giovedì 30 marzo 2023

 


La documentarista piemontese è stata sempre in prima linea nel raccontare le storie degli invisibili. Un ricordo ed una analisi dei suoi lavori a qualche mese dalla sua scomparsa.



Adonella Marena, un granello di sabbia nell’ingranaggio


“invincibile non è chi sempre vince, ma chi non si fa sbaragliare dalle sconfitte.

Invincibile è chi da nessuna disfatta, da nessuna batosta si fa togliere la spinta a battersi di nuovo. Chisciotte che risorge ammaccato dai colpi e dalla polvere è invincibile”

Erri De Luca


E’ difficile raccontare Adonella Marena e la sua opera di documentarista fuori dalle righe utilizzando i metodi tipici della critica cinematografica perchè Adonella è stata per tutta la sua vita anche un’attivista politica che ha sempre voluto raccontare le realtà più nascoste e marginali, i conflitti meno visibili sui media mettendo in gioco tutta sé stessa, il proprio corpo, la propria fisicità, le proprie idee, la propria telecamera. E’ difficile anche perchè, guardando i suoi documentari così ricchi di passione civile, di curiosità partecipata alle vite degli invisibili e alle loro lotte per non soccombere ai pregiudizi e alle trappole del pensiero unico, lo spettatore fatica a riconoscere l’Italia di oggi. Forse il maggior merito dei suoi documentari, è proprio quello di raccontare, spesso in presa diretta, i grandi sommovimenti politici e civili avvenuti in Italia tra la fine degli anni ’90 e la fine del primo decennio del 2000, perchè la memoria di un’altra Italia non andasse perduta nei cupi deliri sovranisti che dominano la politica e la narrazione mediatica odierna. Quindi la passione politica e civile è stata la prima molla della sua opera documentaristica, come anche la capacità di sperimentare linguaggi diversi e di non farsi chiudere in una categoria estetica eccessivamente definita. 

“La mescolanza tra la mia storia, la politica e il desiderio creativo dà origine sia al mio modo di fare cinema sia ai temi ricorrenti nei miei film. Non ho scelto il genere narrativo, l’ho individuato lungo il percorso. Ho sperimentato la fiction, il reportage, il video didattico, il docu-fiction, il documentario creativo. Ma quest’ultimo mi è più congeniale perché mi permette di vivere e raccontare la realtà con uno sguardo più aperto, personale e libero, e uscire dallo schema rigido di un luogo comune che riguarda il documentario, la presunta rappresentazione oggettiva, distaccata, “scientifica” della realtà”.




E in effetti, fin dal suo primo documentario “lungo”, “Okoi e i semi di zucca” (1994) preceduto da una serie di cortometraggi tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90 che già nei titoli rivelavano molti dei temi ricorrenti dell’autrice (“Bambine di Palestina”, “Il colore delle differenze”, “Righibè a Torino”, ecc.), il documentario si incrocia con la finzione, pur essendo originato da una storia vera, la costituzione della prima cooperativa di donne migranti in Italia, nel campo della ristorazione. Le vicende, i conflitti e le malinconie della zairese Mamì, della filippina Pace, della marocchina Malika e della siciliana emigrata al nord Rosa si svolgono dentro la cornice di una Torino fredda e indifferente, ma dove già si intravedono i primi semi di un’ostilità che si manifesterà apertamente pochi anni dopo. Una Torino cupa e grigia, attraversata dai fantasmi di un tempo in cui era il centro produttivo più importante d’Italia, che ritorna in “Facevo le nugatine” (1996). Walter Pagliero Valgrand, ex operaio in pensione, si aggira solitario e smarrito fra i ruderi abbandonati dell’ex fabbrica dolciaria Venchi Unica ricordando i tempi in cui essa era affollata di lavoratori che producevano e confezionavano i dolci di marchi famosi come Talmone. Il silenzio e le parole dolenti dell’operaio accompagnano questo viaggio nella memoria e in uno spazio abbandonato al degrado e che verrà abbattuto poco dopo il suo racconto portandosi via, con le macerie, anche i ricordi di persone che a quel luogo hanno dedicato la vita. Mentre le allegre pubblicità pop degli anni Sessanta, i cui filmati sono stati ritrovati dall’autrice proprio all’interno della fabbrica abbandonata, raccontano di un’Italia che non c’è più, l’Italia del boom economico, del consumismo felice e spensierato, di sogni e speranze di un altro tempo, così apparentemente lontano da far dubitare il protagonista del documentario che sia mai esistito. 




“Usciremo un giorno e la vita ricomincerà” è invece l’orgogliosa affermazione che Frida Malan, ex partigiana di Giustizia e Libertà, protagonista de “La combattente” (1998), affida alla sua giovane intervistatrice Ilaria, una studentessa che la cerca per realizzare un lavoro di documentazione per il suo corso universitario. Il tema anche in questo caso è la trasmissione della memoria a chi non ha vissuto i drammatici eventi della Seconda Guerra Mondiale e che si avvicina ad essi con superficialità. Infatti in un primo tempo Frida è reticente con la sua giovane interlocutrice. “Come si fa a dire qualcosa quando c’è tutta una vita da raccontare?”, è la prima cosa che dice a Ilaria. Ma poi lentamente le parole si sciolgono e affiorano i ricordi anche se sono accompagnati dal dolore e dalla paura di non essere capiti. “Tanti quando tornavano non dicevano più niente”, dice Frida, consapevole che per molti “non ricordare era un modo per non soffrire, non ricordare per il timore di non essere capiti”. E qui risuonano le parole disseminate in tante parti dell’opera di Primo Levi sulla difficoltà di parlare e far capire quegli eventi così drammatici a chi non può nemmeno immaginare cosa questo significhi per chi li ha vissuti direttamente. Ma Frida ha reagito al silenzio e all’impotenza e ha fatto della sua vita un momento irripetibile di passione. “Ho vissuto con passione tutto ciò che mi sembrava utile per il mondo futuro”, è il messaggio che Frida consegna ad Ilaria che si aggira pensosa nella periferia della Torino notturna, ravvivata da graffiti colorati che raccontano di altre lotte e di altre passioni alla vigilia di un nuovo secolo che si annuncia ancora pieno di ombre e di domande inespresse. 




Del 1999 è invece il documentario “La fabbrica degli animali” che racconta di un’altra passione di Adonella, quella per gli animali, considerati essere viventi e senzienti al pari degli umani. Il documentario di Adonella è il primo in Italia nella denuncia del trattamento aberrante cui sono sottoposti negli allevamenti intensivi. L’idea nasce dall’incontro della documentarista torinese con un veterinario che le racconta la condizione in cui vivono questi poveri animali, ridotti a macchine da riproduzione, da carne, latte e uova per soddisfare la follia consumistica dei cittadini occidentali. Le immagini terribili di Adonella Marena ci portano dentro i veri e propri lager in cui vengono ridotti gli animali, ma non rifugge da un’analisi storica del fenomeno che nasce e si sviluppa negli anni del boom economico fra gli anni Cinquanta e Sessanta, nel momento di passaggio dell’Italia da un modello di società sostanzialmente ancora rurale e un modello di società industriale, che conduce il nostro paese sulla strada di un consumismo, anche di tipo alimentare, sconosciuto alle generazioni precedenti. La realizzazione degli allevamenti intensivi risponde a questa nuova vorticosa domanda di consumi alimentari e gli animali vengono progressivamente spogliati della loro natura di esseri senzienti per diventare semplicemente macchine, ingranaggi dell’industria alimentare, nutriti a base di mangimi e farmaci pericolosi anche per la salute umana. Il documentario della Marena fa anche piazza pulita del classico argomento a favore di tali strategie produttive, e cioè la loro necessità per debellare la fame nel mondo, dimostrando, dati alla mano, che la carne prodotta in questi impianti-lager ha ben poco a che fare con questa presunta logica redistributiva, ma molto con il profitto di pochi a scapito della maggior parte dei cittadini del pianeta, degli animali e dell’ecosistema. La soluzione, difficile, ma non impossibile, che si deduce da “La fabbrica degli animali” è che solo la dieta vegetariana e lo sviluppo sostenibile possono invertire questa strada distruttiva e autodistruttiva. Nel documentario, efficace, ma sicuramente un po’ didascalico, cominciano a sentirsi gli echi del movimento di Seattle, del cosiddetto movimento No Global o Altermondialista che sfoceranno in Italia nelle drammatiche giornale del G8 di Genova del 2001. 

Gli anni 2000 sono gli anni in cui Adonella Marena lavora sempre più a stretto contatto con i movimenti di contestazione del nostro modello di sviluppo e molte sono le opere che affrontano tematiche politiche e sociali vicine alle rivendicazioni del movimento No Global. E’ del 2000 “Mobilitebio: quando la terra è in vendita”. Infatti il 25 maggio del 2000 a Genova una grande manifestazione si oppone a Tebio, la prima mostra - mercato internazionale sulle biotecnologie. “L’immagine di convegno scientifico e di presunta neutralità (con la quale si vuole informare “correttamente” sul settore della ricerca biotecnologica) si svela come la facciata convenzionale di un obiettivo diverso: offrire una vetrina per le multinazionali del biotech, nate dalle fusioni dei colossi chimico-farmaceutici, che stanno concentrando nelle proprie mani il mercato della cosiddetta “scienza della vita”.  Una rete di associazioni riunite sotto la sigla Mobilitebio organizza quindi una grande manifestazione contro le manipolazioni genetiche a cui partecipano anche alcuni dei protagonisti del successivo G8 di Genova, come le Tute Bianche con l’attivista Luca Casarini e don Andrea Gallo. Lo slogan di tutti è: “Quando la terra è in vendita, ribellarsi è naturale”. La telecamera di Adonella accompagna la manifestazione con interviste ai partecipanti ed entra al suo interno lasciando che siano gli attivisti ad esprimere il loro punto di vista. 





Il documentario successivo di Adonella Marena, “Tute bianche. Un esercito di sognatori” (2002) viene girato subito dopo i giorni del G8 di Genova e racconta uno dei movimenti protagonisti di quei giorni, ma che hanno già una lunga storia di militanza alle spalle, e cioè le Tute bianche di Luca Casarini, che cambieranno nome proprio a Genova autorinominandosi “disobbedienti”. Adonella racconta dall’interno le vicende del centro sociale “Rivolta” di Venezia, nato già negli anni ‘90 tra le fabbriche dismesse del nord est, facendo emergere con naturalezza e senza ideologismi di maniera le storie degli attivisti e le motivazioni della loro militanza. “Sono, dicono loro, “un esercito di sognatori”, armati solo di plastica e di parole, contro la prepotenza di quello che chiamano Impero. Sono i portavoce degli “invisibili”, i fantasmi, quelli che non hanno rappresentanza né diritti”. La documentarista torinese cerca di ricostruire le loro storie ed il loro pensiero anche  utilizzando immagini d’archivio delle loro lotte, come quando si incatenarono sui binari di una ferrovia nel 1994 per non far partire un treno carico di armi diretto in Croazia durante la guerra nella ex Jugoslavia. O come quando, arrivati nel 2000 in Chiapas parteciparono con gli zapatisti alla lunga marcia che li portò a Città del Messico a trattare con il governo messicano. Come in tutte le sue opere l’intento di Adonella Marena è quello di far parlare i protagonisti delle sue storie, a disvelare i loro lati più reconditi senza giudicare a priori. “Tute bianche. Un esercito di sognatori” è quindi un viaggio nei luoghi, nelle azioni, nelle idee e nelle emozioni di questo movimento, così duramente colpito durante i tragici eventi del G8 di Genova nel 2001, per far emergere la profonda verità di uno slogan famoso di quei giorni: “Un altro mondo è possibile”.

Con “M’agradavo vioure ilamoun. (Ipotesi sui giochi olimpici 2006)” (2003), un’espressione che in occitano significa “Mi piaceva vivere lassù”, Adonella Marena torna al documentario d’inchiesta ecologista e racconta con grande acume e amara preveggenza il devastante impatto ambientale delle decine di cantieri e infrastrutture, dei massicci interventi su boschi e reti idriche causati dai lavori per preparare i giochi olimpici invernali di Torino 2006. Le testimonianze degli abitanti di quelle valli denunciano la distruzione dell’ambiente e dell’identità culturale di quelli luoghi in nome del profitto. Luoghi che vengono raccontati con poetica dolcezza dalla musica che risuona di echi lontani dei Lou Dalfin e dai versi di Primo Levi (“Il ghiacciaio” e “Una valle”) recitati dal pittore Vinicio Perugia, luoghi di enigmatici silenzi, spazi di riflessione che contrastano con la frenetica superficialità di politici e tecnocrati che farneticano di una “Torino capitale del divertimento”, una “Torino che non sta mai ferma”, della necessità del “fare in fretta”, mentre i media si genuflettono ai nuovi padroni del vapore censurando ogni voce critica, come nel caso del servizio RAI, mai andato in onda, e ripreso da Adonella, che denunciava le criticità di queste “grandi opere”. 

In questo senso, questo documentario, si lega ad un’altra opera di qualche anno prima, più anomala e fuori dagli schemi, come “Anime di città” (2000), ispirato alle atmosfere di “Blues in 16. La ballata della città dolente” di Stefano Benni, in cui le immagini luccicanti della Torino notturna e glamour dei nuovi ricchi, delle pubblicità automotivanti (“io valgo”) dei nuovi vincenti, dei mega cartelloni pubblicitari della moda e del lusso, le insegne luminose, i manichini delle vetrine dei negozi di abbigliamento, le notizie della Borsa, i vestiti firmati delle donne in carriera, accompagnati dai racconti surreali dello scrittore, raccontano una città sempre più solitaria e angosciata che nasconde la propria irrequietezza esistenziale e il proprio nichilismo consumistico dietro le immagini al neon di una città inesistente.



Gli anni 2000 sono anche gli anni in cui Adonella Marena si avvicina al movimento No Tav in Val di Susa e in cui realizza le sue opere più note “No Tav. Gli indiani della valle” (2005) e “Il cartun d’le ribelliun. Da Venaus a Roma a passo d’uomo” (2008). Il primo racconta i primi 15 anni di lotta degli abitanti della Val di Susa contro la realizzazione della TAV, un’opera inutile e devastante per l’ambiente e per l’identità di quei luoghi, attraverso le voci e le storie di chi combatte in prima persona per difendere il proprio diritto a vivere in quei luoghi senza dover partecipare per forza alla corsa dei vincenti (“E’ necessario correre (…) Gli altri hanno bisogno di correre e tu non vuoi farlo”, afferma significativamente uno degli attivisti No Tav intervistati). Il secondo racconta invece la gioiosa marcia di 800 km degli attivisti No Tav dalla Val di Susa a Roma nel 2006 per contestare la realizzazione dell’opera in questione, ma anche per presentare al governo le istanze di tutti i movimenti di contestazione delle grandi opere (erano presenti anche attivisti No Mose di Venezia, No Offshore di Livorno, No Ponte sullo Stretto di Messina, ecc.). In entrambi i documentari emerge l’interesse affettuoso e curioso al tempo stesso, quasi sempre presente nelle opere della documentarista torinese, per chi è disposto a mettere in gioco tutto sé stesso, il proprio corpo, la propria fisicità per sostenere le proprie idee, la propria causa, e il bene comune anche a rischio della propria incolumità personale. Da Seattle a Genova è emerso spesso questo aspetto nei movimenti di contestazione di carattere politico, sociale o ecologista e Adonella cerca di capire e raccontare le azioni e le motivazioni di questi attivisti che non tracciano mai una linea netta fra il proprio impegno politico e sociale e il proprio vissuto quotidiano. Un modo di essere e di pensare che, nel mondo dei contatti virtuali, artificiali, della socialità a distanza sembra appartenere ad altre epoche, più antiche, lontane, quasi dimenticate. Come se la partecipazione diretta alle azioni ideate e realizzate per cambiare in meglio il mondo fosse diventata improvvisamente qualcosa di esotico, qualcosa che non appartiene più alla nostra cultura sempre più “mediata”. E forse è anche la causa di quella sottile malinconia che spesso emerge, quasi involontariamente, in molti documentari di Adonella Marena. La lotta dei No Tav  contro le Grandi Opere Inutili che tanto piacciono ai politici, ai tecnocrati e alle mafie, raccontata da Adonella, così attuale e così antica allo stesso tempo, diventa quindi il paradigma di un mondo che “deve” correre, sempre e comunque, anche se non sa più esattamente dove andare e perchè lo deve fare, emblematico di una crisi culturale ed esistenziale sottile e non dichiarata, ma che nasconde le crepe sempre più evidenti ovunque il pensiero dominante si presenti come una divinità necessaria, infallibile e senza alternative. 




Fra queste due opere Adonella realizza un docu-drama anomalo ma significativo come “Non mi arrendo, non mi arrendo!” (2006), in cui la regista, a 60 anni dalla Liberazione, porta in scena al Teatro Carignano di Torino, storie personali e collettive di resistenza femminile al nazifascismo. Come lei stessa racconta, si tratta di “madri, ribelli, sorelle, partigiane, allieve, maestre, contadine, operaie, figlie, scienziate, sindacaliste, attrici, registe.....Ognuna racconta la propria resistenza, che è anche resistenza alle mode, alla cialtroneria, alla supercialità, all’opportunismo... “. Una contro storia a più voci su quello che significano parole come lotta e resistenza. E patria.

“Esistono patrie in viaggio, patrie in spalla, portate con sé perchè quelle di origine di sono disgregate. Tutta la nostra epopea di emigranti è stata patria chiusa dentro una bisaccia e imbarcata per terre d’oltremare. Stava in zolle strette intorno alla radice di una vite, in un pugno di semi di basilico. E la loro definizione della parola “patria” era: chella ca te da a mangia’. Perchè se non dà diritto di lavoro e di vita, non è patria, né matria e si è orfani verso terre di adozione”. Con queste parole lo scrittore Erri De Luca introduce il documentario “Lo sbarco” (2011) in cui Adonella Marena, in co-regia con Dario Ferrero, racconta un’altra storia di lotta, di partecipazione attiva e di democrazia diretta, e cioè l’organizzazione e la realizzazione, nel 2010, di un viaggio in nave da Barcellona a Genova di un gruppo di italiani residenti all’estero che, di fronte ai continui episodi violenti di razzismo, corruzione, precarietà nel lavoro, erosione del bene pubblico, espansione del potere mafioso, distruzione del territorio, decide di compiere un atto dimostrativo contro questa pericolosa deriva morale del nostro paese, organizzando, a 150 anni dall’impresa dei Mille di Garibaldi, un’azione analoga ma in senso contrario. Non mille soldati alla conquista del Sud Italia in mano ai Borbone per costruire un’Italia unita, ma mille concittadini decisi a manifestare e a rendere pubblico e partecipato il sogno di un’altra Italia, un paese diverso da quello raccontato dalle cronache di quegli anni. Così la cosiddetta “Nave dei diritti”, sostenuta anche da intellettuali e personaggi dello spettacolo come Dario Fo e José Saramago, Tonino Carotone e Paolo Rossi, salpa significativamente da Tangeri con il suo carico di migranti nordafricani per sostare a Barcellona e poi approdare a Genova, dove, nelle “piazze dei diritti” verrà innescato un dibattito a più voci su come costruire un’altra Italia. All’appello rispondono da molte città d’Europa, e attraverso la rete si incrociano le iniziative. “Nella traversata, condivisa con i cittadini nord africani, si intrecciano testimonianze, incontri e musiche, insieme alle voci che dalla rete portano la loro presenza. Per ricordare i diritti negati, per alimentare idee e sogni. Una Nave dei diritti ma anche un’Arca di Noè su cui imbarcare le esperienze culturali e umane in pericolo di estinzione, una nave dei folli spinta dall’utopia. Una sfida pirata alla rassegnazione che ci circonda. Il documentario vuole proporre uno sguardo sull’Italia di oggi da un punto di vista particolare, quello di cittadini italiani che abitano e lavorano in Europa e che assistono smarriti alla metamorfosi del loro paese. Il loro sguardo speculare mette a confronto due mondi che coesistono in modo stridente oggi in Italia: da una parte una popolazione impaurita dalla crisi economica e sociale, e neutralizzata dal degrado culturale, etico e relazionale, dall’altra i cittadini “resistenti” che desiderano il riscatto civile e umano del loro paese, e la salvaguardia della Costituzione. Faticoso sembra oggi pensare e progettare una risposta, difficile sognare un altro mondo possibile. Allora, attraverso un gesto simbolico forte, un gesto epico e insieme concreto, semplice e sconvolgente, questi cittadini che vedono il proprio paese sempre più lontano, decidono di imbarcarsi nell’impresa possibile di accendere una luce per l’alternativa. All’alba del grande movimento degli indignati che da lì a poco invaderà le piazze”. Il documentario diventa perciò la cronaca partecipata, appassionata, ma a tratti anche malinconica, di questo tentativo utopico di far emergere un’altra Italia possibile. In fondo tutto era partito da Genova e a Genova in qualche modo ritorna, con una circolarità geografica e mentale molto significativa…




Prima de “Lo sbarco”, Adonella torna al suo amato mondo della natura e realizza un altro documentario “Libellule” (2009), delicata opera a meta strada fra lirismo bucolico, impegno ecologista e documentario di divulgazione naturalistica. Le libellule sono gli insetti più antichi, gli abitatori incontrastati delle zone umide che volavano su tutto il pianeta fin dai suoi albori, ma oggi si stanno estinguendo. Il documentario della regista torinese racconta con delicatezza e poesia il mondo di questi antichi abitatori delle paludi e le cause, purtroppo tutte dovute alle azioni umane, della loro progressiva estinzione, dopo aver resistito ai cambiamenti millenari della Terra. 




Gli ultimi anni della cineasta piemontese non sono purtroppo densi di realizzazioni. Ed è in qualche modo una conseguenza della sua coerenza, della sua indipendenza produttiva e tematica, della sua vicinanza alle lotte degli invisibili, di chi non vuole arrendersi alle logiche del pensiero unico. Nell’ultimo cortometraggio “Lunestorte” (2018) Adonella torna ad incrociare il linguaggio documentaristico con quello teatrale in un’opera che ancora una volta racconta un’altra storia di esclusione e di riscatto, quella dei malati mentali dell’ospedale psichiatrico (o manicomio, come si diceva una volta) di Collegno, il più grande d’Italia, aperto nel lontano 1856 e chiuso definitivamente solo nel 1996. “Il film rielabora lo spettacolo teatrale “Storie di Lunestorte” di Rosanna Rabezzana e Mirella Violato, allestito per la prima volta nel 2006 nei grandi spazi dell’ex ospedale psichiatrico di Collegno. Voci, gesti, testimonianze, immagini d’archivio restituiscono un percorso corale di storie vissute tra le mura del manicomio. Il lungo muro che dalla fine dell’’800 rendeva impossibile ogni comunicazione tra interno e esterno del manicomio e manteneva invisibili migliaia di vite, venne aperto nel 1977. La chiusura del manicomio rivelò una realtà drammatica di violenza, degrado e oblio e mise sotto accusa una psichiatria che in quegli anni sarebbe radicalmente cambiata”. La telecamera di Adonella si muove con delicatezza, ma anche con profondo dolore fra i corridoi vuoti dell’ex manicomio, densi di ricordi e di storie angosciose, e i volti delle donne-attrici sul palcoscenico, viaggia in profondità nelle parole di chi pronuncia frasi come pietre, vite perdute come quella di chi, quasi urla al pubblico, “come sarebbe stata la mia vita se a 20 anni non mi avessero rinchiusa?”. Ma il manicomio, anche se chiuso, rischia di tornare nelle gabbie del pregiudizio, della discriminazione e del rifiuto che ancora affollano le menti di chi non sa accettare la diversità. Un monito che risuona nelle parole della voce narrante, Roberta Biagiarelli: “Adesso la porta era stata violentemente e inesorabilmente aperta. Il portone del manicomio più importante, quello di Collegno, era stato aperto a spallate. Distruggere il manicomio non è mai una volta per tutte. E’ un processo che va sempre presidiato, che richiede una cura continua per non ricostruire il manicomio nelle nostre menti, prima ancora che intorno a noi”. 




Adonella Marena ci ha lasciato nel novembre dell’anno scorso. Vogliamo ricordarla con le sue parole, quelle di una documentarista scomoda, impegnata nell’abbattere le barriere spesso artificiose fra ciò che è oggettivo e ciò che è soggettivo, mai stanca, come nelle parole dei comandanti zapatisti del Chiapas, di “camminare domandando”.

“Il percorso è stato difficile e controverso, ma il mio retroterra di elaborazione con le donne mi ha dato chiarezza di intenti: la rifIessione del femminismo sui processi di conoscenza, di interpretazione e di rappresentazione del mondo, non più legati solo a parole come razionalità, coscienza, obiettività, ma ad esperienze che inglobavano anche la propria soggettività, il proprio corpo, il linguaggio non verbale o inconscio, mi hanno aiutata a dipanare il dubbio come documentarista: cos’è sinceramente reale se non quello che posso raccontare anche col mio punto di vista e la mia sensibilità? La soggettività non è un limite e lo sguardo delle emozioni e del desiderio non è il tradimento della realtà. Al contrario è l’uso totale della propria testimonianza, della propria presenza nella società. Questa elaborazione è entrata nel mio lavoro di documentarista con gioiosa consapevolezza. Costante, nei miei film è la propensione a dar voce, visibilità, dignità a storie che pur sembrando di “minoranza” o marginalità, rifIettono aspetti inconsueti, stimolanti o anche scomodi della realtà. Cerco di raccontare personaggi e situazioni che possano diventare granelli di sabbia negli ingranaggi di un pensiero unico dominante, perché rivelano pensieri nuovi, o confIitti nascosti, o ottusi conformismi . 

Possono disturbare o smascherare. 

Possono far ricordare. 

Granelli di sabbia l’hanno gettati le migranti di “Okoi..”, con la loro fierezza, cultura, ironia e bellezza, ad allontanare l’immagine del migrante passivo e privo di risorse; la combattente ottantenne, con il rigore, la curiosità e il coraggio inossidabile nel guardare la vita; i disobbedienti delle tute bianche, che smascherano la violenza del potere con la fantasia del corpo; gli indiani valsusini, con la loro lucida determinazione e la pratica tenace di valori in disuso, come il senso del bene comune e della democrazia partecipata. 

Granello di sabbia è anche lo sguardo puro e interrogante del vitello nella fabbrica degli animali, e il silenzio della montagna, violata dal fugace sogno olimpico. Ogni film è un’esperienza speciale, spesso lunga, che mi coinvolge nel tempo con il suo carico di atmosfere, amicizie, antipatie, studio, scrittura, azioni esaltanti o grandi fatiche. Poesia o nottate al freddo. Non è facile entrare e uscire dalle storie, alla fine non le abbandono mai del tutto, mi accompagnano confondendosi con la mia vita”. 



Marcello Cella






Adonella Marena sul web:


Associazione Djanet

http://www.associazionedjanet.it/adonella-marena/


“Okoi e i semi di zucca”

https://www.youtube.com/watch?v=uJZxcf_QYdw


“Facevo le Nugatine”

https://www.youtube.com/watch?v=QbSt2TNWaeU


“La combattente”

https://www.youtube.com/watch?v=WhMIgOvTXek


“La fabbrica degli animali”

https://www.youtube.com/watch?v=XIo-oCq-UJQ


“Anime di città”

https://www.youtube.com/watch?v=7mdkLkMVBsU


“Mobilitebio: quando la terra è in vendita…”

https://www.youtube.com/watch?v=dzTkwZ4W2C8


“Tute Bianche, un esercito di sognatori”

https://vimeo.com/ondemand/tutebianche


“M’agradavo vioure ilamoun”(Ipotesi sui giochi olimpici 2006)”

https://www.youtube.com/watch?v=ZD_NpcbFqik


“NoTav: gli indiani di valle”

https://www.youtube.com/watch?v=BS6WLg5OK0s


“Non mi arrendo, non mi arrendo!”

https://www.youtube.com/watch?v=ZmRGeIR_dwY


“Il cartun d’le ribelliun – Il carretto delle ribellioni.

Da Venaus a Roma a passo d’uomo”

https://www.youtube.com/watch?v=28iAbyWqYkU



“Libellule”

https://www.youtube.com/watch?v=DwLMYCnQ1xg


“Lo sbarco”

https://www.youtube.com/watch?v=lUql9pg5mkY


“Lunestorte”

https://www.youtube.com/watch?v=Knq5vu7-UqI








 



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