sabato 23 dicembre 2017


Ai confini dell'impero


Tre recenti documentari raccontano le realtà più marginali ed oscure del mondo occidentale: “Brexitannia” di Timothy George Kelly, “Stranger in Paradise” di Guido Hendrikx e “The Workers Cup” di Adam Sobel.

Bella esperienza vivere nel terrore, vero? In questo consiste essere uno schiavo”. Con questa frase sibillina il replicante del film “Blade Runner” interpretato dall'attore Rutger Hauer, accoglieva minacciosamente il detective-cacciatore di replicanti Harrison Ford/Deckard. Nel 1982 forse non era ben chiaro il senso di questa affermazione o almeno la si applicava a realtà drammatiche come la guerra o i cataclismi naturali.  Oggi il terrore di non sapere più chi siamo o di non poter progettare il futuro appartiene all'esperienza quotidiana di milioni di persone che sono costrette a vivere in un presente che assomiglia sempre più ad una prigione senza possibilità di fuga a causa delle condizioni economiche imposte da un sistema politico-economico oligarchico, quello che denominiamo abitualmente neoliberalismo. I tre documentari presentati in questa rubrica odierna parlano sostanzialmente di questo, dell'angoscia di chi è costretto a vivere ai margini di questo sistema ricchissimo e spietato e per questo è costretto a scelte che non sono tali perchè non prevedono una qualche forma di riscatto, ma contengono solo qualche pallido anticorpo sotto le mentite spoglie di una protesta senza sbocchi. “Brexitannia” di Timothy George Kelly, “Stranger in Paradise” di Guido Hendrikx e “The Workers Cup” di Adam Sobel sono stati presentati recentemente all'interno del festival ferrarese della rivista Internazionale e, pur nelle diversità estrema di temi e stili, possono essere in qualche modo accomunati da questa riflessione amara sullo stato delle cose presenti nel mondo occidentale di oggi. 
“Brexitannia” del filmaker londinese ma di origine australiana Timothy George Kelly, si muove ai margini e sulle macerie sociali e culturali del dopo Brexit, il referendum che ha sancito la separazione della Gran Bretagna dal resto dell'Europa. In un racconto a più voci, il livido bianco e nero della fotografia ci accompagna in un viaggio nelle aree urbane britanniche più povere e in quelle rurali più lontane dalle grandi città globalizzate e tecnologiche, dove ha trionfato il voto “contro”. Il voto dei paesi contro le città, dei vecchi contro i giovani, dei cittadini comuni contro le classi dirigenti, dei penultimi (gli inglesi bianchi, poveri, disoccupati o che svolgono i lavori peggiori) contro gli ultimi (gli immigrati dall'Africa), in un puzzle di antica tristezza che qualcuno ha giustamente definito “un ritratto di una democrazia in decadenza”, dove i vecchi imperi sono tramontati e ne rimane solo un'acida nostalgia, il lavoro è sempre più privo di significato umano e sempre più automatizzato, il potere è sempre più lontano da chi ne subisce le scelte. La vera protagonista di questo drammatico e bellissimo documentario è però la solitudine delle persone trattate come “scarti di produzione” da un sistema sociale ed economico, quello neoliberale, sul cui significato il regista si sofferma in alcune illuminanti conversazioni parallele al racconto principale con personaggi come il filosofo americano Noam Chomsky o la sociologa ed economista statunitense Saskia Sassen. 
Con “Stranger in Paradise” del cineasta olandese Guido Hendrikx ci trasferiamo inaspettatamente in un'aula scolastica per rifugiati in Sicilia. Qui un attore-insegnante, in uno spettacolare e bizzarro gioco di ruolo, accoglie i richiedenti asilo che devono imparare la lingua e le regole del nostro paese e, più generalmente, dell'Occidente, e gli spiega con apparente cinismo “come stanno le cose” in questa parte di mondo. Ma non si tratta solo di apprendere come funzionano la burocrazia o le leggi in materia di immigrazione, ma delle vere “regole del gioco” non dichiarate che sottostanno a quelle leggi, il cui fine, neanche troppo nascosto, è di accogliere il minor numero possibile di rifugiati, ignorarne storie e condizioni, come le cause che li costringono a partire, e, nel caso che la “corsa ad ostacoli” preparata per loro non funzioni come deterrente, rendere la loro presenza sempre più invisibile e ininfluente. Il film di Hendrikx che si muove agilmente tra finzione e documentario seguendo le rigide regole di sobrietà visiva e narrativa dei cineastiche aderiscono a Dogma95, il movimento-manifesto cinematografico inventato dal regista danese Lars Von Trier, suddivide il suo film in tre capitoli intervallati da “tavole” foto-pittoriche di paesaggio accompagnate da brevi momenti musicali secondo modalità che ricordano proprio la struttura narrativa di “Le onde del destino” di Von Trier. Tre capitoli a cui corrispondono tre diversi gruppi di rifugiati e tre modalità diverse di comportamento da parte dell'insegnante-attore Valentijn Dhaenens. Al primo gruppo egli spiega quanto costano all'Europa, quali rischi portano e perché gli europei non li vogliono. Al secondo, dipinge un'immagine idilliaca in cui saranno accolti a braccia aperte e realizzeranno i loro sogni. Al terzo vengono poste invece domande burocratiche, sulle procedure seguite per arrivare e il diritto d'asilo alla fine delle quali solo tre di loro avranno diritto alla speranza di essere accolti. “Tre approcci, specchio degli atteggiamenti fallimentari dell'Occidente di fronte alla disperazione umana: il rifiuto, l'idealismo, l'indifferenza. I protagonisti sono veri rifugiati, sono vere le loro terribili storie. Un esperimento crudele? Non quanto la realtà” (N.D. “Un esperimento crudele? Non quanto la realtà”, Mymovies, 3/10/2017). 
Ma se l'esperimento sociale raccontato da “Stranger in Paradise” può essere visto come una parabola sotto forma di documentario, il racconto di “The Workers Cup” del regista britannico Adam Sobel è assolutamente reale, anche se avviene in un'altra parte del mondo, solo apparentemente molto lontana, e cioè il ricchissimo Qatar dove si stanno costruendo le faraoniche infrastrutture che accoglieranno i campionati mondiali di calcio del 2022. Infatti quando la commissione FIFA ha selezionato il Qatar per ospitare la Coppa del Mondo 2022, il paese ha utilizzato le proprie risorse per cominciare a costruire stadi e opere architettoniche grazie soprattutto a milioni di lavoratori migranti. Si calcola che siano 1,6 milioni gli immigrati impiegati in questi lavori, il 60% della popolazione del paese, provenienti da paesi come Nepal, Bangladesh, Filippine, India, Kenya, Ghana e tenuti in condizioni di semischiavitù. Ma all'interno di questo inferno fatto di sfruttamento lavorativo e orari massacranti per salari miserabili gli stessi sponsor dei mondiali organizzano da anni un torneo di calcio aziendale, “The Workers Cup” per l'appunto, in cui si affrontano le squadre di calcio formate dai lavoratori stranieri delle varie aziende presenti, una sorta di operazione di marketing finalizzata a ripulire la propria immagine, le violazioni dei diritti umani che avvengono sui luoghi di lavoro e lo squallore delle baraccopoli in cui questi lavoratori sono costretti a vivere lontani dal proprio paese, dalle proprie famiglie e anche dalla vista dei ricchi cittadini qatarioti, essendo loro vietato di uscire dai loro “villaggi” dopo l'orario di lavoro e di mischiarsi negli sconfinati centri commerciali con la popolazione locale. Il documentario di Adam Sobel segue una delle ultime edizioni del torneo raccontando sia l'aspetto sportivo e agonistico, sia e soprattutto le storie di questi lavoratori che vedono nella partecipazione al torneo una fragile strada di riscatto sociale. Eroi sul campo ma ai margini nella società qatariota, i lavoratori perdono progressivamente la speranza che li aveva spinti a emigrare, e i colori, i suoni, le urla festose che accompagnano le partite si perdono progressivamente nel vuoto, nel silenzio, nella solitudine del dopopartita e soprattutto nel ritorno alla amara quotidianità lavorativa dove non c'è spazio per i sogni e le vie di fuga si riducono alla finestrella che separa gli operai al lavoro per ampliare un centro commerciale dalle famiglie intente a fare shopping. Una piccola finestra quasi impercettibile, ma che separa due mondi lontanissimi, il centro del mondo ricco e globalizzato da quello povero di sogni e di oggetti degli “invisibili”. Un luogo che è anche una metafora, non troppo allegra, del mondo di oggi.

Marcello Cella



BREXITANNIA 
Regia: Timothy George Kelly 
Produzione: Regno Unito, Federazione Russa
Anno di produzione: 2017 
Durata: 80' 




STRANGER IN PARADISE 
Regia: Guido Hendrikx 
Produzione: Paesi Bassi 
Anno di produzione: 2016 
Durata: 72' 





THE WORKERS CUP 
Regia: Adam Sobel 
Produzione: Regno Unito 
Anno di produzione: 2017 
Durata: 92' 









giovedì 20 luglio 2017


Balkania 19 maggio/20 luglio 2017
Luci e ombre sulla Polonia




Balkania in questa puntata si occupa di Polonia con la collaborazione e il contributo del giornalista free lance Matteo Tacconi. Balkania lo ringrazia pubblicamente, oltre che per l'intervista, per il discorso di Kaczynski sull'emigrazione in Polonia, per i contributi sugli ebrei polacchi, sui profughi ucraini in Polonia e sulla storia di Ryszard Siwiec. Interviste con lo scrittore e giornalista Roberto Polce, autore della guida "Polonia. Usi, costumi e tradizioni" (Morellini Editore, 2012), e con Salvatore De Bello, attivista del KOD - Komitet Obrony Demokracji, il Comitato per la difesa della democrazia, che dal 2015 si batte contro le politiche restrittive del governo conservatore espresso dal partito Diritto e Giustizia guidato da Jaroslaw Kaczynski. Musiche, in ordine di programma, di Panasewicz (“Miedzy nami nie ma juz”), Artur Rojek (“Syreny”), Kasia Kowalska (“Antidotum”), Ewa Farna (“Znak”), Lukasz Zagrobelny (“Dotre do ciebie”), Skubas (“Nie mam dla ciebie milosci”),  Edyta Bartosiewicz (“Sklamalam”), Ewelina Lisowska (“We Mgle”),  Varius Manx (“Wierze W Milosc”)...

Potete riascoltare tutti le puntate di Balkania al seguente indirizzo: https://www.mixcloud.com/marcellocella/. Materiale sui programmi lo trovate anche nella pagina facebook dedicata, Amici di Balkania.

venerdì 7 luglio 2017

Sopravvivere ai tempi del colera (finanziario)

“Piigs - Ovvero come imparai a preoccuparmi e a combattere l'Austerity” di Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre 

Il documentario racconta gli effetti delle politiche economiche di austerity sulla vita delle persone attraverso le vicende di una cooperativa sociale di Monterotondo. Con testimonianze di economisti, giornalisti, intellettuali e attivisti come Noam Chomsky, Yanis Varoufakis, Erri De Luca, Vladimiro Giacchè, Warren Mosler, Stephanie Kelton, Paolo Barnard, Paul de Grauwe, Giuliano Amato, Stefano Fassina, Federico Rampini e la voce narrante di Claudio Santamaria. 


In una stanza ci sono cento cani, ma solo novantacinque ossi. Si dirà che i cinque cani che restano senza mangiare dovranno essere più veloci, più scaltri, più competitivi. Ma se ripetiamo l’esperimento, resteranno senza mangiare altri cinque cani. Chi ha deciso quali cani mangiano e quali no? Questo l'interrogativo posto dall'insider finanziario americano Warren Mosler, che aleggia senza risposta apparente per tutto il film dei tre giovani registi italiani.


Chi ha deciso che cinque cani resteranno comunque senza mangiare? E cosa c'entra tutto questo con l'economia e la crisi e l'austerity e la disoccupazione e la precarietà lavorativa e il taglio dei servizi sociali? Può sembrare una domanda lunare, ma c'entra moltissimo. Infatti il bel documentario dei tre cineasti cerca di mettere in relazione le problematiche della macroeconomia e le difficoltà crescenti della microeconomia. Ciò che in genere evita di fare l'informazione economica dei quotidiani specializzati, chiaramente indirizzata ad una platea di esperti e di fedeli al dogma economico dominante, e cioè quella particolare forma di capitalismo che si è affermato da pochi decenni, il capitalismo finanziario. Perchè di dogma si tratta, quasi di una religione e i suoi epigoni assumono spesso la veste di sacerdoti fondamentalisti, soprattutto quando affermano decisamente che “non c'è alternativa a questo sistema economico”. Ma, come sappiamo, la mancanza di alternative è sempre un regalo avvelenato di ideologie totalitarie perchè anche l'economia è una creazione umana e, come tutte le creazioni umane, imperfetta e subordinata alla finitezza della sua condizione. Parafrasando Giovanni Falcone, quando affermava che “la mafia è una creazione umana e come tutte le creazioni umane ha avuto un inizio, uno sviluppo e avrà anche una sua fine”, allo stesso modo l'economia vive all'interno di questi limiti oggettivi e di queste contraddizioni, messe bene in luce dal documentario che, lungi dall'essere un noioso pamphlet ideologico, si sviluppa come un'inchiesta tesa, giornalisticamente inattaccabile, ma dotata di un ritmo cinematografico mozzafiato. Si respira fin dall'inizio un'atmosfera inquietante da thriller e non può essere un caso che, proprio all'inizio, dopo le parole di Bush senior che incensano il maggiore ideologo del neoliberismo, Milton Friedman, sulle parole della voce narrante (l'attore Claudio Santamaria), la macchina da presa riprenda dall'alto il sinuoso percorso seguito da un'automobile (quella del protagonista occulto del film?) in corsa su una strada di montagna, proprio come all'inizio di “Shining” di Stanley Kubrick, come a suggerire l'affascinante paragone fra la corsa verso la follia e gli incubi notturni del suo protagonista (Jack Nicholson) con quella attraverso la follia criminale del sistema economico raccontato da “PIIGS”. 


PIIGS, un acronimo che indica quei Paesi europei appesantiti da un grave debito pubblico, Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna, e che i tre giovani registi hanno ripreso nel titolo della loro opera, frutto di cinque anni di studi e due di riprese e montaggio. Un documentario che racconta l'economia e i condizionamenti che essa riversa sulla vita quotidiana delle singole persone mettendo in relazione gli autorevoli interventi di economisti, intellettuali e attivisti con le vicende molto più prosaiche della Cooperativa “Il Pungiglione” di Monterotondo, alle porte di Roma, nata nello stesso anno, il 1992, del famigerato Trattato di Maastricht che determinò i criteri di ingresso nell'Unione Europea, a rischio fallimento a causa della mancata riscossione di crediti per centinaia di migliaia di euro da parte degli enti locali, bloccati dal patto di stabilità che ne impedisce il versamento in rispetto di astratti parametri economici che il film si occupa di destrutturare e qualificare per quello che sono, e cioè menzogne ad alto tasso di ideologia senza nemmeno una vaga apparenza di scientificità, prodotte però con un fine ben preciso: smantellare lo stato sociale per come lo abbiamo conosciuto in Occidente nel secondo dopoguerra e tornare ad una sorta di “Ancien Régime” (come lo definisce senza mezzi termini un economista americano nel corso di una conferenza) precapitalista e profondamente classista. Per chiarire questi concetti “PIIGS” non è avaro di esempi e testimonianze. Come quella dello studente americano Thomas Herndon, autore di una clamorosa scoperta, e cioè che nei documenti di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, con cui l’Unione Europea giustificò le misure di austerity, ci sono dei banalissimi errori di allineamento di fogli e colonnine Excel. O come la vicenda di Guy Abeille che spiega meglio di qualsiasi altra cosa l'origine dell'assurdo parametro del 3%, il famigerato rapporto tra deficit e PIL ripetuto come un mantra da politici ed economisti per giustificare le loro devastanti scelte economiche e sociali, una letterale invenzione a casaccio. Guy Abeille, ex funzionario del ministero delle finanze francese quando all’Eliseo era presidente Mitterand la racconta così: “Il presidente voleva fissare un tetto alla spesa pubblica, cercava uno strumento semplice e per uso interno, nessuna teoria economica. In nemmeno un’oretta mettemmo il deficit in rapporto al PIL e con un’operazione alquanto casuale e legata ai parametri dell’epoca ci risultò il 3%. Fu poi Trichet nel 1992 durante la preparazione del Trattato di Maastricht a tirare fuori quel parametro. “Noi in Francia abbiamo un numero che funziona bene, possiamo utilizzarlo”. E così nacque quella cifra totalmente priva di senso”. Priva di senso si, ma con un unico obiettivo: “smantellare lo stato sociale”, come ricorda il linguista Noam Chomsky, “il più grande contributo delle socialdemocrazie europee del dopoguerra dato alla civiltà moderna”. Un enorme traguardo di civiltà, ma con un unico difetto: essere in totale disaccordo con il pensiero del massimo teorico del neoliberismo attuale, e cioè l'economista Milton Friedman e la sua cosiddetta Scuola di Chicago, che, negli anni Settanta del secolo scorso, fu consulente economico anche del feroce dittatore cileno Augusto Pinochet: “Tagliare ogni spesa pubblica a parte quelle per la difesa. (...) Il mondo va avanti grazie alle persone che perseguono i propri interessi, perché le grandi conquiste della civiltà non arrivano da uffici governativi e l’unico modo per le grandi masse di poveri di uscire dalla miseria è nelle società capitaliste dove il commercio è libero”. L'egoismo, l'avidità e l'individualismo sfrenato come strumento e fine del vivere sociale con gli effetti che oggi ben conosciamo in termini economici, sociali, politici, culturali e ambientali. E se così funziona il sistema anche i diritti individuali e sociali e la democrazia diventano potenziali ostacoli da abbattere.


“I diritti ottenuti nel dopoguerra sono diventati servizi, mentre il cittadino europeo oggi è un cliente. E ci sono servizi che non tutti i clienti possono permettersi”, spiega bene lo scrittore Erri De Luca. Insomma, la società che umilia i più deboli affidandosi alla cieca obbedienza dei dogmi economici del sistema dominante è una sceneggiatura già scritta: “Quando partecipai al primo meeting dei paesi dell’Eurozona proposi alla Troika un compromesso tra le nostre istanze, derivanti da un referendum popolare, e le loro”, commenta l’ex ministro dell’economia greco, Yannis Varoufakis. “Ma Schauble, il ministro delle finanze tedesco dell'epoca, mi disse che ‘le elezioni non possono essere permesse se cambiano il progetto economico della Germania’”.



E così, in questo cortocircuito continuo fra macroeconomia e microeconomia, “PIIGS” pone molte domande e cerca di fornire alcuni elementi di riflessione allo spettatore anche attraverso molti dati concreti, come il fatto che in Europa i lavoratori del sociale sono 15 milioni e forniscono aiuto e servizi fondamentali a 50 milioni di persone disabili e svantaggiate. E' giusto che questo lavoro rischi di scomparire perchè fuori dalle logiche selvagge e disumane del profitto ad ogni costo? E' giusto abbandonare i disabili e le persone svantaggiate, gli “scarti”, per usare un termine di Papa Francesco, al loro destino? E' giusto che una cooperativa di eccellenza come “Il Pungiglione” che dà lavoro a 100 persone e ne aiuta in media altre 500 fra disabili e persone svantaggiate rischi di chiudere perchè lo Stato non paga i suoi debiti per rispettare criteri economici palesemente falsi? E, per tornare al quesito iniziale, è giusto che in una stanza con cento cani affamati, il ricco padrone di casa lasci soltanto 95 ossi, insufficienti per sfamarli, ma utilissimi per farli sbranare fra loro?

Marcello Cella


Regia: Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre 
Sceneggiatura: Adriano Cutraro, Federico Greco, Mirko Melchiorre 
Montaggio: Federico Greco 
Musica: Paolo Baglio, Daniele Bertinelli, Antonio Genovino 
Cast: Noam Chomsky, Erri De Luca, Warren Mosler, Claudio Santamaria, Yanis Varoufakis
Produzione: Studio Zabalik 
Distribuzione: Fil Rouge Media
Italia, 2017, 76' 



venerdì 19 maggio 2017



Balkania presenta: 

East West. I racconti dell'andare.

Testimonianze e racconti di migrazione 
da Oriente a Occidente. 





Si tratta di una nuova rubrica in cui Balkania vuole raccogliere racconti e testimonianze di migrazione dall'Sst Europa in Occidente. A questa iniziativa possono collaborare anche gli ascoltatori che vorranno farlo con materiale in tema con la rubrica in forma scritta, sonora o audiovisiva. In questa prima puntata "Spaesamenti", la storia di Monika Brzozoska dalla Polonia.



sabato 15 aprile 2017


Guerra è sempre
My own private war” di Lidija Zelovic

Un amaro ritorno a casa e una riflessione su ciò che ha lasciato la guerra in Bosnia dentro le persone che l'hanno vissuta.

Guerra è sempre, diceva a Primo Levi, uno dei personaggi del suo romanzo “La tregua”. E' quello che non si può fare a meno di pensare guardando lo straordinario documentario “My own private war” (La guerra in casa) della regista bosniaca Lidija Zelovic, giornalista e documentarista che vive in Olanda dopo essere fuggita nei primi anni '90 dal suo paese allo scoppio della guerra. “My own private war” è un film che racconta come pochi altri che cosa è veramente una guerra per le persone che la vivono sulla propria pelle, al di là della violenza, del sangue e merda che le caratterizza, anche dopo che l'aspetto “spettacolare” delle persone che si uccidono è finito e i riflettori dei media si sono spenti. Ognuno deve allora fare i conti con la propria guerra privata, quella che continuerà a vivere dentro di sé per sempre. Ma che cosa si perde veramente in una guerra? E' quello che in fondo si chiede la regista bosniaca per tutta la durata del film che ha un percorso solo in apparenza crepuscolare. L'inizio, con quelle immagini autunnali di Sarajevo, delle sue strade, dei suoi giardini attraversate dalla spavalda ingenuità della giovane giornalista che pone ai passanti domande naif sulle stagioni, sul tempo che cambia è qualcosa che rimane negli occhi dello spettatore per tutto il film, mentre la guerra prepara il proprio catalogo di morte e macerie materiali e morali. Ecco, forse è proprio questo che in fondo la guerra uccide dentro le persone, la possibilità di sognare, di avere fiducia negli altri e nel futuro. Lidija questo interrogativo, come spiega anche nell'intervista che segue, se l'è portato dentro per tanto, troppo tempo e dopo tanti anni in cui lei ha ricostruito la sua vita lontano da Sarajevo e dalla Bosnia è costretta ad affrontarlo per aiutare il suo bambino a capire dove sono le sue radici e dove stanno il bene e il male che dovrà affrontare durante la sua vita. Lidija quindi torna a Sarajevo, nella sua Bosnia per raccontare al figlio quello che è stata la sua vita prima fuggire in Olanda, inseguita dall'eco delle bombe e delle stragi della guerra che ha insanguinato la sua terra. Inizia così il suo film di viaggio dentro sé stessa, dentro la sua famiglia, le sue amicizie, i luoghi che ha dovuto lasciare molti anni prima per capire chi era veramente e cosa è diventata la giornalista romantica e piena di sogni della sue giovinezza. La telecamera di Lidija è di rara dolcezza e sensibilità, ma anche senza reticenze, nel raccontare le proprie personali lacerazioni e quelle dei suoi familiari e amici che, in tutta evidenza, hanno vissuto un'altra guerra. C'è chi l'ha seguita nella fuga, come i suoi genitori, ma che non ha rinnegato gli ideali politici della propria giovinezza e non accetta la versione ufficiale di quei tragici eventi, c'è chi è rimasto e ha continuato a testimoniare la propria eroica opposizione alla violenza senza però accettare la criminalizzazione postuma del proprio popolo e c'è chi a quella violenza ha partecipato attivamente come emerge dallo straordinario dialogo con il cugino che ha fatto il cecchino nell'esercito serbo pieno di silenzi e di parole che raccontano altro da ciò che vorrebbero dire. Un percorso tormentato e lacerante in cui la regista mette a nudo le proprie contraddizioni e angosce, la sua incapacità di stabilire dove stanno il bene e il male, di catalogarli secondo le categorie morali che ha accettato per troppo tempo di assumere come le uniche valide (quelle stabilite dai vincitori come il padre le ricorda più volte), e la coscienza che quel destino di violenza che lei ha rifiutato e da cui è fuggita fanno comunque parte della sua vita. Lungo tutto il documentario si respira questo profondo senso malinconico di perdita che il viaggio di Lidija nel tempo (straordinario anche in questo caso il ritrovamento della casa in cui lei ha vissuto da bambina, ancora devastato dalla guerra, ma in cui, scopre, vive una famiglia di diseredati che ha conservato però i suoi vecchi libri di gioventù) e nello spazio con la lussureggiante campagna bosniaca illuminata dal sole estivo e la Sarajevo di oggi piena di vita e di colori diversi contribuiscono ad acuire. Resta la speranza di un futuro diverso, la gioia inconsapevole del bambino che Lidija porta con sé nel suo viaggio, la “vacanza” dallo scorrere della vita quotidiana che sempre attutisce e scolorisce tutte le angosce nell'oblio della routine sempre uguale per riconquistare una parte di sé, della propria storia e della propria identità. Come una ballata di Dino Merlin, famoso cantautore bosniaco anch'esso di Sarajevo, “My own private war” racconta la nostalgia di ciò che non c'è più sia a livello individuale che collettivo, ma anche la forza vitale di quello che resta, l'autunno delle nostre esistenze, a cui sempre succede la primavera e la voglia di continuare a vivere, pur nella consapevolezza di ciò che è stato.

Marcello Cella




Intervista a Lidija Zelovic

Abbiamo incontrato Lidja Zelovic a Firenze durante il Balkan Florence festival alla fine di febbraio. 

Il suo film finisce con una domanda che mi sono posto anch'io durante tutta la visione del film. Che cosa ha davvero perso lei con la guerra in Bosnia?

Quel tipo di fiducia che ti fa dire: “andrà tutto bene”. E questa tranquillità, questa sicurezza di avere in mano la tua vita è la perdita più difficile da accettare. Come voi io abitavo nella mia città, ma all'improvviso tutto è cambiato e mi sono dovuta adattare. Probabilmente adattarsi a nuove circostanze fa parte della crescita, ma la guerra lo fa in maniera violenta e in condizioni più dure. 

Mi sono sempre chiesto cosa succede quando qualcuno diventa testimone di una guerra, quando pensi “non voglio essere torturata, non voglio essere violentata”, cosa fare quando la tua coscienza è a contatto con cose così grandi e terribili, come la perdita improvvisa della propria casa, degli affetti...

La domanda è eterna e sono cose con cui ci si deve spesso confrontare. Io quando ero a Sarajevo avevo 21 anni, pensavo ad andare in giro con i ragazzi e non alla guerra, ero una ragazza fortunata e non pensavo minimamente alla guerra, non pensavo che la cosa mi riguardasse. E quando è successo io ho incolpato i miei genitori, ho pensato “fate qualcosa, qualsiasi cosa per fermare questo”. Poi quando sono cresciuta e con un figlio piccolo ho pensato “che cosa sto facendo io per cambiare il mondo?”, con i problemi ambientali, altre guerre. Io faccio film, documentari che alla fine vengono visti da persone che la pensano come me, che sono già sensibili a questi temi. In fondo anch'io prego per la mia chiesa, mentre il mio desiderio sarebbe quello di raggiungere altre persone. Una cosa che ho imparato dalla guerra è quanto il tuo mondo sia piccolo. Solo quando un evento così sconvolgente coinvolge anche persone molto diverse da te pensi alla necessità di costruire ponti per raggiungere le altre sponde, altrimenti questo fossato diventa sempre più grande e può diventare nazionalismo, può diventare guerra. La guerra è una cosa dura, incomprensibile che uno pensa “non mi capiterà mai”. La conseguenza di perdere la casa è un altro tipo di trauma perchè la casa non la ritroverai mai. Quando però accetti questo, vivi in modo meno stabile, il che ha delle conseguenze sulla tua personalità, ma impari a conviverci. Certo non è bello. Avrei preferito essere più stupida e meno sensibile e avere casa mia. Quello che mi ha insegnato la guerra è di apprezzare la vita che si vive, per esempio il fatto di essere qui oggi, di essermi alzata presto, di essere qui con voi. 

Perchè questo film?

E' una storia che ho sempre avuto dentro. Durante la guerra sei impegnato a sopravvivere. Ma poi sono passati due anni, cinque anni e continuavo a pensare cose diverse durante questi anni. Ad un certo punto, quando mio figlio che ora ha dieci anni, ha cominciato a chiedere che cosa era stato, a voler sapere, ho capito che dovevo fermarmi per lui e anche per fermare la guerra che era nella mia testa. C'è una parte di me stessa che mi piace molto, cioè il fatto di essere molto romantica, di vivere sempre in maniera positiva, ma quando mio figlio mi ha detto “l'Olanda non mi piace molto, torniamo in Jugoslavia”, ho pensato che avevo dimenticato di dirgli che la Jugoslavia non esiste più. Allora ho detto, “andiamo in Bosnia” ed è bello andarci per le vacanze, ma la vita lì è un po' più complicata. E anche per questo ho capito che dovevo raccontare la mia esperienza. La prima volta che sono tornata in Bosnia è stato una settimana dopo gli accordi di pace e avevo ancora questa idea romantica, “ok, la guerra è finita, non si spara più e tutto può tornare come era prima”. Ovviamente non era così. Ho cominciato a ritornare periodicamente in Bosnia, cinque anni dopo, dieci anni dopo, a ritrovare i miei amici e a provare il senso di colpa quando ti raccontano la guerra che tu non hai vissuto e rimani scioccato perchè nulla è come te lo eri immaginato. Così sono anche le relazioni con le persone che sono rimaste lì che sono diventate persone totalmente nuove. Non per colpa di qualcuno, ma perchè ognuno vive la sua propria guerra. Non c'è una verità che è migliore dell'altra. E' un processo da accettare e anche queste relazioni vanno rinnovate ogni momento. Io ho intitolato il mio film “La mia guerra privata” perchè io l'ho vissuta così. Il che non vuol dire che quella degli altri, che l'hanno vissuta in modo altrettanto personale, ma in maniera del tutto diversa non sia la verità.

Lei fa un mestiere, quella del giornalismo, che ha molto a che fare con la ricerca della verità. Lei quando torna in Bosnia si trova davanti a persone che hanno la loro verità e che non hanno alcuna intenzione di confrontarla con quella degli altri. Anche lei mi è sembrata in crisi durante alcuni confronti serrati con alcuni suoi amici e parenti.  E questo mi ha colpito molto. Poi volevo anche chiederle perchè inizia e finisce il suo film con le immagini dell'autunno. 

E' vero, come giornalista sono andata in maniera molto romantica e ingenua a cercare la verità. Quando però ti confronti con la realtà ti rendi conto, non che non ci sia, ma che magari è ancora troppo presto per accettarla e che magari è anche molto più articolata. D'altra parte però queste persone che mi hanno messo in crisi non le posso rifiutare, fanno parte di me anche se hanno una visione delle cose del tutto differente dalla mia. Quando ho accettato questo sono riuscita ad andare avanti. Ad esempio, c'era un mio amico che ero sicura avrebbe fatto il film perchè siamo amici e questa è la cosa più importante. E invece no. Lui aveva bisogno del suo processo di elaborazione ed in quel momento non lo poteva fare. Questo mi ha messo in crisi, ma anche questo è parte del film. C'è la tragedia della guerra, della morte, degli omicidi, ma c'è anche questo tipo di crisi che è una tragedia in sé. Quanto all'autunno, era mio padre che registrava queste cose e quando hanno cominciato a bombardare, la prima cosa che ha fatto è stato di prendere questi nastri e metterli in cantina al sicuro. Poi il tempo è passato e quindici anni dopo, le persone che erano andate ad abitare lì mi hanno contattata in Olanda e mi hanno spedito questo materiale. E' stato uno shock emotivo enorme. Quella era la mia vita, con le mie emozioni e mi sono rivista a 21 anni invincibile, ma anche ingenua a fare le interviste senza capire assolutamente quello che stava succedendo, ma quella era una parte di me che vorrei ancora avere e che comunque non è stata uccisa dalla guerra. C'è ancora in me quella parte romantica, invincibile. Per questo anche la scena finale è un omaggio a quella persona, a quella parte di me. 

Un'altra cosa che mi ha colpito molto del film è il momento in cui lei si confronta con quel suo cugino che durante la guerra ha fatto il cecchino. E' molto interessante perchè mentre lo osservavo parlare avevo l'impressione che non dicesse la verità. Volevo sapere se anche lei ha avuto la stessa impressione. 

Si. Ma anche questo è una questione di scelte. Quello che hai fatto è una cosa con cui dovrai sempre convivere. E questo vale anche per lui. Comunque è una persona a cui voglio bene, a cui sono molto legata e quando ho saputo che era un cecchino ho pensato “non lo voglio più vedere, così risolvo il mio problema”. Invece quando l'ho incontrato mi sono resa conto che era una persona importante, che mi mancava e quindi nella mia testa ho pensato “fa che non l'abbia mai fatto, fa che mi dica questa bugia”. E quando lui dice effettivamente “io non l'ho fatto” mi sono resa conto che non era vero e che comunque avrei dovuto vivere con questo non sapere perchè al 100% non lo saprò mai. E' un groviglio di emozioni. Quando si parla di guerra nei film si raccontano favole. C'è il buono e il cattivo, il bianco e il nero e se fosse così sarebbe tutto più semplice. Ma nella mia esperienza è tutto molto più complicato e mescolato. E' proprio questa la tragedia della guerra che volevo raccontare. Il fatto di non riuscire a segnare il confine fra il buono e il cattivo è proprio quello che ti mette in crisi. 

a cura di Marcello Cella
Firenze, Balkan Florence Festival, 26 febbraio 2017

Si ringraziano Cecilia Ferrara e Simone Malavolti per la gentile collaborazione.


My Own Private War (La guerra in casa)
regia di Lidija Zelovic
durata 57 min.
produzione: Serbia, Croazia, Paesi Bassi 
anno: 2016. 




venerdì 14 aprile 2017

Balkania 14 aprile 2017 - La Grecia da Panagoulis a Tsipras



Balkania ricorda la Grecia di Alekos Panagoulis con Efi Miskedaki, curatrice dell'edizione italiana del documentario "Cronaca della dittatura (1967-1974)" di Padelìs Vùlgaris, e Samantha Falciatori, autrice del libro "Alekos Panagoulis, il dovere della libertà". Poi parliamo della Grecia di oggi con un'intervista a Niccolò Zancan, inviato del quotidiano La Stampa di Torino e con il giornalista e scrittore greco Dimitri Deliolanes. Canzoni di Manos Loisos, Nikos Xiluris. Petros Pandis, Vassilis Papacostantinu, Maria Faranduri, Maria Dimitriadi, Dionisis Savopulos, Grigoris Biticozis, Manos Hadjidakis...


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venerdì 3 marzo 2017

Balkania 3 marzo 2017 

Voci dal Balkan Florence Festival




Balkania dedica uno speciale al Balkan Florence Festival di Firenze. Il festival cinematografico e non solo che da cinque anni l'associazione La Compagnia di Firenze organizza in collaborazione con OXFAM. Un racconto a più voci con Simone Malavolti e CeciliaFerrara, codirettori del festival, Selma Nametak, curatrice della mostra fotografica "Il paradosso balcanico. Balcani radici e (s)nodi di migrazioni" (con foto di Mario Boccia, Giuseppe Chiantera e Danilo Balducci), Simonetta Di Zanutto, giornalista e autrice dei testi della mostra fotografica itinerante e del relativo catalogo "Around Srebrenica", con fotografie di Alessandro Coccolo, con il fotografo Danilo Balducci, Riccardo Sansone, responsabile dei progetti di cooperazione nei Balcani per Oxfam, e i registi Danis Tanovic, Lidija Zelovic e Danilo Marunovic. Musiche di Mostar Sevdah Reunion, Dubioza Kolektiv, Dino Merlin.

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