazione del realismo. Non so se hai notato che anche quando Anselmo si fa la doccia e osserva la escort dal vetro, l’ambiente è illuminato con delle luci che non sono quelle reali, la realtà si colora perché Anselmo è vicino a provare qualcosa che non prova da molto tempo. Poi lui è l’unico personaggio in cui si concentra l’onirico, anche quando si addormenta e sogna la moglie, è sempre Anselmo che nella sua goffaggine sogna sempre cose che poi vanno sempre male. Quando si addormenta davanti alla tv e la figlia lo filma mentre è chiaramente eccitato oppure quando sogna di fare l’amore con la escort e poi arriva l’assassino che uccide la donna. Sono tutti coiti interrotti. Il suo sogno è sempre interrotto. Questo è un elemento di sceneggiatura che mi ha interessato molto nel film. E’ una forma di repressione di qualcosa di positivo per l’essere umano.
Un’altra cosa che ho notato è la tua descrizione di questo ambiente di provincia asfittico e asfissiante presente anche in altri tuoi film…
Sicuramente è un elemento autobiografico, poi l’Italia per il 98% è provincia. E in questa provincia italiana un po’ ci siamo passati tutti. Questa provincia che affoga ogni passione…la provincia italiana non è la provincia europea, non è un luogo per sparire o per rilassarsi, è un posto dove essere controllati, dove c’è la paura del vicino, la paura del diverso e quindi volevo parlare anche della provincia addormentata. Curiosità vuole che questo film sia stato girato in Abruzzo nelle mie terre, nei miei luoghi natali. Quindi fondamentalmente è un ritorno a girare in certe zone dove mancavo da tanti film. Mi hanno invitato a nozze facendomi parlare di come era la mia vita quando vivevo in provincia.
Trovo che i tuoi film siano molto politici anche se la politica entra raramente come discorso pubblico esplicito. In questo film mi sembra che il conflitto sociale si sia trasferito all’interno della famiglia.
Si, assolutamente. Andrea, il personaggio più giovane, non approva e disprezza la vita che fa suo padre. Anche la sorellina più piccola nel suo tema a scuola sui genitori scrive che non capisce come un uomo come suo padre possa aver sposato una donna come sua madre. Effettivamente il padre rappresenta un po’ un partito conservatore mentre i figli assumono un ruolo più “rivoluzionario”. E’ una chiave di lettura.
Ecco, a proposito di diversità, nel tuo cortometraggio, “La paura dei numeri”, c’è questa frase che ricorre: “Non siamo noi che siamo diversi. Sono gli altri che sono tutti uguali”. Sembra quasi un rimando al tema del lungometraggio…Come mai hai scelto di fare questo corto sull’autismo utilizzando un genere come il racconto di fantasmi e un’ambientazione neogotica?
Inizialmente ero un po’ restio a fare questo cortometraggio perché, prima di fare i miei otto lungometraggi, ne avevo fatti trentasette di corti, più quattro documentari. Diciamo che sono più portato per la narrazione lunga. Poi parlando con gli sceneggiatori che sono bravissime persone mi ha incuriosito il tema dell’autismo, di cosa era prima, in un altro tempo, e cosa è oggi. E poi mi piaceva parlare di famiglia mentre stavo già girando “Ancheseliodio”. Quindi sembrava un po’ un destino continuare a parlare di questo tema. Quindi alla fine ho accettato con entusiasmo. Abbiamo girato questo cortometraggio nei dintorni di Macerata. Anche in questo caso l’ambientazione è una casa isolata, una villa vera e propria, in cui accadono queste cose. Comunque sempre di famiglia si parla.
Come mai la paura dei numeri? Fra l’altro io lavoro spesso con ragazzi autistici che hanno vari tipi di comportamenti ossessivi…
Elisabetta Garbati, che è una delle sceneggiatrici, è medico e ha rilevato che uno degli elementi che ricorrono più spesso nei bambini autistici è il numero. In effetti nella sceneggiatura non c’erano degli elementi così forti al riguardo. Poi però mentre giravamo mi è venuto in mente di calcare la mano su questo aspetto, con la bimba che fa questa nenia del conteggio. La motivazione è che sicuramente quella dei numeri è un’ossessione ricorrente nei bambini autistici.
Un altro elemento narrativo importante è il confronto che tu fai fra due epoche molto diverse nell’affrontare il problema dell’autismo. Fra l’altro l’epoca passata a cui tu fai riferimento è quella degli anni Venti, quella del fascismo…
Era nella sceneggiatura, ma era anche verosimile perché negli anni Venti i bambini che avevano problemi mentali venivano portati dall’esorcista. Quindi questo è veramente un elemento di verosimiglianza. Questo film però riprende anche un’antica leggenda marchigiana. Quindi c’erano già degli elementi di leggenda. Il personaggio del fantasma proviene da questa leggenda. Però la cosa che più mi interessava era proprio il confronto fra queste due epoche. Perché oggi c’è questo elemento di comprensione, un modo di affrontare il problema senz’altro più civile.
La mamma della bambina nel finale del film dice alla figlia che le storie di fantasmi sono le storie più belle. E’ così anche per te?
Veramente questo era un elemento di sceneggiatura. Però era un elemento enigmatico che rende il racconto più interessante. Poi in questo film c’è un’ambivalenza per cui non si capisce veramente se il fantasma c’è o non c’è. Non volevo fare un mistery, non volevo che questo elemento soprannaturale prendesse il sopravvento. Il soprannaturale c’è ma non è così chiaro. Perché tutto potrebbe svolgersi nella mente della bambina. Non è chiaro se queste cose sono o non sono accadute. Se sono delle percezioni, delle fantasie di una bambina o sono veramente due piani temporali diversi. Però è un effetto con cui mi piaceva chiudere il film e partire con questo brano musicale, Berlioz, “Synphonie fantastique”, che è veramente impegnativo perché ricorda tutta una serie di grandi film di un certo spessore, a partire da “Shining”. Però nel periodo in cui giravo, veramente io ascoltavo “Synphonie fantastique” e si nota che certe sequenze sonore sono state montate appositamente per accompagnare quelle immagini.
Una delle cose che ricorrono nei tuoi film è il condizionamento che i personaggi subiscono dalla società anche se hanno l’illusione di essere padroni del proprio destino. Quanto è voluto questo elemento?
Sicuramente nessuno dei personaggi dei miei film ha il completo controllo della propria vita. Questa è una cosa a cui tengo molto perché la vita è piena di impermanenze. Invece noi invece ci alziamo alla mattina pensando di vivere in eterno, che tutto funzioni, mentre invece spesso non funziona niente e potremmo morire da un momento all’altro. Sono cose assolutamente oggettive. Noi nasciamo con la consapevolezza che dovremo morire. Questa è l’unica cosa vera, l’unica cosa che accadrà sicuramente prima o poi.
In conclusione vorrei sottoporre alla tua attenzione due frasi che ho letto in una tua recente intervista e che mi hanno incuriosito molto. La prima è: “Io vedo dentro le persone e dietro le situazioni. Mi metto nei panni degli altri. Mi sento un veicolo. Di cosa non so”. In che senso?
Questa grande empatia che ho per gli altri mi dà l’idea che io debba usarla anche in questo contesto. Una sorta di dote naturale che mi piace mettere al servizio del prossimo perché nella vita sono una persona molto generosa e corretta. Quindi ci tengo a questo aspetto.
L’altra frase che trovo molto suggestiva é: “credo in un cinema che abbia il sospetto di qualcos’altro”. Come la spieghi questa frase?
Il cinema non deve essere per me una cosa razionale, fredda. Ci deve essere una cosa che sta dietro il cinema e questa cosa è ciò che fondamentalmente sta dietro all’arte. Dietro al primo dipinto sulle grotte della preistoria c’era la capacità dell’uomo di immedesimarsi in qualcosa, una cosa quasi ultraterrena. Noi nasciamo con consapevolezze che non sono terrene. Se la vita potesse spiegarsi solo in termini scientifici sarebbe per me molto noiosa. Invece c’è anche una componente di spiritualità dentro la vita quotidiana. E dietro il cinema secondo me c’è quell’elemento che tu vai a cercare nella spiritualità, nella filosofia magari. Però quella ricerca parte proprio dall’arte. Quel turbamento io lo chiamo il sospetto di qualcos’altro.
Ci puoi anticipare qualcosa sul progetto de “La soprano italiana”?
Partiranno presto le riprese. Ho già fatto tutta la pre-produzione e sicuramente dovrò affrontare tutte le solite difficoltà finanziarie. Tornerò ai vecchi temi, sarà una sorta di ritorno alla mia giovinezza. Ci sarà art house, erotismo, spiritualità, tutti i temi che mi hanno interessato fin dall’inizio.
a cura di Marcello Cella










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