venerdì 28 gennaio 2022

 


Alla scoperta del cinema di Mauro John Capece. L’ambiguità, la denuncia, la politicità etica e estetica di un regista ancora troppo poco conosciuto, ma della stessa generazione dei vari Sorrentino, Garrone, Winspeare, Gaglianone.





L’enigma doloroso 
Il cinema di Mauro John Capece

“Nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario”

George Orwell


Pochi registi come Mauro John Capece sanno creare narrazioni così violentemente realistiche e allo stesso tempo così drammaticamente fantastiche e ambigue, al limite dell’horror. Anche se l’orrore che racconta il regista abruzzese classe 1974 è qualcosa che conosciamo bene, che ci appartiene perchè lo frequentiamo da molto tempo. E’ l’orrore dei rapporti di forza che continuamente si rimodulano nelle società occidentali tardo capitalistiche, delle miserie che corrodono le relazioni umane e sociali, della solitudine degli esseri umani atomizzati e abbandonati a sé stessi nella corrente impetuosa della competizione globale, l’orrore di una cultura quasi completamente mercificata che non lascia spazio alla creatività dei singoli, alla loro riflessione e pretende solo la loro sottomissione senza se e senza ma. I personaggi dei film di Mauro John Capece quasi mai riescono a riscattarsi da questo legame oppressivo con il potere del denaro, ma continuano comunque a combattere per sopravvivere all’indifferenza, all’acquiescenza, alle sottili perversioni del potere e il regista dissemina gli spazi e i tempi narrativi di crepe, di vie di fuga, di zone d’ombra, di ambiguità che lo preservano dalla retorica del cinema apertamente politico senza perdere nulla della violenza della denuncia con cui si scaglia contro lo status quo. Questo approccio realistico ed enigmatico allo stesso tempo è ben presente soprattutto nei film che costituiscono una ideale trilogia, e cioè “La scultura” (2015), “Sfashion. La neoborghese Via Crucis” (2017) e “La danza nera” (2020). 




Ne “La scultura” sono già ben presenti tutti i temi su cui Capece riflette nelle sue opere cinematografiche e narrative (è autore anche di cinque libri) da quando ha iniziato il suo percorso artistico all’inizio degli anni 2000. Il film racconta con accenti pasoliniani e sul filo di una radicale sperimentazione linguistica il rapporto che si instaura fra Mosè, uno scultore di talento, ma oberato dall’assillo del denaro che non riesce a guadagnare, e Korinne, una affascinante escort che invece di denaro facile riesce a guadagnarne parecchio con il suo mestiere. Lo scultore affitta una stanza del suo appartamento a Korinne e da quel momento inizia un gioco di attrazioni non dichiarate tra chi frequenta per mestiere una bellezza estetica quasi fuori dal tempo e dai rapporti materiali, ma a rischio di estinzione, e chi prostituisce la propria bellezza per guadagnare denaro facile e adeguarsi ai tempi malsani in cui vive. L’incontro fra i due avrà conseguenze drammatiche per lo scultore che decide di vivere l’esperienza della prostituzione, ma sarà forse la via di salvezza per Korinne che scopre l’esistenza di una bellezza interiore ancora non contaminata dalle miserie della vita quotidiana. In questo primo lungometraggio di narrazione, dopo il documentario del 2012, “In the Fabulous Underground” sulla figura di Anton Perich, grande artista newyorchese di origine croata, assimilabile per certi versi al movimento della Pop Art di Andy Warhol, Capece inizia a proporre alcune costanti tematiche e linguistiche che caratterizzano tutto il suo cinema successivo. Prima di tutto la riflessione sulla creatività delle persone costrette a vivere una vita, tipica delle società occidentali (e non solo) tardo-capitalistiche, senza spazi per la bellezza scollegata dall’opprimente mercificazione del mondo, il rapporto con il denaro che spesso costringe i singoli a scelte contronatura, disumane e alla fine anche fallimentari. A livello linguistico invece Capece inizia quella ricerca minuziosa sugli spazi, sulle superfici, sulle geometrie che rendono la materia narrativa assolutamente realistica e assolutamente ambigua allo stesso tempo, come se la simmetria esibita, “troppo” esibita, la mancanza apparente di chiaroscuri fossero di per sé rivelatori di un secondo livello di significato, non dichiarato apertamente, sfuggente e misterioso. 





Allo stesso modo in “Sfashion” Capece racconta la vicenda drammatica di Evelyn, una imprenditrice elegante, colta, creativa, al timone di una storica azienda di moda ereditata dal padre e dal nonno, che si trova improvvisamente a fare i conti con un mercato dei prezzi completamente stravolto dalla globalizzazione finanziaria e da una tassazione iniqua. Una specie di Far West senza legge e senza regole, dove ai killer non servono le pistole per uccidere gli avversari, ma basta strangolarli lentamente per farli fallire. Evelyn, interpretata, come in tutti i film di Capece, dalla magnifica Corinna Coroneo, presenza forte e inquietante, vera musa e alter ego del regista, nonché sceneggiatrice e collaboratrice preziosa, cerca in tutti i modi di resistere al tracollo finanziario, con l’aiuto concreto di un amministratore fidato, Bartolomeo, e di una sorta di presenza spirituale incarnata da un antico ulivo, piantato sul terreno di famiglia quando lei era bambina, che lei chiama Antoine, a cui confida segretamente le proprie angosce e fragilità. Alla fine la donna, abbandonata da tutti, non potrà fare altro che prendere atto del fallimento imprenditoriale e personale ed iniziare, forse, una nuova vita altrove. Restano negli occhi  e nel cuore dello spettatore un senso profondo di solitudine, incarnato dall’ostinata e silenziosa disperazione di Evelyn, che attraversa gli enormi ambienti della fabbrica come se cercasse una risposta al proprio disorientamento, una via di fuga dall’alienazione della produzione industriale e dai suoi meccanismi feroci che hanno distrutto la sua vita, i suoi affetti, la sua storia. Una presenza che accomuna in qualche modo la Evelyn di Capece a tante protagoniste femminili, inquiete e sfuggenti, dei film di Michelangelo Antonioni. 





Il terzo film della trilogia, “La danza nera”, racconta a tinte noir, la ferocia del precariato lavorativo che travolge la vita di una ballerina, Manola, laureata, lesbica e senza fissa dimora che decide di farsi giustizia da sé con il rapimento del sindaco a cui aveva chiesto aiuto in passato ricevendone solo vaghe promesse e avances non richieste. Anche in questo caso le rigida simmetria degli spazi disegnati dalla fotografia di Capece alludono ad una sofferenza inespressa, compressa nelle ipocrisie della politica-spettacolo odierna, attenta solo alla manipolazione dei media in funzione dell’acquisizione del consenso, disinteressata ai problemi concreti della gente comune e che, proprio per questo stato di cose, esplode con maggiore violenza nel momento in cui saltano tutte le mediazioni possibili. Il rapimento e la tortura del sindaco da parte di Manola è chiaramente un’azione senza futuro, destinata ad un drammatico fallimento e alla morte, un atto di ribellione prepolitico, ma un urlo di disperazione drammaticamente reale. Capece evita le trappole del film di aperta denuncia politica per raccontare in modo viscerale il drammatico deragliamento esistenziale di una persona profondamente onesta e creativa costretta a vivere in un mondo profondamente ipocrita, violento, disumano e senza neppure l’ombra di una qualsiasi creatività. A questo proposito è significativo il discorso che il direttore del teatro in cui si esibiva Manola, John Butterfly, interpretato da un inquietante Franco Nero, pronuncia sul palco dopo la scomparsa della ballerina: “Una vita non creativa vissuta accanto a persone non sensibili e non creative è forse la peggiore condanna che possa capitare ad una persona insieme alla fame, alla malattia, alla morte”. 





L’ultima opera di Mauro John Capece, “Reverse” (2021), vira invece verso il thriller giudiziario con venature horror, quindi verso un cinema più orientato verso un genere codificato, senza però che vengano meno lo stile e la ricerca poetica del regista. Il titolo allude ad una tecnica di interrogatorio utilizzata dalla polizia americana per far confessare i colpevoli di un reato. In questo caso il colpevole è un famigerato serial killer psicopatico che uccide sistematicamente le influencer con un coltello blu. Ritenuto incapace di intendere e di volere rischia però di evitare la condanna. Un’ispettrice di polizia, convinta che la sua pazzia sia solo una finzione, è incaricata di smascherarlo per ottenere una lucida confessione dei suoi omicidi. Girato quasi tutto in interni durante il lockdown, “Reverse” si avvale di una messa in scena quasi teatrale per attivare un gioco di specchi fra i due protagonisti, interpretati ancora una volta dall’enigmatica Corinna Coroneo e da Adrien Liss, altro attore feticcio del regista abruzzese, in cui vittima e carnefice si scambiano continuamente i ruoli in una sorta di partita a scacchi dove però i giocatori presto si moltiplicano e quelli dietro le quinte assumono presto il ruolo di protagonisti occulti del gioco. In questo film la riflessione sulla verità e sulla finzione, sull’ambiguità delle superfici, delle maschere e sulla misteriosa insondabilità delle passioni umane assume i toni del thriller psicologico con colpo di scena finale che ribalta completamente le convinzioni dello spettatore perchè, come recita la scritta che compare su una delle pareti spoglie in cui avviene l’interrogatorio, nonostante tutti i tentativi di occultamento della verità, “la mente non mente”. Citazione dell'omonimo titolo di un libro della psicologa Antonella Canonico in cui è possibile leggere una affermazione in qualche modo illuminante riguardo al significato profondo di questo film: “Ci sono storie che non vogliono essere raccontate. In parte perchè non voglio essere raccontate. In parte perchè sembrano così assurde che nessuno potrebbe crederci. In parte perchè il loro protagonista soffrirebbe a raccontarle. Eppure un giorno, qualcun altro le racconterà per lui. Spesso una patologia lo costringerà a farlo”.



Marcello Cella 



Filmografia minima di Mauro John Capece: 


2021 » Reverse: regia, fotografia
2020 » La danza nera: regia, soggetto, sceneggiatura, montaggio, fotografia, produzione
2016 » Sfashion: regia, soggetto, sceneggiatura
2014 » La Scultura: regia, soggetto, sceneggiatura
2012 » In the Fabulous Underground: regia, sceneggiatura 



L’intervista che segue è il frutto di una lunga chiacchierata telefonica in una fredda e umida serata di dicembre con Mauro John Capece in una pausa della lavorazione del suo nuovo film.

L’importanza del sottotesto 
e dell’ambiguità
Intervista con Mauro John Capece


Prima di tutto volevo sapere qualcosa della tua biografia, perchè ho letto che hai iniziato come scrittore.
Ho iniziato come scrittore però in realtà ho iniziato a fare foto fin da bambino. Però non era la mia strada, come non lo era quella della scrittura. Quando ho iniziato a prendere la telecamera in mano e sono andato a studiare e fare cinema in America ho capito qual era la mia strada. Sono tornato ed ho iniziato a fare film. Considera che i primi tempi della mia formazione a New York c’era Darren Aronofsky, c’era tutto un nuovo cinema d’autore molto complesso e quindi diciamo che quella matrice un po’ indie mi è rimasta un po’ dentro.
E infatti ho notato che nel tuo documentario “In the Faboulous Underground” tu racconti un po’ questa esperienza newyorkese attraverso la figura di Anton Perich, la Pop Art di Andy Warhol…
…Si, questo film è una co-regia. Ho fatto questo film perchè prima di tutto amo tantissimo New York e in quel periodo avevo fondato una specie di factory che si chiamava Minimal Cinema che poi col tempo si è sciolta e mi avevano proposto, Marco Fioramanti e Betty L’Innocente, che sono due accademici esperti della Factory di Warhol, di fare questo documentario. Quindi, con un altro regista, Claudio Romano, siamo andati a Mikulići in Croazia, città natale di Anton, e a New York e lo abbiamo girato. Ovviamente la conoscenza della città di New York e dei suoi meccanismi sono stati molto utili anche per le immagini perchè sapevo dove andare a pescare. Quindi pur essendo una produzione di tre mesi sono riuscito comunque a fare qualcosa di bello sul piano visivo. E’ stata un’esperienza estremamente formativa. Poi Anton è un maestro, crede molto nell’indipendenza di un cinema diverso ed è stato anche questo che mi ha legato molto a lui. 


Ho visto che questa riflessione sulla creatività e sul rapporto con la realtà esterna ricorre molto nel tuo cinema…
…Questo è un po’ nel dna di un cinema intellettuale che non esiste quasi più e quindi ho vissuto sulla mia pelle le difficoltà degli artisti. Io sono nato senza televisione in Italia. Io negli anni ’80 -’90 non avevo la tv, amavo il cinema degli anni ’70. Quindi ero una specie di errore perchè i registi della mia generazione volevano fare la fiction, volevano girare le cose in tv, ora vogliono fare le serie. Quindi io che ero legato al cinema, al film, ero un errore palese della mia generazione. Infatti non è un caso che nel 2005 a Rotterdam eravamo io, Garrone, Sorrentino, Gaglianone, Winspeare, e io sono l’unico che non ha fatto carriera, anche se erano tutti registi diversi rispetto a quello che c’è normalmente sugli schermi cinematografici. Quindi da lì parte tutto, dal fatto che volevo fare un cinema impegnato che però, per sua stessa natura, viene sempre finanziato con i soldi pubblici. E quindi c’è stata una questua per diversi anni, finché non mi sono deciso a fare due attività,
cioè dividere la mia carriera commerciale da quella di autore, per sopravvivenza. Per questo mi sono legato agli artisti. Oggi vedo molti artisti in giro, nelle università, che vorrebbero fare qualcosa di impegnato, ma è complesso fare quel tipo di carriera. Ci vogliono più soldi per fare quel tipo di percorso che non una carriera semplice. Quindi ho creato empatia con l’arte, per esempio con la scultura…La difficoltà di uno scultore…Mi sono reso conto che la scultura è una dipendenza al pari dell’eroina perchè devi comprare i materiali, hai bisogno di spazi, di trasporti, di altre persone e non vendi nulla…
…A suo modo è una metafora del cinema…Una cosa che mi ha incuriosito è il tuo modello di ispirazione perchè tu fai meditazione trascendentale e mi chiedevo come entri questa pratica nel tuo processo creativo…
Diciamo che con le mia pratiche notturne e diurne riesco ad avere una chiarezza mentale e ricevo delle immagini. Sembra ridicolo dirlo, ma una mente sana e spirituale ha grandissima facilità di accesso al mondo delle emozioni, del perturbante, del conturbante, cioè riesce a creare con più facilità. E’ una cosa che mi viene naturale. Per esempio, ora sto girando un film su uno script che non è nemmeno mio però ho delle idee che mi derivano dalle location, dai luoghi dove sto e grazie a questa pratica riesco ad interiorizzarle. Inoltre mi dà la possibilità di essere molto calmo. Sono una persona molto calma e non perdo mai la calma neanche rispetto agli eventi atmosferici avversi, alle piogge…L’altro giorno c’è stata un’alluvione sul set e io ho cercato di risolvere il problema senza strapparmi i capelli.


Guardando i tuoi film mi viene in mente la definizione di cinema enigmatico. Ho sempre l’impressione di qualcosa che sfugge nella tua visione della realtà…
… In effetti mi piace molto il sottotesto. Non mi piace una narrazione troppo lineare anche perché questo tipo di narrazione viene richiesta nel documentario o nel cinema semplice, il simple film. A me invece piace sottrarre, mi piace giocare con lo spettatore, creare sottotesti, non essere splatter nell’esporre le cose. Per esempio, ne “La danza nera” nell’intermezzo c’è una foto che è una rielaborazione di quella di Mafia Capitale. Ma come questo ce ne sono molti altri nei miei film. Non mi piace il realismo nel cinema. Per esempio, in “Reverse” a volte mi dicono: “ma una mamma non farebbe mai così male alla sua bambina”, ma invece questa mamma si. La realtà non è poi così interessante da mitizzare. Se facciamo film non dobbiamo sempre giustificare le cose. Quindi col tempo mi sono detto: “nascondiamo alcune cose, creiamo il sottotesto, il non detto”. Le cose della sceneggiatura le incasiniamo ulteriormente e sembrano quasi sbagliate…
…Sicuramente c’è sempre questa sensazione nei tuoi film di qualcosa che sfugge, ma che in realtà ha un significato…
… Io dico sempre una cosa. Il film funziona se tu il giorno dopo ti svegli e ci ripensi. Anche   se sul momento non ti piace, se poi ti rimane qualcosa in mente…Ecco, io cerco di fare questo, di fare dei film non concilianti, ma che ti lasciano un qualcosa dentro, che ti apre…Poi il primo passo verso la spiritualità è la perturbazione, la non accettazione di una realtà sensoriale banale…
Tu hai definito i tuoi film “La scultura”, “SFashion” e “La danza nera” la trilogia della riflessione. Come mai?
Perchè questi sono stati film che ho potuto girare con una tranquillità economica, relativa perchè non avevo i budget di Sorrentino o di Garrone, però avevo una tranquillità emotiva, il team giusto, ho scoperto degli attori a cui tengo tantissimo che chiamo sempre nei miei film. Sto anche cercando di creare un piccolo mondo dietro al mio cinema, chiamando sempre le stesse persone per dare continuità ad un’opera…Però io ero partito con l’idea di fare dei film di riflessione e me lo potevo permettere grazie o ad un finanziamento pubblico, o ad un finanziamento privato, o ad un aiuto come progetti culturali. Avevo un budget che potevo utilizzare come mi pareva, non dovevo recuperare. Quindi questa cosa mi ha dato una grande libertà ed ho potuto fare dei film di riflessione. Ora sono nella fase dei film di sensazione perchè chiaramente se devo fare dei film per delle piattaforme che devono recuperare soldi non posso più permettermi di fare “La scultura”. Posso cercare di metterci qualcosa dentro, ma, per esempio, in “Reverse” è veramente complicato trovarci degli elementi fondanti a livello culturale, non c’è quasi niente. Nei due film che sto facendo sto mettendoci dentro una bellissima sceneggiatura di sensazione, ma sono film per una piattaforma. Infatti “Reverse” sta avendo successo, è candidato ai David e credo che abbia recuperato ampiamente però…Ora quindi sono nella fase della trilogia della sensazione, sono in pausa con il mio cervello, sono solo un regista visivo che gira sceneggiature che non scrivo più io fra l’altro, ma sono opera di altre persone.


Comunque anche “Reverse” è pieno di ambiguità con questo ribaltamento dei ruoli fra i due protagonisti, quasi una partita a scacchi, e quella frase scritta sul muro “la mente non mente” che è anche il titolo di un libro della psicologa Antonella Canonico, la cui tesi di fondo riguarda proprio la capacità e nello stesso tempo l’impossibilità di mentire da parte della mente nel rapporto con il corpo che la contiene…
…Si, lì poi ho avuto la fortuna di lavorare con due grandi attori, Corinna Coroneo e Adrien Liss, che riescono sempre ad emozionare me e lo spettatore. Quindi non era nemmeno facile creare un film da due soldi con questa situazione inverosimile di una poliziotta che va dal serial killer per farlo confessare. Fra l’altro avevamo anche il problema del Covid, quindi non potevamo nemmeno tanto uscire, muoverci, però ho mantenuto alcune suggestioni e ci ho messo il sottotesto dove ho potuto. Nonché un atto d’amore, nel finale, per un certo tipo di cinema degli anni Ottanta, sia nel suono che a livello visivo.
Comunque il tuo è anche un cinema di sensazione. Per esempio, “La scultura” lo trovo un film fortemente sensoriale più che narrativo. Con questi due personaggi, la escort e lo scultore, che più che personaggi di una narrazione, sembrano elementi emozionali…Ho notato poi che nei tuoi film ci sono spesso disseminati degli elementi di denuncia politica e sociale che però non sfociano mai in una denuncia esplicita, ma rimangono sempre all’interno di queste individualità. Ne “La scultura”, per esempio, quando lo scultore dice “l’Italia è un paese senza colore” o ne “La danza nera” nel personaggio di Manola, attrice precaria, impoverita e incattivita…
…Si, la denuncia sociale non mi piace. Spesso in passato ho lavorato come aiuto regista in questo tipo di film e lì le cose venivano dette. A me questo non piace. Preferisco che gli elementi di denuncia sociale vengano dedotti dallo spettatore e soprattutto che rimanga nel punto di vista di un personaggio. Il sindaco de “La danza nera” non è un genio, è un uomo semplice che incarna un po’ la classe politica che abbiamo oggi, ma è lui come personaggio, non rappresenta tutti i sindaci. Mi piace molto vedere le cose dal punto di vista dei personaggi e non possono essere sempre estremi perchè non sono dei politicanti o dei sindacalisti o degli attivisti politici. Cerco di rimanere sulla storia. Ne “La danza nera” invece mi sono spinto oltre, ho fatto qualcosa nel vecchio stile dal punto di vista della denuncia sociale…




Un altro elemento che trovo nei tuoi film è questa dialettica fra verità e menzogna, spesso attraverso la seduzione, e in questo senso la protagonista dei tuoi film, Corinna Coroneo, mi pare estremamente adatta a dare questo tipo di sensazione di ambiguità…
Si, mi piace molto l’ambiguità. Mi piacciono i colpi di scena. Nel cinema di sensazione i colpi di scena possono essere splatter, mentre nel cinema d’autore può essere qualcosa che riguarda l’animo umano. Fondamentalmente siamo tutti un po’ ambigui, diciamo spesso delle bugie, soprattutto a noi stessi. Quindi mi piace molto…
…Anche questa “lotta di classe”, per semplificare, che potrebbe scatenarsi fra i personaggi dei tuoi film si risolve spesso in uno scontro di linguaggi, di personalità inconciliabili proprio sotto questo aspetto, come accade tra Manola e il sindaco in “La danza nera”….
Si, sicuramente. L’ambiguità nei personaggi del cinema mi piace molto perchè credo che la “santità” nell’umano non esista. C’è bisogno di colpi di scena nell’interiorità dei personaggi. E’ facile far vedere uno con una pistola che spara. E’ più difficile far vedere una persona che fa qualcosa di diverso, che muta durante il film. Pensa a “Taxi driver”, al cambiamento che fa quel personaggio.
Nei tuoi film ho notato che grande importanza hanno i corpi, le superfici, anche la stessa messa in scena con queste inquadrature geometriche che però hanno sempre qualcosa di ambiguo nella loro perfezione…
…Tengo molto alla simmetria e anche all’asimmetria quando serve. In base a come è narrata una scena cerco di essere molto classico da questo punto di vista. Curo molto anche l’illuminazione e spesso faccio io stesso la fotografia perchè cerco di ottenere una luce molto particolare, una resa quasi scultorea delle superfici. Poi curo molto anche le location. Mi piace lavorare in studio ma cerco spesso di trovare delle location adatte alla storia perchè lì si sente la differenza rispetto ad un posto che non è vissuto, che non esiste. La storia di un luogo aiuta molto la scena, quindi di base cerco sempre di trovare delle location interessanti che ispirino prima di tutto me stesso e poi anche lo spettatore. 



Trovo abbastanza impressionante la location di “SFashion”, questa azienda enorme e spesso vuota che dà un senso di angoscia. Tra parentesi dove l’avete trovata questa azienda?
Hai notato bene. In questo caso dovevamo trovare un’azienda manifatturiera che avesse determinate caratteristiche, che fosse grande, che avesse un brand perchè era fondamentale. Così cercando abbiamo trovato questo maglificio Gran Sasso che aveva vinto la Triennale di architettura. Poi, certo, a volte bisogna fare i conti anche con il budget. Spesso se vieni finanziato dalle Film Commission, e qui faccio una critica al finanziamento pubblico, ti costringono a girare in quattro regioni diverse, perchè i soldi arrivano da quattro canali diversi, anche se magari non c’entrano niente con il film. E questo è un problema del cinema italiano. 
A proposito di “SFashion”, come è nato questo film che forse è uno dei più forti che hai fatto?
Questo film sostanzialmente è nato per parlare della crisi economica dei primi anni Novanta di cui si è parlato molto poco al cinema. Il cinema ha fatto finta di niente
ignorando quegli imprenditori che si ammazzavano in quel periodo o le persone che perdevano il lavoro. I veri problemi della nostra economia sono nati lì, anche nel periodo della conversione lira-euro, quando sono state permesse le delocalizzazioni delle attività economiche strategiche. Era un film politico, chiaramente. Si cerca sempre di fare i film sui drammi che riguardano le forme di disagio più evidenti, che so, sulle persone che fanno l’elemosina alla stazione che costituiscono un dramma incredibile, ma ci hanno fatto sopra almeno quattrocento film. Però anche il dramma di un imprenditore che fallisce è molto interessante perchè dietro c’è un altro tipo di narrazione che in genere nel cinema non si affronta. E non si affronta perchè c’è sempre questo problema italiano della destra e della sinistra. Per esempio, nel mio caso mi hanno accusato di aver fatto un film di destra, ma non è vero perchè poi ho fatto “La danza nera” che racconta una storia opposta. Ma questo riguarda la superficialità di certa critica italiana per cui se fai un film su un imprenditore sei di destra. Questo invece è un film che racconta il fallimento di un imprenditore sommerso dalle cartelle esattoriali…



…di un’imprenditrice che fra l’altro è una figura molto poco raccontata nel cinema italiano…
…che è anche un modo per raccontare l’emancipazione femminile che la puoi fare in due modi o raccontando personaggi femminili o dando lavoro sul set alle donne. Nel cinema italiano invece è una cosa un po’ ipocrita, è una finta emancipazione perchè c’è pieno di truccatrici, costumiste, ecc. e poi non hanno mai i ruoli principali e c’è sempre il maschio alfa dominante come protagonista. Mi piaceva giocare con il ruolo dell’imprenditrice grazie anche alla grandissima interpretazione di Corinna Coroneo. Quando abbiamo presentato il film a Montreal gli spettatori si stupivano e chiedevano: “ma in Italia state messi davvero così male?”. Beh, si, gli dicevo, abbiamo anche queste problematiche. Però era il periodo in cui molti perdevano il lavoro soprattutto nel settore manifatturiero in regioni come  Toscana, Marche, Lazio. 
Perchè gli hai messo come sottotitolo “La Neoborghese Via Crucis?”
Questo me lo ha voluto suggerire un attore che poi non ha voluto lavorare nel film, Gabriele Lavia. E quella Via Crucis che ho inserito nel film come intermezzo mi è costato come metà film. Ma mi piace inserire degli intermezzi ed è stata una cosa potente da fare.
Anche per quanto riguarda la parte sonora dei tuoi film, ho notato una grandissima cura, come per la musica elettronica di Marco Del Bene in “Reverse” o l’inserimento delle canzoni come “Lilì Marlene” o “La vie en rose” che ascolta la protagonista di “SFashion”. Che ruolo ha la musica nei tuoi film?
La musica narra molto. Diciamo che essendo io una persona che coltiva molto anche la sua anima di artista mi piace molto ascoltare la musica. Non ho dei generi precisi, ascolto tanto anche cose classiche. Poi il mio primo cortometraggio, “Il sopranista”, era un musical. Un musical triste però perchè parlava di un sopranista che veniva schifato da tutti. Quindi la musica è sempre stato un elemento fondamentale nei miei film. La prima cosa che faccio sempre è cercare un compositore con cui dialogare. Voglio conoscerlo quando c’è solo la sceneggiatura, voglio conoscere le cose che fa prima, non dopo la realizzazione del film. Il leit motiv del film lo voglio prima e poi eventualmente inserisco dei prezzi ‘storici’ come per esempio “Lilì Marlene” in “SFashion” con quei rimandi alla Seconda Guerra Mondiale, ai tedeschi, alla Merkel, con quei sottotesti per cui ci stava benissimo.



Un’altra cosa che mi ha impressionato molto dei tuoi film è come racconti la solitudine dei personaggi. E in questo senso le interpretazioni di Corinna Coroneo sono sempre molto intense…
I personaggi che hanno un contrasto con la realtà li vedo un po’ simili a me e agli artisti che conosco. Un personaggio completamente banale, troppo semplice non mi appassiona. Non riuscirei mai a fare un film dove non ci sia questo contrasto forte. Con Corinna mi sono trovato molto bene anche a livello di scrittura. Abbiamo questa cosa in comune. Lei è un’attrice drammatica pura, non la vedrei a fare commedie o a fare film più semplici di quelli che fa. Comunque per me la solitudine è importante. Poi da amante della meditazione una vita senza solitudine mi sembrerebbe anche noiosa per certi versi, anche se non è facile stare soli. Anche i miei personaggi quando sono soli, si sentono soli, soffrono. Per esempio, in “SFashion” quando la protagonista perde il suo confidente crolla tutto…
…però questi personaggi hanno una profondità che li riscatta dalla solitudine in cui vivono. Mentre invece un personaggio come il sindaco di “La danza nera”, che non riesce a stare solo, diventa una macchietta…
…quando i personaggi non hanno profondità diventano delle macchiette. E questo è anche un modo un po’ snob di vedere la questione. Ma oggi il problema principale che abbiamo in Europa è l’educazione. C’è stato un decadimento drammatico dell’educazione dovuto ad anni di tv spazzatura, di vecchi inutili, per cui i giovani fondamentalmente non hanno più la voglia di ricercare qualcosa. I personaggi che incarnano questo decadimento sono macchiette e mi piace farli vedere ancora più piatti di quello che sono, li carico molto. Mentre i personaggi più colti sono più affascinanti, più sexy, più belli, li fotografo meglio. C’è una cura diversa. 



In questo libro “La mente non mente” che ho avuto sotto mano in questi giorni c’è una cosa che in qualche modo ricollego ai tuoi personaggi perchè l’autrice sottolinea il ruolo fondamentale della sofferenza per lo sviluppo mentale. Anche i tuoi personaggi sono profondi perchè soffrono…
…la sofferenza è purificazione, è una parte della nostra vita che va accettata, va vissuta. E anche il Covid ce l’ha fatto capire. La sofferenza nobilita sia l’uomo che i personaggi…
…Io invece da educatore sono sempre molto colpito dal fatto che i giovani rifiutano totalmente questa dimensione della sofferenza…
…non hanno il piacere della malinconia, non riescono a vivere pienamente sentimenti come la nostalgia…
…forse perchè non riescono mai ad essere veramente soli con questa connessione direi quasi patologica con i mezzi elettronici…
…però stanno portando lo spettatore dove volevano loro. Pensa che anche il nuovo 007 è diventato una specie di ‘mammo’. Anche il cinema commerciale sta diventando sempre più semplice…Lo vedo anche parlando con certi produttori perchè oggi il cinema con il multiculturalismo deve essere targhetizzato anche sul livello di paesi che sono usciti dal feudalesimo solo cento anni fa. Quindi devi per forza cambiare codici. Dovevano creare una livella culturale e l’Europa con il suo livello culturale era un problema.
 
a cura di Marcello Cella


 Il documentario di Valerio Nicolosi “I Fili dell’odio”, scritto da Tiziana Barillà, Daniele Nalbone e Giulia Polito e prodotto dalla Copperative Il Salto e dallo Zerostudio’s di Michele Santoro, indaga sulle radici dell’odio on line e sui suoi bersagli preferiti: le donne, gli ebrei, i diversi e perfino Papa Bergoglio.

Odio dunque sono

L’odio è un sentimento profondamente radicato nell’essere umano fin dalla sua comparsa sulla Terra. Basti pensare alla parabola di Caino e Abele. Così come l’amore del resto. Odio e amore, due sentimenti che abitano quasi sempre i poli opposti delle nostre emozioni e del nostro stesso rapporto con il mondo. Ma forse non c’è mai stata un’epoca in cui l’odio, in tutte le forme più o meno oscure e violente in cui si manifesta abitualmente, sia stato così popolare e diffuso fra gli esseri umani. Tanto da aver causato la creazione di un termine estremamente dispregiativo, “buonista”, per chi invece si ostina a professare il bene ed a praticare azioni di solidarietà verso il prossimo, soprattutto verso i più deboli. In tutto questo è ormai opinione diffusa che internet e i social come Facebook, Twitter, Telegram, Instagram ecc. abbiano ampliato e amplificato in modo abnorme le possibilità di diffondere messaggi di ostilità, più o meno oltraggiosi, verso chiunque si discosti da un certo pensiero dominante che non prevede solidarietà alcuna per i più deboli o che mostri apertamente la propria diversità rispetto alla visione del mondo oscurantista, xenofoba e reazionaria che viene sostenuta con larghi mezzi economici e mediatici da una parte della politica italiana e internazionale con finalità oscure e spesso eversive.

Ma chi sono gli autori di questi messaggi di odio? Da cosa nasce la loro ostilità verso chi è diverso da sè? Chi utilizza, organizza e canalizza questa rabbia e questo rancore e perché? E perchè proprio gli strumenti di diffusione del pensiero apparentemente più aperti e democratici si sono trasformati in veicolo privilegiato di questi messaggi verbali così violenti? Questi sono alcuni dei temi di cui si occupa l’inquietante documentario di inchiesta di Valerio Nicolosi, “I fili dell’odio”, scritto da tre scrittori-giornalisti, Tiziana Barillà, Daniele Nalbone e Giulia Polito, e prodotto dalla cooperativa giornalistica di Roma, Il Salto, e dallo Zerostudio’s di Michele Santoro, avvalendosi della testimonianza di scrittori, giornalisti, esperti dei media, personalità politiche pubbliche che hanno spesso assaggiato sulla loro pelle gli effetti di questa ostilità così violenta, oltraggiosa e nello stesso tempo così anonima.


Perchè quindi l’odio on line privilegia questi canali? Una possibile risposta la dà uno degli intervistati, l’esperto dei social media Matteo Flora, quando afferma: “E’ più semplice generare odio on line che nella realtà, proprio come era più semplice sparare al nemico da lontano che infilzarlo con la baionetta e poi guardarlo morire. Non vediamo la vittima soffrire, e questa è la terrificante libertà che permette all’odio on line di nascere e proliferare”. Quindi pare di capire che uno dei motivi per cui l’odio si scatena in modo così incontrollato sui social media sta proprio nel paradosso da essi creato, la distanza di sicurezza da cui si può colpire il proprio bersaglio senza vederne gli effetti, senza percepire la sofferenza generata da questi messaggi-pallottole, e , nello stesso tempo, l’apparente vicinanza illusoria su cui si fonda il paradigma che sta alla base della loro creazione e della loro capillare diffusione, del loro successo per cui siamo tutti “molto più vicini” e abbiamo migliaia di amici sparsi per il mondo.


Il problema è che se ogni tre mesi Facebook cancella in media almeno 7 milioni di messaggi di odio, allora è evidente che più che usare i social per cercare amici, li si usa per cercare nemici, e i commenti non sono spesso per l’altro, ma “contro l’altro”, e le immagini caricate non sono frutto dell’affetto, ma della volontà di denigrare l’altro. E, come afferma la scrittrice Michela Murgia, “le parole generano gesti”. Spesso gesti violenti, come purtroppo testimoniato dalle cronache. Ma chi sono i bersagli degli “haters”, gli oliatori di professione? Il documentario di Valerio Nicolosi in questo senso è molto chiaro e preciso, quasi didascalico nella sua incalzante struttura narrativa. Come confermato da diversi testimoni, lo schema ricorrente dello ”hate speech”, il discorso d’odio, non ha quasi mai una vittima casuale, ma è sistematicamente diretto contro uno specifico e determinato gruppo di persone che ne rivela le origini ideologiche: donne, soprattutto se si tratta di donne che rivestono un ruolo pubblico nella società, come è il caso della parlamentare Laura Boldrini, della sindaca di Barcellona, Ada Colau, o della scrittrice Michela Murgia, persone di origine ebraica come Liliana Segre o stranieri, soprattutto se poveri ed extracomunitari, e perfino papa Francesco, oggetto da anni di una martellate campagna di denigrazione e di bugie mediatiche prodotte da chi vede nella sua figura così popolare una minaccia perla propria visione del mondo. La matrice ideologica di questi messaggi è quindi abbastanza chiara ed è riconducibile a xenofobia, antisemitismo, misoginia, intolleranza religiosa.



E gli autori di questi messaggi d’odio sono personaggi dall’elevato profilo politico o criminale? Tutt’altro. Come affermano Laura Boldrini e Michela Murgia nelle loro testimonianze, si tratta spesso di esseri anonimi, persone qualunque, apparentemente inoffensive come un vicino di casa che cova grandi rancori dietro la propria grigia esistenza. E il riferimento ad un’opera come “La banalità del male” della filosofa tedesca Hannah Arendt sulla violenza nazista che si nasconde dietro la facciata della mediocrità più insulsa è senz’altro immediato. Ma “le parole sono pietre” e possono generare gesti violenti, come i femminicidi che spesso nascono e si sviluppano proprio in contesti come i social media, come conferma anche Silvia Brena, co-fondatrice di “Vox – Osservatorio italiano sui diritti”.

Ma oltre alle frustrazioni e alle rabbie sociali e individuali all’origine dell’odio on line, esistono centrali d’odio ben più organizzate, pericolose e potenzialmente eversive, che rischiano di condizionare, manipolare e di intaccare la struttura politica delle nostre democrazie, le stesse basi sociali della nostra convivenza. Alex Orlowski, esperto di propaganda online, ha le idee piuttosto chiare in proposito e racconta di come i gruppi politici di estrema destra americani ed europei siano molto attivi in questo senso e godano di cospicui finanziamenti occulti, quasi sempre non tracciabili perchè in bitcoin, celandosi spesso dietro identità fittizie o apparenti attività commerciali come quelle legate all’abbigliamento e alle mode culturali giovanili, più difficili da reprimere da parte delle forze dell’ordine. Poi ci sono le centrali d’odio legate a potenze statuali interessate a manipolare a proprio vantaggio gli accadimenti politici altrui e qui necessariamente il discorso si fa più complesso e più che su fatti certi per forza di cose bisogna ragionare sulle ipotesi.

Ma quale può essere l’antidoto a questo mix malsano di messaggi d’odio e notizie false? La risposta apparentemente è semplice: fare solo discorsi di verità. Già, ma chi lo decide qual’è la verità? Il rischio è che lo determinino i proprietari delle piattaforme e quindi si porrebbe un problema complesso di agibilità democratica nelle nostre società. L’unico antidoto che non preveda una regressione profonda della nostra vita sociale e individuale, secondo anche la tesi di fondo del documentario, passa attraverso un’assunzione di responsabilità da parte di noi cittadini attraverso l’informazione, la documentazione, la verifica delle fonti. Non è un metodo infallibile, ed è sicuramente faticoso, ma l’unico che non ci faccia sentire così vicini, così amici, e contemporaneamente, così lontani. Così irrimediabilmente nemici.

Marcello Cella


I FILI DELL’ODIO

Regia: Valerio Nicolosi
Autori: Tiziana Barillà, Daniele Nalbone, Giulia Polito
Protagonisti: Michela Murgia, scrittrice, Alex Orlowski, esperto di propaganda online e di analisi OSINT, Matteo Flora, esperto di reputazione online, Silvia Brena, co-fondatrice di “Vox – Osservatorio italiano sui diritti”, Laura Boldrini, deputata, Ada Colau, sindaca di Barcellona, Steven Forti, storico e ricercatore, Milena Santerini, coordinatrice nazionale per la lotta all’antisemitismo, Martin Gak, Filosofo e giornalista tedesco, Tomasz Kitlinski, filosofo, attivista, docente dell’università “Marie Curie Sklodowska” di Varsavia.
 Produzione: Zerostudio’s e Cooperativa Il Salto
Anno di produzione: 2020
Durata: 44’50”


mercoledì 21 luglio 2021

 Viaggiatori invisibili 

No borders. Flusso di coscienza 

di Mauro Caputo


Il documentario del cineasta friulano racconta, aggirandosi lungo i sentieri sul confine tra Italia e Slovenia, il dramma dei migranti che entrano in Europa attraverso la rotta balcanica.





Esistono viaggiatori che nessuno vuole vedere e che non desiderano mostrarsi. Esistono viaggiatori che non percorrono le strade più conosciute e che per spostarsi non usano i mezzi di trasporto più comodi. Esistono viaggiatori che preferiscono muoversi a piedi di notte nei boschi sui monti al confine fra l’Italia e la Slovenia. Esistono viaggiatori che quando attraversano il confine per entrare in Europa abbandonano tutto il bagaglio che li ha accompagnati fino a quel momento, tutte le cose che potrebbero riportarli al punto di partenza, tutto ciò che potrebbe rivelare la loro identità. Esistono viaggiatori che, come l’acqua dei fiumi, non possono più tornare indietro ma solo avanzare verso una meta incerta e pericolosa, ma inevitabile perché, come l’acqua dei fiumi, se incontrano un ostacolo troveranno il modo di aggirarlo. E se il modo non si trova la morte è una compagna di viaggio sempre presente, una possibilità da mettere in conto e forse nemmeno la peggiore se l’alternativa è morire di fame o sotto le bombe di una delle tante guerre che insanguinano il pianeta. Questi viaggiatori sono i migranti che percorrono ogni giorno, ogni notte, da anni i confini di Grecia, Montenegro, Macedonia, Bosnia, Serbia, Croazia, Slovenia, che affrontano il “gioco”, “The Game”, il percorso ad ostacoli lungo la rotta balcanica per entrare in Europa. Si stima che siano state oltre 800.000 le persone che hanno utilizzato questo percorso faticoso, difficile e pericoloso per fuggire dalle tante disgrazie che affliggono i paesi che stanno a sud del ricco Occidente. 



No borders. Flusso di coscienza”, uscito quest’anno, ma girato fra il 2019 e il 2020, racconta l’odissea di questi migranti utilizzando un punto di vista inusuale, tutto interiore, un flusso di coscienza appunto (la bella voce fuori campo dell’attore Adriano Giraldi e le musiche fortemente evocative del compositore Francesco Morosini), che accompagna le immagini dei sentieri segnati dalle tracce, dagli oggetti di uso comune, dai vestiti e dai documenti abbandonati da questi invisibili viaggiatori. Oggetti e documenti che raccontano meglio di tanta sociologia spicciola le provenienze e le vite individuali e collettive di questo anonimo esercito di persone in fuga. Del resto, al di là dei drammi legati alla migrazione, si tratta di raccontare una presenza che in realtà è un’assenza. Come afferma il sociologo algerino Abdelmalek Sayad, citato nel libro con cui viene distribuito il documentario, “La porta d’Europa. Il confine italiano della rotta balcanica”, la migrazione non è un fenomeno solo economico o demografico. L’esperienza della migrazione è segnata da una doppia assenza, dal Paese in cui il migrante è nato e nel Paese in cui sceglie di vivere. “Una è l’assenza dell’immigrato dalla propria patria, l’altra è l’assenza dell’emigrato nelle cosiddette “società d’accoglienza”, nelle quali è incorporato ed escluso al tempo stesso. (…) La presenza dell’immigrato è sempre una presenza segnata dall’incompletezza, è colpevole in sé stessa. E’ una presenza fuori posto in tutti i sensi del termine”. 



Il cineasta Mauro Caputo e la sua troupe hanno girato per un anno e mezzo lungo questi sentieri, attraversando villaggi di confine e boschi che in altri tempi sono stati testimoni di altri passaggi e altri scambi fra i popoli che li hanno vissuti, cercando di ricostruire storie e percorsi dei migranti, raccogliendo oggetti e documenti, unici testimoni di queste identità abbandonate.  “La parola d’ordine è “ricominciare daccapo”. - racconta la voce dell’attore Adriano Giraldi - “In quelle radure avviene una sorta di rito individuale: i migranti si rendono invisibili, senza nulla che possa farli identificare. All’apparenza si azzera tutto: la propria origine, i luoghi in cui si è transitasti. Un nuovo spazio e un nuovo tempo cominciano in quei boschi (…). L’identità di ognuno, tenuta stretta per tutti quei chilometri (…) adesso, al traguardo illusorio di quell’invisibile porta d’Europa, è da dimenticare, da nascondere agli sguardi che li incroceranno nel lungo cammino che ancora li attende”.  Ma grazie ai nomi delle persone lasciati nei documenti abbandonati, raccolti dal regista, è come se li avessimo incontrati e conosciuti. Come se avessimo conosciuto le loro storie in cammino dentro gli zaini e le scarpe rotte. 




“No borders. Flusso di coscienza” non è però solo un documentario che cerca di raccontare le storie e la vita dei tanti Omar, Mohamed, Azra che hanno percorso quei sentieri, immaginando i paesi da cui provengono, lontani ma così vicini, vicini a tal punto da far pensare che Trieste non confina solo con la Slovenia, ma anche con la Somalia, l’Afghanistan, l’Iran, l’Iraq, la Siria, l’Eritrea, la Tunisia, il Pakistan, il Marocco, il Mali, la Turchia…Come in uno specchio in cui lo spettatore riconosce le proprie paure e misura la propria indifferenza al dolore altrui, anche noi occidentali siamo tirati in causa perché viviamo a metà strada tra la nostra paura e la curiosità per questi destini diversi che improvvisamente ci si palesano senza bussare alla porta. Fin dall’inizio il documentario di Mauro Caputo mette bene in evidenza i sentimenti in cui tutti ci dibattiamo quando entriamo in contatto con queste persone: la paura e la curiosità. “La paura è uno stato emotivo di forte preoccupazione, di insicurezza e di angoscia che si avverte in presenza o al pensiero di pericoli reali o immaginari. La paura è sempre stata uno strumento di potere, usata spesso come arma politica e di propaganda. (…) La curiosità è un istinto che nasce dal desiderio e dal piacere di accrescere il proprio sapere. E’ la curiosità che ci ha portato in questi luoghi, giorno dopo giorno, tenacemente, come il fluire del tempo, della storia, dell’acqua del Danubio che percorre la lunga via d’Europa, attraversandone liberamente i confini. Perché la curiosità è l’antidoto alla paura. E’ la strada che porta alla conoscenza”. Questi sono i sentimenti che ci definiscono come esseri umani e che definiscono la nostra posizione, il nostro ruolo, il nostro punto di vista, il nostro sguardo rispetto all’umanità dolente, la dimensione etica evocata dallo scrittore Giorgio Pressburger, fuggito nel ’56 dall’Ungheria in Italia con in tasca solo i pochi soldi fornitigli dalla Croce Rossa, a cui il film è dedicato: “Noi non siamo esseri umani se non prendiamo su di noi la responsabilità di un altro uomo e attraverso questo uomo di tutta l’umanità. Appena appare un volto sull’orizzonte della nostra coscienza di quel volto ne siamo responsabili, anche senza sapere nulla di lui. Punto essenziale dell’esistenza di ognuno o di noi è l’assunzione di questa responsabilità”. 



Marcello Cella






No borders. Flusso di coscienza

Regia: Mauro Caputo 

Direttore della fotografia: Daniele Trani 

Produttori esecutivi: Federica Crevatin e Debora Desio 

Musiche e sound design: Francesco Morosini 

Montaggio video: Mattia Palomba

Produzione: coproduzione VOX Produzioni e A_LAB Production

Anno di realizzazione: 2020

durata: 65 minuti 



La porta d’Europa. Il confine italiano della rotta balcanica di Mauro Caputo, Donatella Ferrario, Marietti editore, 2021





lunedì 8 marzo 2021

Daniel Schmid, il “mostratore d’ombre”




Daniel Schmid, il “mostratore d’ombre”  

“Daniel Schmid, un racconto fuori stagione”

di Anna Albertano e Luisa Ceretto


“Odio la luce del sole”

Daniel Schmid


Temo che non molti oggi in Italia conoscano i film del cineasta svizzero di lingua tedesca Daniel Schmid, regista di cinema, di documentari e di opere liriche, pienamente partecipe dagli anni Sessanta del secolo scorso di quella “new wave” del cinema elvetico che faceva riempire i cineclub di cinefili curiosi e affamati di visioni eccentriche sulla realtà con le opere di autori come Alain Tanner e Claude Goretta, solo per citare i più noti, con il loro sguardo critico sulle fortune economiche e sociali del “miracolo svizzero” e sulla sua storia tutt’altro che immacolata. Nello stesso tempo le sue opere venivano accomunate anche a quelle degli amici e sodali Rainer Werner Fassbinder e Werner Schroeter, protagonisti a loro volta del nuovo cinema tedesco. Proprio questo suo essere ai confini di due mondi cinematografici coevi, ma diversi, ha impedito spesso al pubblico di definirlo meglio all’interno di una tendenza e di apprezzare i suoi film. Svizzero, ma non strettamente catalogabile all’interno della cinematografia svizzera, tedesco, ma non abbastanza per vedere le sue opere collocate al pari di quelle degli autori citati, Daniel Schmid si è sempre mosso, da frontaliero qual’era per le sue origini familiari e per cultura, a cavallo di mondi e di linguaggi diversi, sfuggendo ad una catalogazione più precisa delle sue opere che ne avrebbero limitato la libertà espressiva, ma anche ad una popolarità che avrebbe senz’altro meritato. 

Quindi il bel documentario di Anna Albertano e Luisa Ceretto “Daniel Schmid, un racconto fuori stagione”, che nel titolo parafrasa un suo film autobiografico del 1992, “Fuori stagione”, e ne rivendica una diversità radicale rispetto a qualsiasi moda culturale, è particolarmente utile per ricordare un cineasta importante per la cinematografia europea. Ed è anche un modo per riflettere su cosa sia il cinema, il suo linguaggio, la sua ‘necessità’ espressiva, la sua importanza sociale, rispettando anche nella sua struttura quel suo essere sempre al confine fra la luce e l’ombra, quella sua tendenza onirica che si esprimeva anche nei suoi film più realistici. Infatti “Daniel Schmid, un racconto fuori stagione”, pur essendo costruito a partire da una conversazione con l’autore di Luisa Ceretto risalente alla fine degli anni Novanta, svoltasi in un bar e dall’aria apparentemente svagata, su cui si innesta un montaggio di immagini che si accavallano morbidamente le une sulle altre, quasi in un abbraccio onirico, tratte dalle sue passeggiate in città (Bologna), dai suoi film, dalle sue montagne svizzere, dall’albergo in cui è nato e cresciuto, si rivela una riflessione profonda e densissima sul cinema, sull’immagine, e sul loro significato all’interno di un mondo che apparentemente ha sostituito la parola, la memoria, il tempo, la narrazione con un eterno presente visivo privo di profondità (di campo e di tempo). 



Ma chi era Daniel Schmid? L’Enciclopedia Treccani lo ricorda così: “Regista cinematografico, teatrale e televisivo svizzero, nato a Flims (Waldhaus) il 26 dicembre 1941. Autore tra i più rappresentativi del cinema svizzero-tedesco, nella sua filmografia ha alternato opere di finzione e documentarie, per descrivere, con i toni del melodramma, onirici o tragici, passioni d'amore devastanti e relazioni sociali opprimenti. I suoi film sono legati alla memoria e al tempo, a spazi chiusi dai quali si aprono nuovi percorsi della visione e del ricordo. Figlio di albergatori, trascorse l'infanzia nel cantone dei Grigioni, in un grande hotel di montagna. Fin da ragazzo si appassionò al cinema e all'opera e nel 1962 si trasferì a Berlino per studiare storia, politologia, giornalismo e storia dell'arte alla Freie Universität e nel 1966 si iscrisse alla Deutsche Film und Fernsehakademie”. E poi l’incontro con Fassbinder che ne ha segnato il percorso artistico in modo indelebile in una intensa condivisione esistenziale e collaborazione artistica che li ha spesso visti presenti l’uno nelle opere dell’altro, ma con una forte differenza di approccio al mezzo espressivo, alla narrazione e alla riflessione sulla storia contemporanea. Tanto disperatamente pessimista, violento e visionario quello di Fassbinder, quanto inquietante e onirico quello di Schmid, pur non essendo meno critico dell’amico sul suo presente storico. 

E’ che Schmid ha sempre preferito alla critica diretta ad un modo di vivere e di pensare profondamente ipocrita e opprimente, quello della borghesia europea postbellica che cercava di non fare i conti con le ombre della propria storia nascondendole sotto una luccicante patina di modernità e di successo economico, un percorso espressivo e narrativo più deviante che non va inteso come una rinuncia alla lotta, ma come un modo per cercare di prefigurare una via d’uscita esistenziale ed artistica altra rispetto alla visione sociale dominante negli anni del suo agire creativo. Una modalità che gli apparteneva profondamente a partire dalla sua biografia di uomo “di frontiera”. “Io sono una persona di traffico di frontiera, fra nord e sud (…), fra est e ovest (…), senza identità culturale”, dichiara fin dall’inizio del documentario. E poi, più avanti: “Sono nato in un albergo, ho viaggiato come un bambino”. E ancora: “Essere su una frontiera, fra due culture, fra due epoche, fra un mondo di vivi e un mondo di morti”. E’ chiaro quindi come Schmid abbia sempre preferito, diversamente da Fassbinder, un attacco meno frontale, meno diretto alle ipocrisie della sua epoca, prefigurando una via d’uscita esistenziale che faceva del viaggio, della mobilità fisica e mentale, della visione onirica, del vissuto programmaticamente multiculturale dei suoi film (“Nei miei film ci sono sempre tante lingue differenti”), della sua istintiva curiosità per culture lontane dalla sua, non una via di fuga, ma il modo più naturale per lui di spostare lo sguardo, il pensiero, la vita verso un altrove che non si definiva più come critica dell’esistente, trattandosi di un vissuto già altro rispetto ai ‘confini’ etici e culturali dominanti. 



Anche la sua ricerca e il suo amore per la teatralità e il mondo della lirica o il suo rifugiarsi spesso nel passato non assume un ruolo regressivo e non è soltanto un dato biografico, per quanto fondamentale per la sua crescita come persona e come artista (“Io vengo da un milieu di emigranti, cresciuto con tanta gente, con ebrei fuggiti, salvati dai nazisti, dai fascisti. Noi eravamo un albergo di emigrazione, tanta gente passava la guerra nel nostro albergo”). Basta ricordare un documentario bellissimo come “Il bacio di Tosca” del 1984 (https://www.youtube.com/watch?v=YH9XRw2cpbw&t=1842s), girato interamente nella Casa Verdi, una casa di riposo per cantanti e musicisti che abbiano compiuto 65 anni di età, fondata dal famoso compositore nel 1899 a Milano, per rendersi conto che la memoria, il ricordo non hanno niente di nostalgico o di mortifero perché, come afferma Schmid, “il futuro è fattibile solo se il passato è pensabile”, e, ancora, “la presenza dei morti, nella mia famiglia, tanti erano morti però erano molto vivi, nel racconto delle persone vive”. Ma è una rivendicazione artistica, politica, esistenziale della possibilità di conservare un mondo poetico, una profondità emotiva e riflessiva, un’oasi di bellezza e di umanità nonostante il rumore spesso violento e assordante del mondo circostante (e, in questo senso, le riprese iniziali e finali della Milano rumorosa e indifferente che circonda  Casa Verdi, sono estremamente significative). 

Si tratta di conservare, accudire, nutrire, far crescere il pensiero di una vita diversa, di un mondo più accogliente per tutti, la possibilità di uno sguardo bambino sulle cose che le veda per ciò che sono nella loro nuda verità, per poi poterle cambiare. “Spero sempre, ed è molto difficile, di conservare un po’ quello sguardo di bambino, quello sguardo innocente e di fare tutto il possibile per preservare quella innocenza da noi tutti perduta”, afferma Daniel Schmid in un altro momento del documentario. Perché è proprio nella meraviglia contenuta in quello sguardo bambino che risiede il sogno di una vita diversa e il sogno stesso del cinema che si rinnova ogni volta che degli sconosciuti si riuniscono in un cinema e nel buio attendono la meraviglia contenuta nelle sue immagini. 

“Il sogno del cinema è tutto lì, in quel desiderio, in quella necessità di essere meravigliati”. Una meraviglia, quella magica del “mostratore d’ombre”, che la luce del sole, l’apparenza luminescente e vuota di troppa realtà quotidiana può far scomparire e disperdere.



Un’ultima nota, ma necessaria, va detta riguardo alla produzione del film. “Daniel Schmid, un racconto fuori stagione” è stato prodotto dal Fondo Archivio M.C., di cinema e letteratura, in memoria di Mario Ceretto, imprenditore ex partigiano, vittima di mafia, archivio che da tempo raccoglie documenti filmici e fotografici, con la rivista online “Primi Piani” dedica numeri monografici a registi, scrittori e poeti, e che precedentemente ha prodotto i documentari “Tempi di fabbrica” (2015) e “I partigiani alpini della VI G.L.” (2018), riguardanti l’archeologia industriale e la Resistenza partigiana nel Canavese. Come ha dichiarato Anna Albertano, regista di “Daniel Schmid, un racconto fuori stagione”, "l’aver potuto cogliere anche solo qualche momento dell'intensa esistenza di Daniel, sottraendolo all’oblio, risponde all’obiettivo dell’Archivio M.C. di recupero della memoria cinematografica". 



Marcello Cella


Regia e Adattamento: Anna Albertano 

Soggetto e Ricerca iconografica: Luisa Ceretto 

Montaggio e Postproduzione: Davide Pepe 

Riprese: Matteo Degli Enzi

Una produzione Archivio MarioCeretto                                 

(http://www.archiviomc.com)

Origine: Italia, 2020
Durata: 24’

domenica 1 novembre 2020

 La Banda

Ovvero come resistere alla globalizzazione divertendosi



Una web serie di Luca Serasini e Nico Malvaldi, prodotta dall’Associazione Culturale “Cantiere Nuovo” di Marina di Pisa, con l’assistenza tecnica di un’altra associazione culturale pisana, “Corte Tripoli Cinematografica” di Roberto Merlino, aderente alla Fedic, racconta in maniera ironica il modo per opporsi alle diseguaglianze determinate da una certa idea totalizzante di globalizzazione economica. In sette puntate e con l’aiuto di un’intera comunità.


Ci sono molti modi per raccontare le diseguaglianze di questo nostro mondo devastato sul piano umano e ambientale dalle pandemie e dalla dittatura economica neoliberista e la resistenza delle popolazioni locali ad un modo di concepire il mondo e le relazioni fra gli esseri viventi che non prevede eccezioni e non accetta diversità di vedute e di stili di vita. Il modo scelto dagli autori di questa web serie in sette puntate, girate lo scorso anno, è senz’altro originale e in qualche modo anche preveggente.




La storia è quella di una piccola comunità locale, quella di Marina di Pisa, litorale pisano con vista su Livorno, con le sue tradizioni, il suo modo di vivere, le sue abitudini, le sue idiosincrasie, le sue piccole manie, il suo quotidiano fatto di una frequentazione costante nel tempo di persone e luoghi che possono apparire obsoleti ad uno sguardo esterno, ma che invece costituiscono l’identità più profonda di una comunità, che improvvisamente si trova a dover subire le conseguenze materiali e immateriali di decisioni economiche assunte in luoghi lontanissimi da Marina e da persone sconosciute che minacciano di cambiare per sempre il paesaggio umano di quel luogo. Il porto di Marina, infatti, è stato acquistato da una società francese che pretende di imporre le sue logiche imprenditoriali e culturali, una sorta di “francesizzazione” di Marina che, a suo modo di vedere, dovrebbe trasformarsi nell’ennesimo resort per ricchi vacanzieri globalizzati con mega yacht al seguito. La perdita del posto di lavoro di uno dei protagonisti che rifiuta di piegarsi alla volontà dei nuovi arroganti padroni di “francesizzare” il menu del ristorante dove lavora funziona da detonatore per un microcosmo che non accetta di uniformarsi alle nuove regole e di scomparire in silenzio. E qui entra in campo “la banda”, ossia un gruppo di amici che si frequenta da sempre nei soliti bar e circoli di Marina e che decide di vendicare il torto subito dall’amico e di combattere a proprio modo questa ennesima prepotenza del potere finanziario globale e dei suoi feroci manutengoli globalizzati e locali, cioè costruendo una bomba artigianale che dovrebbe far saltare in aria lo yacht di colui che dirige a livello locale questa azienda. Ma “la banda” è solo un gruppo sgarrupato di vecchi amici non particolarmente acculturati (anche se il Bottai, quello licenziato dai francesi, a causa del trauma subito comincia ad esprimersi in linguaggio poetico), che si esprimono in vernacolo pisano, appassionati di calcio, donne e biliardo, non un gruppo politicizzato o di professionisti del terrorismo armato. La loro è una resistenza “di pancia” e le conseguenze del loro gesto saranno tragicomiche, con un finale (che non riveliamo) che lascia aperte molte porte narrative, molte riflessioni e molte interpretazioni.



Raccontata così, questa esilarante web serie costruita con 64 “non-attori”, in una sorta di work in progress narrativo sapientemente condotto dalla scrittura fine dei due autori in collaborazione con la penna di Enrico Caroti Ghelli e di Francesco Bottai, e che alterna momenti travolgenti di commedia all’italiana con sequenze di stampo più neorealistico e inserti grotteschi dalle risonanze ora oscure ora malinconiche (come la figura della “Maga” o il misterioso ciclista che pedala all’indietro per le strade di Marina e che attraversa l’intera narrazione senza mai rivelare la propria identità, ma a cui gli spettatori potranno dare le più diverse interpretazioni) potrebbe essere percepita come un serioso pamphlet contro la globalizzazione. 



In realtà “La Banda” non è nulla di tutto questo e probabilmente il valore più “politico” di questa web serie sta più nel modo in cui è stata costruita che nella sua più o meno dichiarata posizione pro local e antiglobal. Infatti la serie in questione non è ascrivibile, dal punto di vista autoriale ai soli registi, montatori e sceneggiatori, ma appare come il prodotto artistico di una intera comunità che gli “autori” nominali (peraltro tutti nativi di Marina o di Pisa) hanno sapientemente coinvolto e lasciato esprimere fino quasi a scomparire. “La Banda” appare infatti come un’opera collettiva, dove un’intera comunità afferma con forza il valore non negoziabile e non monetizzabile della propria identità esistenziale e culturale pena la propria eutanasia. Ma, d’altro canto, non si tratta nemmeno di un’affermazione di localismo esasperato e chiuso, di “sovranismo culturale” e i riferimenti al mondo esterno e le riflessioni sui problemi della contemporaneità sono numerosi, come nella bella sequenza in cui i bambini, dopo una partita di calcio di strada senza distinzione di genere, si trovano a ragionare sull’immigrazione (la bambina che, parlando con un’amichetta, afferma convinta che “viaggiare insegna la tolleranza e, se tutti viaggiassimo, anche solo per un giorno, comprenderemmo meglio quella condizione”) o sull’economia (“il deficit del governo è l’attivo dell’economia”, afferma serioso un altro bambino al suo compagno di giochi, citando la Modern Monetary Theory – MMT, trattata da Stephanie Bell Kelton nel suo libro “The Deficit Myth” e sostenuta da molti esponenti politici americani di spicco come Bernie Sanders).


“La Banda” è quindi una web serie in cui alto e basso, comico e tragico si mescolano in modo intelligente in una storia densa di molte suggestioni sanguigne, ma anche grottesche e perfino malinconiche in alcuni momenti, rafforzate dal colorito vernacolo pisano di questa gente di mare, ma anche dalle musiche di Francesco Bottai (componente di un altro riuscito prodotto musicale “glocal”, il duo pisano de “I Gatti Mèzzi”), che rimandano alle pagine più belle di artisti come Tom Waits, Marc Ribot e Paolo Conte. Un modo leggero, ma mai banale di parlare delle paure, dei conflitti e delle incertezze del nostro tempo senza mai perdere il gusto del sorriso e magari anche del ponce fatto alla maniera dei vecchi abitanti di Marina di Pisa.

                                                                                                                                      Marcello Cella



LA BANDA

Regia: Luca Serasini
Montaggio: Nico Malvaldi
Musica: Francesco Bottai
Soggetto e sceneggiatura: Enrico Caroti Ghelli, Francesco Bottai,

Nico Malvaldi e Luca Serasini
Riprese: Andrea Malvaldi, Luca Serasini, Nico Malvaldi

Fonia: Massimo Giannoni, Maurizio Bigongiali

Fotografo di scena: Marco Vaselli
Effetti speciali: Nico Malvaldi, Lorenzo Russo
Riprese Drone: Marco Paterni
Attori in ordine alfabetico:
Sandro Andreoni, Alice Andreoni, Carlo Alberto Arzelà, Roberto Ascione, Francesca Bacchiet, Susanna Baldacci, Michele Bertoni, Alessandro Bertozzi, Maurizio Bigongiali, Andrea Bottai, Gioele Bottai, Francesco Bottai, Andrea Borelli, Maria Brogna, Rachele Camporese, Andrea Capasso, Manola Carli, Pierangelo Cartone, Giada Catastini, Uliano Catastini, Alessandra Ceccherini, Maria Daniela Corso, Iolanda Fabris, Rossella Ferrari, Aldo Franco, Iara Gelsi, Felipe Gelsi, Emanuele Gelsi, Stefano Gelsi, Fabio Gelsi, Roberto Gemignani, Mariagrazia Di Giannatale, Edoardo Giari, Daniela Ghinassi, Claudia Guazzini, Luca GuelY, Sergio GuelY, Michele Hage, Roberta Leone, Stefano Liberati, Nico Malvaldi, Michela Manzi, Franca Masi, Walid Mokni, Carlo Musto, Andrea Nardi, Sabrina Natali, Maurizio Nerini, Emiliano Niccolai, Mara Novelli Ceccherini, Roberta Nuti, Gianfranco Perondi, Felice Pantone, Andrea Pieralli, Andrea Possenti, Vladut Prelucan, Fabio De Ranieri, Simona Rindi, Massimiliano Schiavelli (Ufo), Niccolò Schimizzi, Luca Serasini, Eleonora Simi, Silvia Talamucci, Elvira Todaro.

Produzione: Associazione Culturale “Cantiere Nuovo”, Corte Tripoli Cinematografica, Cineclub FEDIC di Pisa