martedì 7 luglio 2020

Una riflessione sui documentari di Giacomo Verde, videoartista, pittore, attore, regista, attivista e molto altro, recentemente scomparso.

Lo sguardo laterale 
I documentari di Giacomo Verde





“Ho sempre pensato che il valore delle immagini video sta prima di tutto nel loro essere comunque astratte. Più del cosa rappresentano è importante il come: il colore, la luminosità, il contrasto, il ritmo e la qualità del movimento interno o del montaggio, il rapporto con il suono”.
Giacomo Verde, da “Artivismo tecnologico - Scritti e interviste su arte, politica, teatro e tecnologie”, Pisa, BFS Edizioni, 2007, p.63

E’ difficile incasellare l’opera di Giacomo Verde, una di quelle personalità artistiche che sfugge sempre alle definizioni e alle mode culturali. Certo è che la sua ricerca che in più di quarant’anni di lavoro ha spaziato dall’arte al teatro, dal video al documentario, dall’attivismo politico all’analisi teorica dei linguaggi, dalla crossmedialità alla controinformazione, dalla pittura alla musica, ha rappresentato per l’asfittico e spesso opportunista panorama culturale italiano una ventata di aria fresca, con porte e finestre linguistiche aperte e sbattute in faccia al conformismo. 



Il fulcro del suo lavoro sta nell’incontro fecondo fra arte e impegno sociale e politico, fra etica ed estetica che mai ha abbandonato nel suo percorso artistico ed esistenziale, nella sua produzione di “azioni e processi” più che di oggetti. Tutta la sua opera è una continua contaminazione di linguaggi espressivi e di generi, una continua riflessione senza sconti e senza ipocrisie sui meccanismi economici, sociali e culturali che regolano le nostre società, un inesausto sforzo di liberare sguardi e menti dai pregiudizi e dai dogmi che li incatenano e gli impediscono di sperimentare la felicità che si prova nell’attraversare mondi e incontrare gli altri, l’Altro, dimenticandosi per una volta, o per sempre, del proprio Ego e confluire nella infinita creatività collettiva. Del resto la sua concezione dell’arte può essere racchiusa in una affermazione come questa: “Dipingere è qualcosa che si riferisce alla propria espressione personale (…). Preferisco fare qualcosa di più collettivizzante, interessante e utile al mondo”. 
Quindi è sempre difficile dare una paternità autoriale al suo lavoro, perché, pur non rinunciando mai ad un evidente livello interpretativo del reale mutuato dai vari linguaggi utilizzati, Giacomo Verde rifiuta il privilegio autoreferenziale nel definirsi “autore”, a favore di una creatività collettiva, il General Intellect, che si esprime negli infiniti linguaggi e materiali della vita quotidiana, nella loro poesia incontaminata dalla ragione economica. E’ qui che sua la “visione orizzontale” della società, che nega gerarchie e modelli culturali ed estetici imposti dall’alto e a senso unico si incontra con il suo costante tentativo di umanizzare la tecnologia, di democratizzarne i meccanismi, di metterli al servizio della creatività di tutti gli umani. E’ qui che sta la sua ricerca di “un’arte nascosta nelle attività quotidiane, diffusa, che sa parlare anche delle zone d’ombra senza bruciarle alla luce, che non si chiude negli spazi privilegiati di musei e gallerie nel nome di una propria “originalità”, un’arte che non inibisce, ma stimola la creatività di ogni individuo, che segue i principi di “Bellezza e Giustizia” (come scritto da James Hillman) piuttosto che i soli principi di “economia politica” e affermazione personale”. In questo senso si fatica a dedurre nella sua immensa produzione artistica qualcosa che possa essere indicato e definito esplicitamente e senza dubbio alcuno come “documentario” nel senso di un genere cinematografico dedito più di altri alla riflessione sulle realtà sociali della nostra epoca, perché tutta la sua opera potrebbe essere definita in questo modo. Non c’è una produzione espressiva di Giacomo Verde che non sia una riflessione sulla realtà sociale, culturale, politica, economica della nostra epoca utilizzando di volta in volta un determinato linguaggio, e non c’è opera di Giacomo Verde che non sia contemporaneamente una riflessione sulle modalità espressive, sulle potenzialità e i limiti di un determinato linguaggio all’interno dei meccanismi sociali in cui si manifesta. Quindi qualcosa che svela la propria natura politica non in base al tema di cui tratta, ma in base al processo da cui nasce, qualcosa che non si limita a criticare il sistema capitalistico come bersaglio culturale e artistico di denuncia, ma come processo di pensieri e azioni che ne legittimano l’esistenza anche quando apparentemente lo criticano, perché non escono da quell’individualismo “borghese”, da quella personalizzazione dell’opera d’arte che è connaturata alla concezione dell’arte e della cultura unicamente come “genere”, cioè come tassello da inserire placidamente e senza intoppi in un “mercato”. 



In questo senso anche i lavori che più decisamente possiamo definire come “documentari” non escono da questa logica espressiva e politica. “Solo limoni” (2001), “documentario poetico sui fatti del G8 di Genova del 2001”, e “S’era tutti sovversivi. Dedicato a Franco Serantini” (2002) in effetti rispondono a ciò che Giacomo Verde definisce come “documentario creativo”, cioè un’opera cinematografica che non si limita a riprendere il reale, a registrarlo nella sua, impossibile, oggettività, e che non rinuncia a proporre un proprio punto di vista, etico ed estetico, “d’autore”, inteso come entità collettiva e non individuale. Semmai, per quanto riguarda il reale, Verde cerca non di riprenderlo, ma di “sorprenderlo”, secondo quella tecnica dello “straniamento” ben esplicitata dal sociologo e mass-mediologo Mario Perniola che lo concepisce come un “trasporre l’oggetto delle propria percezione abituale in una nuova percezione imprevista e sorprendente”. 






Questa tecnica è particolarmente evidente in “Solo limoni” che racconta dal vivo e in prima persona (plurale) i drammatici avvenimenti del G8 di Genova del 2001 secondo una logica inedita e, appunto, sorprendente, sghemba rispetto alle due narrazioni dominanti di quegli avvenimenti, quella del Potere e quella, contrapposta, ma spesso speculare del Movimento. Nel libretto che accompagna la pubblicazione del video, “Il popolo dei limoni”, Giacomo Verde lo presenta in questo modo: “Abbiamo scelto di parlare di limoni. Abbiamo scelto un approccio sghembo, un punto di vista apparentemente slogato e slegato dal ferro, dal fuoco, dal fumo, dal sangue di Genova e se abbiamo scelto di parlare d’altro è stato perché fosse chiaro che era proprio di Genova che volevamo parlare, è stato perché non volevamo cadere nella trappola vetero-ideologica del presunto impegno che mortifica la forma e fa ammalare di elefantiasi i contenuti, poiché Genova è stato qualcosa che ha travolto tanto i contenuti quanto le forme del nostro pensare, del nostro agire, del nostro immaginare, del nostro assentire o del nostro ribellarci. Un attimo prima che tutto fosse definitivamente sepolto dalla polvere delle Twin Towers. Abbiamo scelto lo spostamento laterale, metonimico, per sottrarci al disinganno di chi credeva che Genova fosse solo l’inizio, mentre oggi si rivela la fine di un certo modo, di un certo mondo e dunque, ovviamente, il principio di un inizio davvero nuovo, stupefacente, terribile, imprevedibile e inevitabile”. Coerentemente con questo assunto “Solo limoni è un’opera che spiazza lo spettatore fin dall’uso spericolato e anti-realistico della colonna sonora, piena di echi e di inquietanti suoni elettronici che sembrano prefigurare il dramma collettivo che si va compiendo a livello visivo, con le cariche selvagge della polizia, i caroselli delle autoblindo, le reazioni violente dei manifestanti, i pestaggi assurdi, le incursioni dei “black bloc”, le auto incendiate, il sangue, le urla, gli insulti, fino al momento culminante della morte di Carlo Giuliani. Ma Giacomo Verde non si limita alla registrazione degli eventi e usa il livello sonoro per raccontare ciò che avviene a Genova secondo un’altra ottica, un’altra interpretazione che gli viene suggerita dai testi letterari che lo accompagnano, dal “Don Chisciotte” di Cervantes alle parole di Lello Voce, Patrick Chamoiseaux, Elio Pagliarani, Bertold Brecht, Piero Jahier, Roque Dalton, Elemire Zolla e dello stesso Giacomo Verde. Inoltre la telecamera spesso devia dall’”azione” principale e si avventura nelle strade laterali, fisiche e narrative, che inseguono spesso altri eventi apparentemente slegati dal racconto e altre contraddizioni. Come l’anziano signore che attraversa i luoghi devastati dagli scontri fra polizia e manifestanti come l’aborigeno impassibile che, durante la Seconda Guerra Mondiale, incontra i soldati americani nella foresta di Guadalcanal, in “La sottile linea rossa” di Terrence Malick, ignorandone la pericolosità e finanche l’esistenza. Nell’episodio intitolato ironicamente “Super discount”, la telecamera di Giacomo Verde si sofferma lungamente su un manifestante no global che esce da un supermercato devastato e saccheggiato trascinando un pesante carrello pieno di ogni ben di dio. Mentre, nell’episodio “Non calpestare le aiuole”, il racconto di Verde si concentra sui manifestanti che strappano i fiori da alcune aiuole e li pongono pietosamente sul sangue rappreso lasciato sull’asfalto dal cadavere rimosso di Carlo Giuliani. E potremmo continuare.  “Solo limoni” assume comunque un tono rabbioso e malinconico, come se stesse raccontando la nostalgia per la fine di qualcosa di bello e di giusto (il movimento no global con i suoi sogni di cambiamento della società) e prefigurasse un futuro oscuro. In questo senso il mistero, svelato nel finale, della foto regalata a Giacomo Verde da un manifestante, che lo ritrae insieme ad una sua amica mentre si ripara dietro un albero dai lacrimogeni della polizia, assume un significato evocativo ed esplicito: la foto infatti richiama nei colori e nella composizione il famoso quadro di Masaccio “La cacciata dal paradiso terrestre”. 







In “Solo limoni” è evidente, inotre, un’altra caratteristica del particolare documentarismo di Giacomo Verde, e cioè l’azzeramento, o comunque la forte limitazione, della distanza fra realtà e osservatore, quella distanza su cui Verde aveva già riflettuto anni prima parlando della distanza tra il quadro e l’osservatore: “La distanza tra il quadro e l’osservatore non funziona più quando “tutti siamo nel quadro”. Tutti siamo parte del tessuto audiovisivo, del flusso sensoriale che caratterizza l’esperienza contemporanea: leggere l’opera vuol dire oggi leggere sé stessi”. Ed evitare un altro rischio dell’artista e dell’arte contemporanea, il rischio dell’’artista-zombie’ “che si nutre di organismi viventi, di eventi vitali e di vita reale per trasformarli in simulacri, rappresentazioni, feticci museali, cose senza vita, decorazioni, nature morte”. L’unica via di fuga per l’artista, come per il documentarista, rimane l’immaginario. Perché “le immagini trasmesse dalla televisione non sono quelle della realtà, ma quelle di chi vuole fissare per noi un punto di vista sul mondo (…) Nei media si tende ad utilizzare le immagini televisive come rappresentazioni del reale, non dell’immaginario”. Qui sta l’inganno, la manipolazione cui cerca di sfuggire Giacomo Verde. I suoi documentari non cercano mai di fissare nella mente dello spettatore un determinato punto di vista sulla realtà, ma semmai cercano di moltiplicare i punti di vista e dichiarano sempre esplicitamente la loro natura ibrida di realtà rappresentata, interpretata e immaginaria al tempo stesso. 
Anche in un documentario più classico nella forma come “S’era tutti sovversivi”, che racconta la storia di Franco Serantini, lo studente anarchico ucciso dalla polizia a Pisa durante una manifestazione antifascista il 7 maggio 1972 e, in filigrana, un periodo storico, il movimento del ’68 pisano con le testimonianze di molti dei suoi protagonisti, il tono disincantato e malinconico della narrazione, delle interviste e degli inserti audiovisivi di repertorio, viene in qualche modo ribaltato dal tono rabbioso e corrosivo delle musiche e dei suoni che la accompagnano e contrappuntano, con le canzoni di Paolo Pietrangeli, Caterina Bueno, Michele Straniero e Cesare Bermani. Mentre il montaggio non rinuncia agli ambigui incroci con la videoarte che donano al documentario un livello di interpretazione sotterraneo, profondo e misterioso, dove, forse, nel silenzio emblematico della riflessione, alberga il vero significato del film e degli avvenimenti che racconta, il non detto che rende “S’era tutti sovversivi” quanto mai attuale, nella sua accusa implicita contro una società ipocrita e violenta che sopprime i suoi figli migliori per mantenere ciecamente in vita un potere muscolare senza futuro e senza poesia che la conduce al disastro politico, morale e culturale. Cosa resta dunque di tanto pensare e agire, di tanta generosa ribellione alle lusinghe melmose del potere? Forse solo ciò che il potere ignora e che solo il popolo minuto riconosce come la vera ricompensa alle proprie sofferenze e delusioni, la creatività quotidiana, quelle piccole azioni e produzioni che rimangono nell’ombra dei media, quelle piccole/grandi lotte e insubordinazioni che hanno, come unica ricchezza, il profumo della libertà. Come il profumo dei limoni. 
“Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri
la nostra parte di ricchezza
Ed è l’odore dei limoni”
Eugenio Montale


Marcello Cella
















SOLO LIMONI
Documentario poetico sui fatti del G8 di Genova del 2001 
regia: Giacomo Verde
montaggio video: Fracesco Pera Turrini, Federico Carmassi
musica originale: Mauro Lupone
composizione video: Mauro Lupone, Uliano Paolozzi Balestrini, Elena Recchia, Giacomo Verde, Lello Voce
riprese video di: Giacomo Verde (giac), Teresa Paoli (ze) - Italy.IndyMedia - Uliano Paolozzi Balestrini, Pulika Calzini, Luca Tomassini, Tiziano, Lorenzo, Edoardo, Philippe, Vincent, Florence etc. - SocialPlus, Fluid video crew, Digipresse - Elena Recchia (bobò), Umberto Sebastiano, Francesco Villa - D.INK -
testi di: Giacomo Verde, Lello Voce, Patrick Chaamoiseaux, Miguel Cervantes de S.,Elio Pagliarani, Bertold Brecht, Piero Jahier, Roque Dalton, Elemire Zolla
voci fuori campo: Giacomo Verde, Lello Voce
foto di: Mirco Del Carlo
produzione: ShaKe Edizioni Underground, Reset, SeStessi Video
nazionalità: Italia
anno: 2001
durata: 44'35" 
S'ERA TUTTI SOVVERSIVI (dedicato a Franco Serantini) 
regia di Giacomo Verde 
durata: 56' / 
master: Betacam (girato in MiniDV) Pisa - Lucca, 
maggio 2002 
Produzione:
BIBLIOTECA FRANCO SERANTINI archivio e centro di documentazione di storia sociale e contemporanea Pisa / BFS EDIZIONI soc. coop. a r. l. 





Sito internet di Giacomo Verde: http://www.verdegiac.org




sabato 27 giugno 2020

Storie macedoni 
“Eliza. Una storia macedone” di Umberto Li Gioi 
(Edizioni Saecula, 2020)


“Ricorda amico mio, esistono sempre due verità: quella che tu conosci e quella che tu non sai”
Ljubo



“Molte volte la nostra vita è segnata, in modo ineluttabile, da fatti che cercherai inutilmente di cancellare. Non ci riuscirai, perché ti renderai conto che sarebbe inutile. Ti porterai addosso le cicatrici di qualcosa che a malapena riuscirai a spiegarti. E nemmeno la soluzione dell’incomprensibile potrà arrecarti sollievo. Perché ormai, a quanto accaduto, non c’è più rimedio. Il tormento di un rimorso ti accompagnerà finché la morte non verrà a darti pace”, dice Ljubo ad Oronzo (Rino), uno dei cinque protagonisti di questa meravigliosa e terribile storia corale di amore e morte che si sviluppa in Macedonia durante la Seconda Guerra Mondiale. Una storia lontana nello spazio e nel tempo dalle nostre preoccupazioni quotidiane di uomini e donne occidentali concentrati troppo spesso su un presente fluido, luminescente e superficiale e allo stesso tempo fantasmatico come tutte le cose che nascondono il loro vero spessore esistenziale, storico e narrativo nel buio che circonda la luce dei riflettori puntati sul palcoscenico della vita contemporanea. È la storia della famiglia di Rino, per metà macedone e per metà italiana. 
Eppure la storia di Eliza Trajkoski, della sua famiglia di agiata, ma sobria borghesia balcanica, del soldato Luigi Operoso catapultato all’improvviso dalle povere campagne della Puglia allo scenario drammatico della guerra prima sull’isola di Rodi e poi in Macedonia, del suo straordinario quaderno di memorie ritrovate dal figlio Oronzo dopo la sua morte, del suo incontro con lo scrittore Umberto che innesca la storia del libro e poi del suo viaggio a ritroso in Macedonia alla ricerca delle sue radici, con il ritrovamento di Ljubo, l’amico di infanzia della madre Eliza, e la scoperta della storia drammatica che lei gli ha sempre nascosto, in qualche modo ci riguarda molto più di quanto pensiamo. La struttura corale del libro, in cui le voci narranti dei protagonisti si rincorrono e si incrociano determinando un gioco affascinante di riflessi spazio-temporali, accentua questa impressione di una storia che non può essere circoscritta alla sola dimensione familiare di Oronzo, ma nemmeno ricondotta solo alla memorialista di guerra. La storia di Eliza e della sua famiglia macedone, come quella di Luigi e della sua famiglia pugliese alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, del loro incontro casuale ed emozionante, delle enormi difficoltà che si trovano ad affrontare per far sopravvivere il loro amore fra rastrellamenti nazisti, guerra partigiana, tradimenti ed inconfessabili convenienze personali, sono indubbiamente importanti, ma assumono il valore emblematico di vite di uomini e donne comuni con i loro sogni piccoli, ma meravigliosi, travolti da eventi storici catastrofici che non hanno nemmeno lontanamente contribuito a determinare, ma le cui conseguenze sono costretti ad affrontare e a superare non solo per continuare a sopravvivere, ma anche per mantenere viva la dignità delle loro vite e di quei sogni a cui giustamente non vogliono rinunciare. 
In questo senso la storia del drammatico riscatto dagli eventi della guerra di Eliza e Luigi li accomuna a tutte le Eliza e a tutti i Luigi che ancora oggi in tante parti del mondo cercano di sopravvivere e di mantenere vivi i propri sogni contro la stupidità criminale degli uomini di potere. Le biografie dei protagonisti di questa storia travalicano infatti la dimensione individuale per trasformarsi in una biografia collettiva troppo spesso ignorata dai libri di storia, ma quanto mai viva ed attuale. La storia di Eliza non è solo una storia macedone, ma anche una storia profondamente italiana, la biografia di una nazione che nel suo tentativo di affrancarsi dalle ristrettezze e dalla povertà del primo dopoguerra si fa ammaliare dal carisma di “uomini della provvidenza” che la condurranno al disastro. Un disastro materiale e morale da cui, come Luigi, si risolleverà con la perseveranza del suo spirito contadino e con la voglia di futuro di chi intuisce che la storia non finisce mai sull’orizzonte miope dell’immediato interesse politico e/o economico indicato dal dito degli uomini di potere, ma si muove verso la Luna che quel dito può solo indicare, raggiungere mai. 



“Eliza. Una storia macedone” è quindi anche uno straordinario romanzo realistico, non solo per le belle e malinconiche fotografie in bianco e nero della famiglia di Eliza e di Luigi che accompagnano il suo svolgimento narrativo, ma proprio perché la dimensione realistica della storia, grazie alla sensibilità non comune del suo autore, Umberto Li Gioi, si incontra con la poesia dei sentimenti dei suoi protagonisti e con uno sguardo pieno d’amore e di rispetto per i paesaggi fisici, culturali e storici in cui si svolge la vicenda. La narrazione ellittica piena di sfaccettature e di chiaroscuri e la sobrietà impressionistica ma forte della scrittura rafforzano anche i lati meno evidenti della storia, e catturano indelebilmente l’attenzione e l’immaginazione del lettore fino al drammatico colpo di scena finale, coerente con l’affermazione iniziale dell’amico d’infanzia di Eliza, Ljubo, sull’intrinseco mistero che da sempre accompagna la vita dell’essere umano. La verità delle sue storie vissute e raccontate, sotto la loro apparenza, nascondono sempre un secondo livello di significato. Quello che non sappiamo, ma che, intuiamo, esiste sempre, dando così un obiettivo ed un significato meno scontato alla nostra sete di conoscenza e al nostro vivere imperfetto, e, implicitamente, una ragione di vita insostituibile per la letteratura, quella di raccontare non solo la verità che conosciamo, ma anche quella che non sappiamo.


Marcello Cella





La puntata di "Balkania. Storie e suoni dall'Europa dell'Est" che si è occupata del libro "Eliza. Una storia macedone" di Umberto Li Gioi: 





lunedì 6 aprile 2020





Non sognare: fallo!
Storie di punk rock italiano. Quattro documentari (e un libro)

Alcuni documentari più o meno recenti e un libro di Marco Philopat “Lumi di punk” fanno luce su uno dei fenomeni controculturali più  controversi e dimenticati degli ultimi decenni: il punk rock italiano.

A Federica, lunare, enigmatica e perduta punk veneta

“Non sognare, fallo”. Questa scritta campeggiava su alcuni muri della mia città fra gli anni ’70 e gli anni ’80. E forse qualcuna ancora resiste su qualche muro sbrecciato delle sue periferie. Si trattava di uno slogan fatto proprio dalla più famosa punk band della zona, i Fall Out e che esprime bene la filosofia di vita di quell’universo magmatico che è stato il punk italiano. Mi è tornata in mente visionando compulsivamente, in questi giorni di forzata staticità, alcuni documentari sul punk rock italiano, uno dei fenomeni controculturali più mistificati e dimenticati fra tutte le sottoculture giovanili che si sono succedute negli ultimi decenni nel nostro paese. Eppure, al di là degli elementi di autobiografismo, di scarso interesse in questa sede, in quei confusi e violenti semi di rivolta erano contenute alcune riflessioni sulle dinamiche che muovono la  nostra società e sulle sue distorsioni socio-culturali che in qualche modo hanno resistito al tempo e tornano periodicamente in scena come un fiume carsico che ribolle sotto la superficie apparentemente pacificata dei nostri stili di vita occidentali. E’ opportuno però porsi qualche domanda. 



Quando nasce il punk italiano e perché? Si può dire che esso si manifesti chiaramente come tale nella seconda metà degli anni ’70 quasi in contemporanea con l’esplosione eclatante del fenomeno nel Regno Unito e in altri paesi europei. Sulle motivazioni invece il discorso si fa più complicato. Molti lo etichettano come un fenomeno imitativo rispetto al fenomeno cultural-musicale britannico che subito esplose con band diventate poi famosissime come Sex Pistols, Clash, Stranglers, Damned, Siouxsie and the Banshees, e decine di altre. Questa componente non può essere negata anche perché da sempre il pop-rock anglosassone ha goduto di una distribuzione e di una copertura mediatica capillare che ne hanno favorito la visibilità. Ma per quanto riguarda l’Italia il fenomeno si è subito caratterizzato per alcuni elementi che lo hanno differenziato dalla matrice britannica. Intanto la società italiana dei tardi anni ’70 era caratterizzata da una politicizzazione di massa e da una violenza politica sconosciuta in quel momento in Gran Bretagna. Il punk italiano infatti nasce come rifiuto di una politicizzazione fortissima che sul finire di quel decennio aveva assunto il colore livido del terrorismo e delle trame oscure degli apparati dello Stato contro la vita democratica. Ma anche di una ottusa e impersonale visione della vita e del mondo, filtrata attraverso gli occhiali miopi di ideologie consolidate, ma già scricchiolanti sotto i colpi dei mutamenti irreversibili in atto nel mondo della produzione e del consumo di massa. Inoltre in quegli anni erano ancora presenti, nei suoi aspetti più opprimenti, i pesanti condizionamenti etici di una società ancora fortemente pervasa  dalla morale cattolica. Quindi il punk italiano si caratterizza subito per un elemento che segna una netta rottura con questo stato di cose, e cioè l’ironia. 




Questo aspetto emerge chiaramente nel documentario “Il punk italiano. Le radici 1977-1982” di Angelo Rastelli (https://www.youtube.com/watch?v=h2cxE-mZ4-c) del 2005, che non a caso inizia con le immagini di repertorio dell’eterno Giulio Andreotti che entra al senato, ma anche con quelle di scontri di  alcuni manifestanti contro la polizia e di allarmati titoli di giornale in montaggio alternato con quelle di giovani punk, accompagnate dalla canzone “Mamma, dammi la benza” dei Gaznevada, uno dei primi irriverenti gruppi punk italiani dell’epoca. Del resto, come afferma Freak Antoni, leader di un altro gruppo punk icona dell’epoca, gli Skiantos, “furono individuati due bersagli, due protagonisti del periodo che erano da una parte il carabiniere e  dall’altra parte l’autonomo. In qualche modo una presa in giro a 360°: la presa in giro dello stereotipo del carabiniere, ma con altrettanta convinzione e determinazione la presa in giro dello stereotipo del settantasettino, movimentista, autonomista e barricadero. La demenza è una piccola invenzione degli Skiantos, insieme al rock demenziale che è una forma particolare di punk rock”. Ironia, sarcasmo corrosivo, sberleffo situazionista (impagabile la scena in cui gli Skiantos durante un concerto smettono di suonare e, con degli scolapasta in testa, cominciano a cucinare una enorme pentola di spaghetti chiedendo al pubblico come li preferiscono) sono quindi gli aspetti più evidenti di questa prima fase del punk rock italiano, confermato anche dalle altre numerose interviste con giornalisti come Michel Pergolani, Red Ronnie, Claudio Sorge, e con alcuni dei protagonisti musicali più o meno noti di quel momento come Enrico Ruggeri (Decibel), Ivan Cattaneo, Gianni Muciaccia (Kaos Rock), Tony Face (Not Moving), Steno (Nabat), Sandro Raffini (Gaznevada), Helena Velena (Raf Punk), ecc. Anche se non vanno dimenticati altri aspetti  importanti del fenomeno punk di quegli anni come la centralità di una città come Bologna, che, per le sue specifiche caratteristiche (una “metropoli provinciale”, la definisce in ossimoro sempre Freak Antoni) di città universitaria cosmopolita e aperta alle correnti politiche e culturali più avanzate (il movimento del ’77 in fondo nasce e muore lì), senza perdere nello stesso tempo le proprie radici rurali nella sterminata pianura padana, assume subito un ruolo carismatico e catalizzatore. Come anche non va dimenticata la capacità di autorganizzazione sul piano produttivo (il “do it yourself”, uno degli slogan più diffusi all’epoca) che porta alla nascita di numerose case discografiche (la Italian Records di Oderso Rubini su tutte) che sostengono queste prime esperienze musicali. Per non parlare del rivendicato dilettantismo in fatto di formazione musicale, con molti giovani punk che prendevano in mano uno strumento musicale per la prima volta in vita loro poco prima di esibirsi su un palco, contro i noiosi leziosismi sonori e le vuote narrazioni fantastiche dei testi di molti gruppi progressive che andavano per la maggiore in quegli anni e si astraevano da una realtà sociale e culturale che premeva per esprimersi in modo più diretto. Insomma c’era una scena che voleva prendere la parola e fare un bagno di realtà e il punk era una buona arma a disposizione. 



Questa prima fase ironica e spregiudicata, come fanno capire anche alcune delle interviste sul finale del documentario, si conclude però quando la violenza politica comincia a conquistare il centro del palcoscenico, insieme ad altri fenomeni tragici come la diffusione di massa delle droghe pesanti, in particolare dell’eroina, che tagliano le gambe al movimento punk e lo costringono ad esprimersi sotto altre forme e in altri luoghi più chiusi come i centri sociali che si moltiplicano durante tutti gli anni ’80 e anche oltre un po’ in tutta Italia. 
Due documentari, in particolare, raccontano bene questi mutamenti del fenomeno punk italiano: “Italian Punk Hardcore 1980-1989” di Angelo Bitonto, Giorgio S. Senesi, Roberto Sivilia (https://www.youtube.com/watch?v=g2idFNnFhjM&t=10s) del 2015 e “Punx. Creatività e rabbia” di Ermanno Guarnieri (https://www.youtube.com/watch?v=_dthTdF5hcg), realizzato originariamente nel 1984, ma remixato e restaurato nel 2005. 
Italian Punk Hardcore 1980-1989” racconta questa evoluzione della scena punk italiana, in modo quasi didascalico con la sua divisione in nove capitoli (Le origini, Le città e i centri nevralgici, Le band, L’autoproduzione e le etichette indipendenti, Le fanzine e il passaparola antagonista, Il rapporto antagonista tra punk e stampa, I concerti, Le droghe, L’apice e il declino), la sua parabola dalla nascita e dal sogno di autodeterminare la propria vita e di poter esprimere la propria individualità fuori da qualsiasi condizionamento sociale fino al suo declino (“punk is dead”). “Nessuno ha il diritto di decidere la nostra vita”, si legge su uno striscione alle spalle di un gruppo punk che si sta esibendo davanti al suo pubblico in uno dei tanti filmati amatoriali dell’epoca di cui è costellato il documentario, ma il concetto è ulteriormente chiarito dalle varie interviste che si succedono, in particolare in quella di Helena Velena dei bolognesi Raf Punk (“la storia è nostra, la musica è nostra”), in cui la consapevolezza della propria diversità e della sua intrinseca politicità è espressa molto chiaramente. “Il punk è energia, il punk è sicuramente una rabbia a tutto tondo, ma è sicuramente una rabbia a tutto tondo contro il sistema, contro una società autoritaria, repressiva, contro una società che sostanzialmente consegna i propri membri ad una quotidianità fatta di malessere diffuso”, racconta invece con grande lucidità un certo Enrico (cognome non specificato) degli Infezione di Modena. Il documentario ha anche il merito di mettere in luce altri aspetti della scena punk italiana. Per esempio, riguardo ai suoi centri di espressione e divulgazione del fenomeno (capitolo 2 Le città e i centri nevralgici), segnala un’importante novità rispetto alla fase precedente. Se nella prima  parte della sua storia Bologna era il centro riconosciuto del movimento punk italiano, nel suo sviluppo anni ’80 si nota un progressivo decentramento del fenomeno. Quindi non più solo Bologna, ma anche altre città emergono come centri di diffusione di questo humus culturale, anche se Milano, soprattutto con i suoi affollati centri sociali come il Leoncavallo, il Virus, ecc. e la sua politicità intrinseca emerge progressivamente come città leader. Le interviste a molti dei protagonisti dell’epoca lo rilevano chiaramente. Il punk si diffonde come un virus nella sterminata provincia italiana e contamina per la prima volta molte altre città, grandi e medio-piccole, Torino, Alessandria, Ferrara, Modena, Pisa, Napoli, Trieste, Bari, Grosseto, Verona, Macerata, Firenze, Piacenza, Udine, Roma, Palermo, Lucca, La Spezia, ecc. con una miriade di band dai nomi duri e fantasiosi (Raf Punk, I Refusi It,  Nabat, Cheetah Chrome Motherfuckers, Crash Box, Chain Reaction, Rappresaglia, Negazione, Indigesti, Candeggina Gang, Fall Out, ecc.), anche totalmente femminili, che cominciano a realizzare ed a sviluppare criteri e metodi di distribuzione dei propri prodotti culturali mai utilizzati prima di allora. Nascono centri sociali un po’ in tutta Italia (famosi il Mongolfiera di Modena, il Victor Charlie di Pisa, lo Zeta X di Napoli) e un po’ ovunque (perfino le sale parrocchiali non vengono risparmiate) che diventano vettori di una creatività di massa, non solo musicale (in quel periodo si sviluppano moltissimi progetti che riguardano altri ambiti culturali come fumetti, video, teatro, cinema, editoria, ecc.), che si avvale di metodi produttivi e nuovi canali distributivi. Un ruolo decisivo lo assumono le fanzine, cioè le piccole riviste autoprodotte e autodistribuite da parte di chi le realizzava avvalendosi di tecniche basic come la fotocopiatrice, le forbici o addirittura la fattura a mano e il più diffuso dei canali di diffusione dell’epoca, l’ufficio postale, quando non addirittura, la distribuzione diretta da parte di eroici “postini” punk che partivano dalla propria città in automobile o in treno e portavano queste piccole pubblicazioni, ricche di informazioni e articoli riguardanti concerti e band della scena punk, ma anche tematiche nuove come il femminismo, la vivisezione, il vegetarianismo, l’antimilitarismo, ai concerti, nei centri sociali, nei negozi di dischi “amici”, o direttamente nelle case dei simpatizzanti, con cui magari avvenivano scambi di materiale simile da riportare poi nel proprio ambiente di provenienza. Insomma, una sorta di “rete comunicativa” che anticipava concettualmente l’idea di rete affermatasi con internet e i social network. Una comunità di persone che si disgrega alla fine degli anni ’80 sotto i colpi della repressione poliziesca, con lo sgombero dei luoghi in cui questa scena culturale si esprimeva, ma anche a causa di limiti intrinseci alla visione del mondo e della vita dei punk.





Molto significativo in questo senso è il documentario “Punx. Creatività e rabbia” di Ermanno Guarnieri, incentrato sul punk milanese degli anni ’80 e soprattutto sul locale simbolo dell’epoca, il Virus, ma estremamente utile per capire pregi e difetti del movimento punk italiano nel suo insieme, soprattutto se si tiene conto dello sfondo socio-economico sul quale emerge e si sviluppa il punk non solo come musica, ma anche come cultura antagonista. Il documentario di Guarnieri assume un’importanza storica più forte di altri perché realizzato nel 1984 (era allegato ad un libro di Stampa Alternativa sul punk italiano) e restaurato nel 2001. Una fotografia in presa diretta del punk italiano, emblematica fin dalle immagini di apertura, con giovani punk che si aggirano in un capannone industriale abbandonato, che poi diventerà il locale simbolo dell’epoca, il Virus di Milano, come a segnare anche a livello simbolico l’effettivo trapasso in corso in quegli anni dalla fabbrica alla società postindustriale, con i luoghi della produzione manifatturiera sostituiti da centri autonomi di produzione culturale: colonna sonora la musica punk, i conduttori di Radio Popolare, una delle prime radio libere italiane, attiva fin dagli anni ’70, e i giovani che intervengono durante i suoi programmi. Ma al di là dell’aspetto musicale che per larghi tratti del documentario appare marginale rispetto all’esprimersi di una realtà culturale a tutto tondo ed al significato politico fortissimo che essa assume subito, “Punx. Creatività e rabbia” racconta in modo molto efficace l’energia, la voglia di esprimersi incontenibile a tutti i livelli, il dinamismo esistenziale e culturale di una comunità di giovani decisi a ripensare, a rifiutare ed a cambiare i paradigmi etici e sociali, i ruoli di genere, le gerarchie professionali, l’edonismo anestetizzante sparso a piene mani dal potere politico ed economico, dominanti nell’Italia dell’immobilismo democristiano, dello yuppismo craxiano e delle emergenti televisioni di Berlusconi. Uno spazio importante lo assume, rispetto ad altri filmati di argomento analogo, la componente femminile del movimento, con alcune delle analisi più lucide e lungimiranti sui possibili sviluppi e sugli oggettivi limiti del punk e di analoghi movimenti antagonisti contemporanei e successivi. “La donna va un po’ dietro al punk maschio, un po’ macho, cattivo. Le donne punk vengono viste come fighe anche dai punk stessi”, afferma una di loro durante una bellissima discussione a più voci. E poi, più avanti, aggiunge: “Posso fare i più bei discorsi del mondo, però guardo anche la realtà. Anche noi punk siamo contro tante cose, vorremmo fare tanto, e poi…poi non facciamo niente. Per cui non puoi non sentire questa impotenza. C’è il nostro discorso, però c’è il discorso più completo di tutto il resto, di tutti, non solo di noi punk. Che cosa stiamo facendo? (…) Che cosa si riuscirà a fare? La repressione è troppo grande. Per cui mi chiedo: dopo verranno altre cose, o potrà anche non venire niente. E’ questa l’impotenza che sento. Dico no a tutte le ideologie, ma in fondo spero che non ci sia sempre la merda che c’è adesso. Siamo tutti bravi a parlare. Poi alla fine riusciamo a fare ben poco”. Il no del rifiuto, ma anche la difficoltà a costruire quel mondo nuovo che anche il punk, sulla scia dei movimenti giovanili di protesta che hanno attraversato il tardo Novecento, sogna, appare quindi il punto debole di tutto il movimento. Raccontato anche da due momenti che il documentario sottolinea, come la protesta situazionista dei giovani punk che, durante un convegno di sociologi che presentano un lavoro di ricerca sul punk milanese, si tolgono le camicie e si tagliano il petto con le lamette, e lo sgombero del Virus, con il malinconico corteo giovanile che attraversa le vie della città urlando slogan minacciosi sotto le finestre di una Milano sostanzialmente indifferente. 



Negli anni ’90 il punk non muore, ma si trasforma in un’interessante corrente musicale, che arriva anche ad un certo successo commerciale (basta pensare al successo di punk band d’oltreoceano come Green Day, Offspring, Bad Religion o a quello nostrano, relativo, di band come i CCCP, poi CSI, o come i Punkreas, Persiana Jones, Derozer, Shandon, ecc.), evoluzione che è al centro del racconto di un altro documentario del 2019, “La scena. Il punk italiano degli anni ’90” (https://www.youtube.com/watch?v=FgPtsEnf4cE) dei fratelli Marx (Silvia, Diego e Beppe Marchesi). Il punk sopravvive anche negli anni ’90 continuando a frequentare molti degli stessi luoghi che lo avevano visto protagonista negli anni ’80, come i centri sociali, ma, al di là dell’aspetto musicale, sembra aver perso la sua carica eversiva, la sua caratteristica di espressione controculturale per adagiarsi all’interno del contenitore più rassicurante, più catalogabile e quindi più appetibile commercialmente che potremmo definire come “ribellione adolescenziale”. Lo confermano anche molti dei protagonisti nelle numerose interviste del documentario quando, affermano si di voler azzerare quella distanza fra musicisti e spettatori che è sempre stato uno degli obiettivi intrinseci del punk, ma all’interno di una scena sempre meno politicizzata. “Basta politica! Birre, ragazze, vita!”, dichiara convintamente uno degli intervistati. L’analisi più interessante di tutto il fenomeno è quella espressa da Marco Philopat, scrittore e agitatore culturale milanese, attivo fin dai primi anni ’80, quando afferma: “Lo scrittore americano David Forster Wallace ha fatto un quadro degli anni ’90 come se fosse un grande party nella società. Soprattutto per i giovani dai 16 ai 24 anni che avevano attraversato quel periodo lì sembrava una grande festa. Tutto andava bene. Anche i centri sociali stessi erano pieni di gente, con il fenomeno delle posse che vendevano un sacco di dischi, come i 99 Posse. Quindi c’era questo big party come lo chiamava Forster Wallace. Poi di colpo ci si è resi conto che la festa era finita”. Sta iniziando un’altra storia, quella del movimento no global. “Questo abbaglio che ha colpito il movimento no global e con loro la scena degli anni ’90 si è infranto con il G8 di Genova e il crollo delle Torri Gemelle. La crisi che è venuta dopo coinvolge al scena punk degli anni ’90, ma anche i centri sociali stessi che per tutti gli anni 2000, fino al 2009, vivono dell’eredità della grande esplosione degli anni ’90 e delle tematiche che erano state elaborate dopo il Virus negli anni ’80. Vivono di rendita”. Altri affermano invece che comunque nel fare una fanzine o un gruppo punk continua a sopravvivere un elemento politico. “L’attitudine punk”, continua Philopat, “è molto vicina al pensiero anarchico, al pensiero libertario del non volere un padrone ma anche nel non essere capace di esercitare il potere, nel non essere capace né di comandare, né di essere comandato, credo che sia ancora il denominatore comune dei punk degli anni ’80, degli anni ’90 e di quelli di adesso, perché esiste anche adesso una scena underground. In questa dicotomia esistenziale, il punk è un po’ difficile da omologare o da sfruttare. (…) C’è un autore americano che proviene dall’esperienza controculturale degli anni ’60 che si chiama Hunter Thompson che dice che se un popolo ogni 25 anni non fa una rivoluzione genera mostri omologati e conformisti. (…) Ci sono ancora oggi dei punk ventenni che rappresentano una scena molto simile a quella degli anni ’80 come numero e come radicalità. (…) Chi è stato punk non può far altro che portare dei piccoli mattoni, e io in particolare porto libri, per la costruzione di una rivoluzione futura”. 



Concetti che Philopat esprime anche in un bel libro a più voci da lui curato, e disponibile in rete in libera lettura, che si intitola “Lumi di Punk. La scena italiana raccontata dai protagonisti” (http://www.drexkode.net/PageContents/Saggi/Lumi%20di%20punk.pdf), che racconta in modo chiaro e partecipato la parabola di tutto il movimento punk italiano, dai suoi esordi negli anni ’70 agli anni 2000. Insomma “punk is dead”, il punk è morto, ma finché ci sarà qualcuno che avrà voglia di rivendicare ciò che si è, di esprimere liberamente il proprio immaginario, la propria idea estetica fuori dal coro, il punk resterà un punto di riferimento, anche se magari non si chiamerà più così.
Giovanissime antenne sono forse già attive in appartate cantine per elaborare suoni e concetti estranei alla vita adulta e ai suoi ammuffiti paradigmi, per tentare di cambiare questo mondo. In fondo tutta la scena rap e hip hop deviante molto amata dagli adolescenti di oggi con i loro suoni duri, i testi incendiari, la filosofia di vita ‘contro’, la ribellione che cova sotto la cenere, l’autoproduzione rivendicata e realizzata, lo dimostra. Non è ancora una certezza, ma una luce di speranza in tempi bui come quelli che viviamo.


Marcello Cella

Abbiamo parlato di
- Il punk italiano. Le radici 1977-1982 di Angelo Rastelli (2005)

  • Italian Punk Hardcore 1980-1989 di Angelo Bitonto, Giorgio S.   Senesi, Roberto Sivilia (2015)

  • Punx. Creatività e rabbia di Ermanno Guarnieri (1984-2005)

    • La scena. Il punk italiano degli anni ’90 dei fratelli Marx (Silvia e Diego Marchesi)






domenica 22 dicembre 2019

Cowspiracy: The Sustainability Secret
Il cibo che uccide

Il consumo di cibo, gli allevamenti intensivi e il loro impatto sul cambiamento climatico in questo documentario americano del 2014 di Kip Andersen e Keegan Kuhn.





Nell’anno di Greta Thunberg, di “Antropocene” e del prepotente ritorno alla ribalta delle tematiche ambientaliste derivato dal forte impatto mediatico della giovane attivista svedese è interessante recuperare questo documentario americano del 2014, realizzato grazie ad una sorta di crowfounding e al sostegno del popolare attore Leonardo Di Caprio, da due giovani registi, Kip Andersen e Keegan Kuhn. “Cowspiracy” infatti si focalizza su un aspetto della nostra vita sociale, individuale e collettiva, che spesso viene lasciato nell’oscurità perché va a toccare uno degli aspetti più intimi della nostra esistenza, una sorta di tabù al pari del sesso e della morte, cioè il cibo e l’uso che ne facciamo. Qualcuno potrebbe obbiettare che di cibo, nel senso di gastronomia, cucina, chef star, ricette e affini sono pieni i nostri organi di informazione, dalla televisione che ha creato delle vere e proprie icone mediatiche sintetizzate nella figura dello chef (“capo, colui che comanda” in francese) ai quotidiani e ad una infinità di riviste dedicate all’argomento. Ma è sull’impatto sociale e ambientale di un atto così privato e individuale come il mangiare, e il mangiare carne in particolare, che si occupa “Cowspiracy”. 
Lo stile narrativo è mutuato dai docufilm di Michael Moore, ma con meno ironia e maggiore vocazione divulgativa; vale a dire che il canovaccio è dato dal giornalista-autore (in questo caso uno dei due registi, Kip Andersen) che svolge la sua inchiesta sotto gli occhi dello spettatore e agisce da collante che unisce i vari episodi su cui è strutturato il film. 



Kip è un ambientalista convinto e ha costruito tutto il suo stile di vita su valori etici improntati al più classico ecologismo (raccolta differenziata, risparmio energetico in casa e al lavoro, uso della bicicletta per spostarsi), convinto che questo possa essere utile all’ambiente e alla società in cui vive. Ma un giorno leggendo su internet alcuni articoli e rapporti di organizzazioni come la FAO, la Banca Mondiale, l’ONU, ecc. scopre dati e cifre che lo lasciano allibito e mettono in crisi tutte le sue convinzioni. Scopre, per esempio, che gli allevamenti intensivi di animali sono responsabili al 91% della distruzione della foresta amazzonica, al 51% dell’emissione di gas serra, che gli allevamenti animali per il consumo umano utilizzano 1/3 di tutta l’acqua potabile del pianeta, occupano il 45% della superficie terrestre, e sono responsabili dell’estinzione di molte specie animali, della distruzione di habitat, ecosistemi e sistemi sociali. Alla luce di questi elementi lo stile di vita ambientalista orgogliosamente esposto inizialmente da Kip appare, anche a lui stesso, molto inadeguato. Per questo Kip decide di saperne di più e di realizzare questo documentario dal sapore vagamente country nelle atmosfere da film on the road, dovute anche alla colonna sonora da ballata rurale nelle parti di viaggio che si alternano alle interviste e ai grafici animati rigorosamente scientifici e ben documentati. Ma il contenuto di “Cowspiracy” non fa sconti a nessuno, neppure alle organizzazioni ambientaliste che in gran parte, interrogate sul tema, appaiono stranamente reticenti e poco documentate, ripetendo quasi sempre le classiche nozioni ambientaliste sulle ragioni del cambiamento climatico che ormai conosciamo tutti a memoria (energia di origine fossile, trasporti inquinanti, città affollate, ecc.). Solo alcuni studiosi coraggiosi (e qui Andersen ricorda incidentalmente come mettersi contro gli allevamenti intensivi e l’industria alimentare in Brasile è costato la vita a 1100 attivisti negli ultimi anni) e fuori dal coro accettano di rispondere alle domande dell’autore e ciò che ne viene fuori è un quadro allarmante per la vita della Terra e dei suoi abitanti, cioè di tutti noi umani, in qualche modo preveggente se pensiamo che il documentario è stato realizzato 5 anni fa. Intanto l’incremento vertiginoso della popolazione umana sulla Terra che nel giro di un solo secolo è passata da un miliardo e mezzo a 7 miliardi e continua a crescere (le proiezioni future parlano di 9 miliardi nei prossimi decenni). Ma è l’impatto devastante su ambiente, cambiamenti climatici, ecosistemi e sistemi sociali degli allevamenti intensivi per soddisfare il crescente consumo umano di carne e di prodotti derivati ad apparire talmente abnorme da apparire incredibile (ed il film è stato accusato di essere esagerato nei dati per quanto sia assolutamente rigoroso nel citare fonti scientifiche certificate e al di sopra di ogni sospetto). Sono 70 miliardi gli animali allevati dall’uomo, ma mentre gli uomini quotidianamente bevono 19,7 miliardi di litri d’acqua e mangiano 9,5 milioni di tonnellate di cibo, gli 1,5 miliardi di bovini degli allevamenti bevono 170 miliardi di litri d’acqua al giorno e mangiano 62 milioni di tonnellate di cibo. Senza contare che a livello globale produciamo cibo sufficiente per sfamare tra i 13 e i 15 miliardi di persone, ma attualmente sulla Terra ce ne sono solo 7, fra cui, per di più, un miliardo soffre la fame. Ma, sempre a livello globale, il 50% dei cereali e dei legumi prodotti servono per nutrire gli animali degli allevamenti, mentre l’82% dei bambini che muoiono di fame nel mondo abitano nei paesi dove la maggior parte dell’agricoltura è di fatto una monocultura utile a sfamare la piccola parte ricca del pianeta che abita soprattutto negli USA e in Europa. 



Non dobbiamo però pensare a “Cowspiracy” come ad un documentario a senso unico e assolutista nelle sue tesi di fondo, perché i due registi si sforzano di portare alla luce anche tesi contrarie a quelle qui riportate, ma spesso sono proprio gli operatori del settore a sottolineare come questo modello di sviluppo, di consumo di cibo (e di energia, e di suolo, e di risorse) da cui loro stessi traggono vantaggio, fra non molto non sarà più sostenibile. Sono illuminanti a questo proposito le conversazioni che Kip ha prima con un allevatore che afferma, imbarazzato ma convinto: “Una mucca consuma dai 63 ai 68 Kg di mangime al giorno e beve tra i 110 e i 150 litri d’acqua. Non c’è abbastanza spazio sulla terra per sostenere questa produzione. Non c’è abbastanza terra”, e poi con un consigliere d’amministrazione di una grossa azienda di latticini che ammette senza remore che “a livello mondiale la produzione lattiera non è sostenibile”. 



Che fare dunque per evitare di collassare noi stessi e il pianeta in cui viviamo? La risposta che i due registi danno implicitamente ed esplicitamente è quella di uno stile di vita e di consumo di cibo che eviti il più possibile il consumo di carne e dei suoi derivati, cioè la dieta vegana, o, almeno, il più possibile vegetariano (”io non voglio mangiare gli altri, ma mangiare per gli altri”, afferma dopo aver assistito suo malgrado alla brutale uccisione di due anatre da parte di un allevatore). Per corroborare le loro tesi, Kip visita una comunità vegana di Detroit, la Earthworks Urban Farm, i cui componenti dimostrano con i fatti come si possa produrre cibo sano, nutriente e piacevole al gusto utilizzando spazi infinitamente più piccoli e meno impattanti sull’ambiente quanto a consumo energetico per produrlo e socialmente più equilibrati, grazie anche ad una vita comunitaria che privilegia le relazioni sociali al posto dell’arricchimento individuale e della solitudine metropolitana.



Ma mentre, nella mente dello spettatore più avvezzo alle ideologie del ‘900 fa capolino la barba beffarda di Karl Marx e la sua tesi sul capitalismo e i suoi epigoni umani che si autodistruggeranno segando il ramo dell’albero su cui siedono, sullo schermo risuonano le parole di alcuni degli interlocutori più interessanti del narratore-viaggiatore Kip Andersen che si alternano a suggestivi paesaggi bucolici attraversati dai raggi di un sole lisergico. 
“Fai quello che puoi fare nel miglior modo possibile ogni giorno della tua vita e quando morirai sarai la persona più felice che sia morta”. 
“L’altruismo è un bel modo di essere. Ha tutti i vantaggi per te così come per il pianeta e per le altre persone. E’ un bel modo di vivere”. 
“Vivere in maniera ecologica ci fa stare meglio. Si tratta di trasformare radicalmente il modo di mangiare della nostra società, perché è una necessità”.
“Si può cambiare il mondo. Voi dovete cambiare il mondo”.
Una fragile ragazzina svedese con le trecce, lo sguardo profondo e le parole di fuoco contro l’inerzia colpevole e interessata dei potenti della terra sembra idealmente dare corpo e senso alla citazione di Martin Luther King che i due registi mettono come incipit di “Cowspiracy”: “Alla fine, non ricorderemo le parole dei nostri nemici, ma il silenzio dei nostri amici”.


Marcello Cella



Cowspiracy: The Sustainability Secret 
Durata: 90 min.
Regia: Kip Andersen, Keegan Kuhn 
Formato: Video HD
Produzione: AUM Films, First Spark Media 
Web: www.cowspiracy.com 
Contatti media Italia: 
Serena Capretti | Essere Animali:     serena.c@essereanimali.org        +39 342 0509174